
COMUNICATO STAMPA
sul referendum del 22 e 23 marzo
Il referendum che si celebra il 22 e 23 marzo non ha un valore solo tecnico. La scelta di modificare gli articoli della Costituzione che definiscono l’ordinamento giudiziario e nello specifico la struttura di autogoverno della magistratura è il frutto di un percorso di elaborazione politica che risponde alle istanze di una parte delle forze politiche italiane e che risponde ad una precisa lettura di come si siano evoluti i rapporti istituzionali in seno alla Repubblica negli ultimi trent’anni.
A partire dalla metà degli anni Novanta, dentro il quadro di una democrazia nella quale il sistema maggioritario e il confronto fra coalizioni opposte è stato interpretato in ragione dell’idea semplicistica che i vincitori delle elezioni hanno il diritto (più che il dovere) di governare senza interferenze, è venuta maturando una rappresentazione della magistratura come un ostacolo alle legittime scelte delle maggioranze parlamentari. Questa riforma è del resto figlia della convinzione, ribadita anche nei vari passaggi di questa riforma e poi nelle settimane di campagna referendaria, che occorra “ri-equilibrare” i poteri dello Stato e che questo vada fatto per dare libertà all’agire politico.
Una simile lettura della vicenda italiana degli ultimi decenni dipinge il nostro Paese come una “democrazia malata”, segnata da un conflitto strutturale fra i poteri dello Stato, in cui la magistratura opera contro il Parlamento e il Governo. Tutto questo non risponde alla verità delle cose e alla realtà di un paese segnato sì da una crisi, ma tutta politica e che si è giocata e continua a giocarsi per lo più sul piano di una fragilità culturale e di una incapacità dei partiti di essere luoghi di elaborazione che alimentano il discorso pubblico.
Di questa profonda debolezza culturale e politica è espressione proprio questa riforma. La “separazione delle carriere”, che è diventata una sorta di slogan con cui si cerca di riassumere la natura di questa proposta di modifica della Carta, non incide sui problemi strutturali del sistema giustizia. La lentezza dei processi, la mancanza strutturale di personale tanto fra i magistrati quanto fra i funzionari di tribunali e palazzi di giustizia, il bisogno di elaborare strumenti adeguati a rafforzare l’azione di contrasto alla criminalità, non trovano risposta nel testo sottoposto all’approvazione o al rifiuto degli elettori. Piuttosto si opta per una modifica del sistema di governo della magistratura, dividendo l’ordine della magistratura attraverso la creazione di due CSM in una logica che sembra riflettere quella del divide et impera. Se l’obiettivo perseguito fosse stato davvero e soltanto la separazione delle carriere fra magistratura requirente e giudicante, come auspicato da molti, sarebbe stato sufficiente seguire l’indicazione della sentenza della Corte costituzionale che aveva chiarito come questo obiettivo non sia incompatibile con l’attuale assetto fissato nella Carta.
C’è infine un ulteriore aspetto di cui tener conto. La vicenda sottesa a questa riforma, se letta dentro la storia costituzionale degli ultimi anni, dice di una crisi profonda della “politica costituzionale” nel nostro paese. Per decenni, dopo la nascita della Repubblica, l’art. 138 che norma le procedure di revisione della Carta e fissa la maggioranza dei 2/3 per l’approvazione da parte del Parlamento in modo da evitare il referendum confermativo era sempre stata interpretata come un limite da rispettare. In quei 2/3 le forze politiche avevano visto il monito a non piegare le norme costituzionali a logiche di partito o di coalizione e a prendersi cura della Costituzione e con essa della Repubblica come luogo di tutti e casa del popolo italiano. Di quella logica, che per quasi cinquant'anni ha permesso all’Italia di veder crescere la democrazia e il suo tessuto sociale, oggi sembra rimanere ben poco per l’irresponsabilità di una classe dirigente, dell’uno e dell’altro schieramento, che ha preferito fare anche della Carta un terreno di scontro politico.
Di fronte ad un tempo in cui la democrazia conosce una crisi profonda tanto in Europa come negli Stati Uniti, servirebbe forse tornare a restituire alla Costituzione il posto che le spetta nel quadro della nostra convivenza civile e politica. Non per farne un’icona o un oggetto intangibile. Anche la Carta può essere, e lo è stata anche recentemente, aggiornata e sviluppatag. Vi è però il bisogno di farlo dentro uno spirito costituente che è autenticamente politico e che richiede un coinvolgimento largo delle forze politiche rappresentate in Parlamento e non – come è avvenuto per la riforma Nordio – blindando un testo presentato dal Governo senza neppure prendere in considerazione anche uno soltanto degli emendamenti presentati dalle opposizioni e dalla stessa maggioranza. Uno spirito che è la base di quel senso politico comune che ci rende un popolo che cammina con gli altri popoli europei e che cerca di costruire con loro quella casa comune che fatta di democrazia, di doveri e diritti, della possibilità di un futuro di pace. La scelta di esprimere un NO al prossimo referendum ha dunque un intento propositivo e cioè quello di ricostruire un senso di appartenenza alla Repubblica e di responsabilità per il suo sviluppo in questo tormentato inizio di XXI secolo.
Roma, 28 febbraio 2026











