Dopo la sentenza della corte

Lunedì, 30 Settembre, 2019

La sentenza della Corte Costituzionale di due giorni fa segna certamente un tornante nella storia costituzionale e morale del nostro paese. Una valutazione del suo contenuto e ancor più delle sue implicazioni appare difficile nel momento in cui il ritorno prepotente della polarizzazione radicale fra favorevoli e contrari ad ogni forma di eutanasia schiaccia il pronunciamento dei giudici su una presunta liberalizzazione del diritto al suicidio assistito e impedisce invece di cogliere il punto di partenza da cui muove il ragionamento della Corte. Occorrerebbe la prudenza di attendere la pubblicazione integrale della sentenza per cogliere la ratio della decisione presa e nel frattempo limitarsi a constatare che la corte non apre la strada alla eutanasia ma, nel caso specifico di Dj Fabo, riconosce circostanze che implicano una diversa interpretazione dei termini previsti dalla legge che punisce l'istigazione e l'aiuto al suicidio.

Nel fare questo la sentenza richiama però alcuni principi la cui portata va al di là del singolo caso e della questione della eutanasia e suona piuttosto come una chiamata ad un maturo esercizio di responsabilità da parte non solo dello Stato ma del corpo sociale come dei singoli cittadini. La sentenza spiega infatti che non è possibile chiedere alla legge di scendere a normare ciò che non le compete, ossia la coscienza e le sue scelte. La quale tuttavia non resta un assoluto isolato ma viene esercitata dentro un contesto di relazioni che chiama alla responsabilità così che, se è vero che la vita e la morte non dovrebbero essere nella disponibilità dello stato, il loro dipendere dalle scelte individuali richiede l'esercizio di una intelligenza etica che nasce dalla relazione, cioè dalla dimensione della umanità.

L'idea che esista un limite al ricorso alla legge, che lo Stato non abbia titolarità sulla dimensione della coscienza e dei diritti ma sia chiamato a servirla, sono elementi forse dimenticati in un tempo come il nostro nel quale alla politica si continua a chiedere di essere fuori dall'economia ma contemporaneamente ci si aspetta dalla politica una soluzione per ogni problema.

 Rispetto a questa sorta di deresponsabilizzazione collettiva la sentenza della Consulta evidenzia un vuoto che prima che politico è sociale, culturale ed etico e può essere colmato non certo da una visione 'mercantilista' dei valori, dove ciascuno può costruire il proprio libero e valido sistema di riferimento. Quello che la corte restituisce è piuttosto uno spazio di possibilità che tanto lo stato quanto le altre realtà che operano nella dimensione pubblica sono chiamate ad articolare. Per fare questo non servono conflitti ideologici ma una dialettica di intelligenze e di umanità che dimostra, come ricorda la sapienza teologica cristiana, che la dignità della persona umana sta nella capacità di autodeterminarsi: quella libertà che rappresenta la verità dell'uomo e che si apprende ad esercitare nella palestra della vita.

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