La pace difficile: la crisi in Libia

Domenica, 29 Dicembre, 2019
Il 2019 si chiude con notizie di guerre e di instabilità da diverse parti del mondo. In Medio Oriente: Siria, Iraq, l’irrisolta questione israelo-palestinese, le proteste in Libano ancora attive e quelle in Iran represse nel sangue, la guerra nello Yemen dove si scontrano le potenze sciite (Iran) e quelle sunnite (a loro volte divise tra Arabia Saudita ed Emirati Uniti da una parte, e Turchia e Qatar dall’altra), con sullo sfondo il confronto tra USA e Cina per il controllo di vitali vie di comunicazione marittime.
 
In Asia sud-occidentale Afghanistan (il cui dramma risale esattamente a 40 anni fa quando il 27 dicembre 1979 le truppe sovietiche lo invasero, dando vita a un ciclo drammatico che dura fino ad oggi, grazie alla scelta scriteriata da parte occidentale e saudita, di appoggiare le correnti più intransigenti della resistenza afgana), al Pakistan, al Myanmar.
 
In America Latina (la guerra dei narcos in Messico, le instabilità in America Centrale, la crisi in Venezuela, le proteste cilene)
 
In Africa sub sahariana: i  massacri taciuti nell’est della Repubblica Democratica del Congo, la crisi in Centrafrica, i massacri di Boko Haram nel nord della Nigeria, quelli commessi da diversi gruppi jihadisti nei Paesi del Sahel (Mali, Niger, Burkina Faso), la secessione della parte anglofona del Camerun, la guerra civile strisciante nel Sud Sudan, l’instabilità in Etiopia, il dramma infinito della Somalia (dove il 28 dicembre un’autobomba ha provocato la morte di un centinaio di persone, tra cui alcuni cittadini turchi; anche la Somalia risente dello scontro tra le potenze sunnite per il controllo del Medio Oriente)  e infine il Nord Africa: in Algeria le richieste della popolazione della fine di un regime corrotto non sono state accolte nonostante le recenti elezioni, la Libia dove è in atto una vera e propria lotta di spartizione delle sfere d’influenza tra diversi potenze.
 
Mentre scriviamo il Libyan National Army (LNA) del generale Khalifa Haftar si starebbe avvicinando a Tripoli, ancora nelle mani delle milizie che sostengono il premier Serraj, che guida il GNA, il governo di unità nazionale riconosciuto dall’ONU e appoggiato da Turchia, Qatar e Italia (con qualche ambiguità da parte nostra).
 
Schematicamente si può dire che Haftar ha l’appoggio di Russia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, e in maniera più discreta di Francia e Stati Uniti (almeno un’agenzia di mercenari statunitensi opera nelle zone controllate dal Generalissimo). La crisi ha subito un’accelerazione da quando a metà dicembre la Turchia ha firmato con Serraj un accordo per la delimitazione delle rispettive zone economiche esclusive nel Mediterraneo orientale, ricche di risorse ittiche e di idrocarburi, provocando la reazione di Grecia, Cipro ed Egitto, che hanno intensificato l’appoggio ad Haftar. L’accordo tra il governo di Tripoli e quello di Ankara andrebbe inoltre ad interferire con i progetti di sfruttamento dei giacimenti offshore di gas di Egitto, Cipro (ai quali è interessata l’ENI) e Israele, con il coinvolgimento quindi nella crisi libica anche dello Stato ebraico, che secondo alcune informazioni sta già aiutando Haftar.
 
 Di fronte all’offensiva di Haftar, Ankara ha minacciato l’invio di proprie truppe, una mossa che rischierebbe di creare una frattura all’interno della NATO (cui aderiscono sia Atene che Ankara) e forse un intervento diretto dell’Egitto. Si tenga infine conto che un migliaio di mercenari russi sono presenti in Libia in appoggio ad Haftar. Se l’invio di truppe turche al momento sembra improbabile, la Turchia (che ha però già da tempo dispiegato propri droni armati in Libia in appoggio a Tripoli) sta inviando alcune migliaia di ribelle siriani in sostegno a Serraj. (secondo l’account Twitter di Italian Politics “venerdì 27/12/2019 ci sono stati ben 5 voli da Istanbul per Tripoli. Se pensate che sulla tratta Roma-Parigi (!) sono 10 e sulla Roma-Londra 9...”).
 
Haftar a sua volta ha nelle sue file alcune migliaia di mercenari ciadiani e sudanesi (oltre a quelli russi che servono in posizioni di comando e di gestione degli armamenti più sofisticati), e può contare sull’appoggio di “consiglieri” francesi, e di droni e a aerei emiratini ed egiziani, oltre a forniture continue di armi e munizioni in barba all’embargo dell’ONU.
 
Al momento il confronto in atto sembra finalizzato alla spartizione delle sfere d’influenza in Libia (ma forse in tutto il Nord Africa) tra Russia, Turchia ed Egitto. Mosca ed Ankara hanno già accordi simili in Siria, che potrebbero servire da modello per il teatro libico. L’Unione Europea ha annunciato l’invio di una missione di mediazione con la partecipazione del nostro Ministro degli Esteri. Ma per potere incidere realmente occorre dispiegare forze militari sul terreno, come abbiamo visto hanno fatto o stanno facendo gli altri protagonisti della crisi. L’Italia ha un ospedale da campo a Misurata, difeso da una forza di militari tricolori, che rischia però di essere presa in mezzo ai combattimenti. La stessa politica europea è condizionata dalle divisioni interne ad esempio tra Roma, Parigi e Berlino (che sta cercando di definire una propria politica mediterranea e africana autonoma dalla Francia). Il ritiro strategico americano dal Mediterraneo, avviato sotto Obama e proseguito con Trump, ha resuscitato le velleità di potenza di Stati grandi e piccoli dell’area. Occorre dunque una grande conferenza sul Mare Nostrum che riunisca tutti gli attori interessati al destino dell’area per cercare la stabilità di questo mare così importante per l’umanità.   
 

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