
Una proposta per l’Europa
La rottura attuale degli assetti internazionali si presenta come una cesura storica, a motivo la messa in discussione radicale dell’ordine che da quasi ottant'anni reggeva le relazioni internazionali. L’ordine internazionale, che era nato dalla Seconda Guerra Mondiale e che poi è stato profondamente modificato dagli orientamenti politici che si sono affermati negli anni Ottanta, era imperniato sulle Nazioni Unite come strumento di “democratizzazione” delle relazioni fra gli Stati. Una serie di istituzioni internazionali era stata pensata e costruita a tutela delle relazioni economico-sociali (Banca Mondiale, ordine di Bretton Woods), mentre l’assetto territoriale dei singoli Stati era stato definito e garantito dalle grandi potenze, come accaduto per l’Europa con l’Atto Unico di Helsinki nel 1975. Gli anni Ottanta hanno segnato un orientamento “neo-liberale”, che insisteva su una progressiva disarticolazione del rapporto fra politica ed economia anche su scala planetaria, cui si allineò anche la sinistra. Le crepe hanno iniziato ad emergere già negli anni Novanta del XX secolo, quando cominciavano a prendere forma in modo sempre più marcato, anche nelle aree dell’Est Europa, del Medio Oriente e del Mediterraneo, linee politiche caratterizzate da un intreccio di nazionalismo e in certi casi radicalismo religioso. Si trattava di proposte politiche che poi hanno acquistato forza a partire dal primo decennio di questo secolo, da un lato a motivo dell’emergere dei limiti della “globalizzazione” come modello politico ed economico e dall’altro per l’incapacità delle istituzioni internazionali di prevenire, contenere e risolvere i conflitti.
Per l’Europa, l’evoluzione di questo scenario pone oggi sfide cruciali, che investono le sue radici e la sua stessa ragion d’essere come realtà politica. Il processo storico-politico che ha portato alla costituzione della UE ha la sua radice in un’idea che si pone come una alternativa netta alla guerra, ossia nell’idea che la pace si possa fare e mantenere delineando una cornice istituzionale nella quale salvare il valore degli Stati nazionali e della loro democrazia. In questo senso l’UE ha la necessità di operare affinchè si affermi un contesto di relazioni che non si basano sulla politica di potenza imperiale bensì su strategie non violente fondate sul dialogo e la cooperazione, perché è in quelle relazioni che essa riesce a dare compimento ai suoi principi e ai suoi valori.
Un’ Europa protagonista in politica estera
Il quadro lacerato che si presenta oggi nelle grandi aree vicine all’Unione (Est Europa, Medio Oriente, Africa), richiede un approccio fondato sulla lucida coscienza storica e politica che i conflitti che si sono prodotti e si sono sedimentati rendono difficile pensare ad un ritorno all’ordine precedente. Occorre uscire dalla logica degli “imperi” che si sta imponendo quale giustificazione delle aspirazioni di alcune élites o dei governi attraverso l’evocazione di dati culturali profondi e identitari di interi popoli. Occorre oggi da parte dell’Europa uno sforzo di tessitura di visioni di lungo periodo, che siano capaci di delineare non solo la sospensione o la fine dei conflitti armati, ma una cornice politica di sviluppo, nella quale le tensioni possano essere governate. In particolare, il contesto nel quale siamo calati chiede di misurarsi con alcune sfide specifiche. Occorre porre la questione di un rapporto con la Russia e con i paesi a Est dell’UE, che sia su un piano di reciprocità e che però ponga la condizione dell’abbandono dello strumento militare per la determinazione dei rapporti fra Stati all’interno dello spazio europeo. È necessario poi definire una chiara politica dell’UE per il Mediterraneo. In questa cornice è essenziale una presa in carico da parte dell’UE di un ruolo di promozione della pacificazione fra Israele e Palestina, nell’area del Libano, della Siria e dell’Iran. L’UE ha la responsabilità di riunire tutti gli attori interessati (dalla Turchia all’Egitto, da Israele ai rappresentanti politici della Palestina, dai paesi del golfo all’Iran) per lavorare ad un piano di stabilizzazione della regione che dia garanzie di sicurezza ma anche di sviluppo e cooperazione a beneficio dei popoli di quei territori. Vi è infine l’urgenza di una strategia politica per l’Africa che esca da limiti e condizioni difficilmente accettabili da parte degli interlocutori. Occorre perseguire l’obiettivo di favorire uno sviluppo umano di quelle aree per vie rispettose della libertà di ciascun Paese e di tradurre un’umanizzazione della vita sociale nelle proprie forme. Si tratta di qualcosa che può essere raggiunto dall’Europa solo se saprà agire unitariamente attraverso la creazione di istituzioni comuni che gestiscano assieme fondi e investimenti finalizzati alla cooperazione. Soprattutto occorre lavorare a stringere forti legami sul piano delle istituzioni di alta formazione e universitarie, dove prendono forma le classi dirigenti del futuro.
L’esigenza di perseguire questi obiettivi in uno scenario così profondamente mutato e incerto richiede uno sforzo di evoluzione dell’assetto interno dell’UE. Occorre che le istituzioni comunitarie abbiano la forza e il mandato chiaro a sviluppare queste politiche che sono nell’interesse di tutti i Paesi dell’Unione. Serve dunque arrivare ad affidare la gestione della politica estera e di difesa a “Ministri europei”, responsabili di fronte al Parlamento europeo. A questo va unito un ripensamento delle spese per la difesa dentro una cornice nella quale l’esigenza di protezione non sia solo concepita in termini militari nazionali. L’integrazione delle forze armate dei Paesi europei ha il vantaggio di ridurre, su scala continentale, le spese militari, rendendole però più efficaci anche in termini di sviluppo tecnologico. Questo richiede che anche la gestione dell’industria militare abbia un coordinamento europeo e che sia posta nella cornice di indirizzo che viene dalle istituzioni dell’UE. Gli investimenti della difesa, così concepiti, liberano risorse per le politiche di integrazione sociale e soprattutto per nuovi investimenti massicci in programmi di cooperazione e sviluppo verso aree che necessitano di politiche di pacificazione.
In questo scenario si rende ineludibile il compito di affrontare il problema di delineare un assetto diverso dei rapporti con gli Stati Uniti, alla luce di un quadro nel quale la divergenza di interessi ha conosciuto un’accelerazione fortissima con la presidenza Trump. Serve costruire un rapporto con l’altra sponda dell’Atlantico che tenga fermo il valore della comune radice democratica e però si ponga su un piano di compiuta reciprocità, in ragione di una piena assunzione di responsabilità politica da parte dell’UE.
Un nuovo assetto di un’Europa che sceglie di confermare la via della democrazia per la pace
Questa dimensione operativa, sul tema del ruolo che l’Unione deve assumere nella costruzione di un nuovo ordine mondiale e sulla volontà di essere un elemento non solo di stabilizzazione delle relazioni internazionali ma di promozione di politiche di pace, pone in modo evidente il problema di ripensare in profondità il progetto europeo per dargli nuovo respiro. L’efficacia di azioni politiche negli ambiti sopra citati impone infatti di dare all’Unione istituzioni autorevoli e dotate del potere democratico adeguato ad assolvere a questo compito. Tutto questo rende urgente porre il problema dell’integrazione differenziata, l’Europa a più velocità in attesa della revisione dei trattati, su alcuni punti specifici, a cominciare dal voto all’unanimità in seno al Consiglio Europeo. Per poter assumere un ruolo internazionale adeguato, l’Unione ha bisogno di pensare le sue politiche in una logica di rafforzamento di sé come luogo di pratica della democrazia. Questo significa anche tornare a dare centralità ad una serie di temi che riguardano la coesione sociale interna, a partire dallo sviluppo dei contenuti del Pilastro Sociale Europeo, per arrivare ad una politica fiscale che sappia individuare il perimetro di materie e aspetti rispetto al quale, in una logica di sussidiarietà, si arrivi a fare dell’Unione Europea un soggetto capace di usare la leva fiscale per implementare politiche lungimiranti in aree strategiche: solo una riforma fiscale europea consente la tassa sui grandi patrimoni, carbon tax, web tax, tassa sulle transazioni finanziarie, eguaglianza fiscale fra tutti i cittadini europei).
Spesso si riscontra una predilezione per un'Europa intesa principalmente come grande area di libero scambio piuttosto che come un'unione politica federale sempre più coesa. Ma le trasformazioni internazionali impongono all’Unione Europea di trovare internamente un respiro nuovo per riprendere il cammino verso la realizzazione di una Comunità, che ha il diritto e dovere di esistere, di contare, senza paura di dover dipendere da qualcosa/qualcuno o di doversi difendere da qualcun altro. In questo modo l’Europa può diventare davvero Potenza di Pace.
COORDINAMENTO NAZIONALE DI ARGOMENTI 2000











