
INTERVISTA AD ANTONIO FLORIDIA
Prof. Antonio Floridia, scienziato della politica, studioso di Rawls e Habermas e osservatore puntuale dello scenario politico italiano, nonché sostenitore della democrazia deliberativa (il nostro sito ha pubblicato una recensione del suo libro sull’argomento)
ANTONIO FLORIDIA è stato dirigente dell'Osservatorio elettorale e del Settore "Politiche per la partecipazione " della Regione Toscana. Tra le sue pubblicazioni, Un'idea deliberativa della democrazia (Il Mulino, 2017) e PD: un partito da rifare? (Castelvecchi, 2022). È stato presidente della Società italiana di studi elettorali, dal 2014 al 2017
- La democrazia è davvero in crisi? Che scenari si presentano in Europa e nel resto del mondo? Sono realistici i rischi di ordinamenti autoritari di democrazie cosiddette “illiberali”?
Parlare di “democrazie illiberali”, sebbene sia un’espressione sempre più spesso usata, è assolutamente improprio: a meno che non si ritenga sufficiente il semplice fatto che un assetto istituzionale preveda una qualche forma di elezione. Ma la democrazia si definisce per molte altre cose: uno stato di diritto, la separazione e la divisione dei poteri, il pluralismo politico, una piena libeertà di espressione ella sfera pubblica. Va combattuta fermamente l’idea che una qualche “investitura popolare” diretta di un “Capo” possa essere definita democratica: è altra cosa, si chiama plebiscitarismo. E’ la democrazia liberale, sotto attacco; o per meglio dire sono sotto attacco i principi del costituzionalismo liberale e democratico: e le minacce non vengo solo dalle autocrazie, ma oggi dal cuore stesso di quello che, per pigrizia, continuiamo a definire “Occidente”
- Il centrosinistra si mostra in affanno: è solo un problema di personalismi o di effettiva mancanza di una visione unificante? Cosa potrebbe essere il centrosinistra?
Il problema del centrosinistra non sono i personalismi, se con questo intendiamo le ambizioni di questo o quel leader politico: il problema nasce dalla debolezza di un progetto di cambiamento per la società italiana, la proposta di un uovo modello di sviluppo, che sia nello stesso tempo credibile, ma anche radicale: che sappia cioè veramente andare alle radici dei mali strutturali della società italiana: una società che vede da un quarto di secolo la stagnazione dei livello di produttività, vede un’ipertrofia di lavoro autonomo e micro-autonomo che per sopravvivere conta troppo sull’elusione e l’evasione fiscale e sulla compressione dei salari: una società priva di speranze nel futuro, come dimostra il bassissimo livello di natalità e la fuga dei giovani all’estero. Per affrontare tutto questo ci vorrebbe un grande respiro politico-strategico, che però manca ai vari protagonisti, e in primo luogo al partito più forte, il PD: un vuoto, occorre però subito aggiungere, che non è storia recente, è un qualcosa che il PD si porta dietro dalle origini
- Alcuni ci chiedono: che cosa è oggi il PD? E soprattutto: perché e come si è allontanato dal progetto iniziale che poteva avere una sua validità come risposta culturale e politica a questa stagione?
Ecco, il punto è proprio questo: è difficile dire cosa sia il PD! Non si può dire che sia “solo” un partito di sinistra, ma non si può dire nemmeno che sia “centrosinistra”: perché questa è un’etichetta sfuggente, che si presta ad essere applicata ad una coalizione, non ad un singolo partito. Il Pd è stato pensato come partito “post-ideologico”, ma di fatto si è rivelato sempre un partito dall’identità debole, fluttuante, affidato di volta in volta al segretario pro tempore, e agli orientamenti di massima che questi esprimeva. Ma non si può prospettare un progetto per la società italiana, se non si ha una visione del mondo e un’identità politico-culturale. Le culture “fondatrici” del Pd, tutte, sono rimaste sullo sfondo, sempre più evanescenti e ininfluenti
- Il nostro sito aveva pubblicato un suo testo (Come rivitalizzare le culture politiche democratiche del PD | Argomenti 2000): è cambiata la situazione? Cosa si potrebbe fare?
No, la situazione non è cambiata: non si può dire che il Pd non sia un partito pluralista, tutti dicono quello che vogliono (anche troppo!), ma questo pluralismo non diviene produttivo, non si traduce in una vera ricerca comune. La famosa “ricchezza” che dovrebbe venire dal pluralismo rischia di rivelarsi oramai una frase vuota, puramente retorica. All’attuale segretaria del PD va dato il merito di aver “messo in sicurezza” il partito, rispetto al baratro in cui stava precipitando dopo le elezioni del 2022, e che nasceva da molti anni di declino (sei milioni di voti persi dal 2013 al 2022: un salasso del genere ha pochi precedenti nella storia elettorale); ma poi l’azione di Elly Schlein si sta rivelando debole proprio sul terreno che indicavo prima: è mancato un forte impulso ad una nuova elaborazione collettiva, ed è mancato anche un qualche avvio della riforma del modello organizzativo e del modello di democrazia interna, che si stanno rivelando gravemente inadeguati: il Pd è un partito in cui si discute poco e male, e in cui poi anche le decisioni, alla fine, proprio per questo, si rivelano spesso poco legittimate. Vale anche per il partito quello che si diceva sopra: non basta di per sé l’investitura diretta del leader (chiunque esso sia) per poter parlare di “democrazia”. L’unico modo per uscirne è fare un vero congresso (non le “primarie” alla solita maniera), in cui tutte le opzioni strategiche e le visioni culturali possano finalmente misurarsi. Francamente, non se ne può più, e anche l’immagine complessiva del partito ne risente, di una situazione in cui, ad esempio sulla politica estera e il riarmo, ci sono posizioni evidentemente inconciliabili
- In questo periodo vanno nascendo più iniziative rivolte a mettere in campo una proposta politica che potremmo dire centrista. In qualche caso si vuole abbinare questa collocazione con l’ispirazione cristiana o con una sorta di moderazione o di riformismo: si tratta di vocaboli e di concetti diversi su cui forse sarebbe utile chiarire. Cosa pensa di proposte come quella di “Casa riformista”, o di “Demos”, di “Insieme”, o di iniziative come la “Rete di Trieste”. Pensa che abbiano una utilità?
Il punto è questo, e bisogna decidersi. Molti ricordano con rimpianto l’esperienza dell’Ulivo, ma vorrei ricordare a tutti che l’Ulivo era una coalizione di forze diverse, non era il partito unico del centrosinistra: anzi, i problemi sono cominciati quando si è cominciato a pensare al Pd come al partito “unico” del centrosinistra. Oggi è evidente - salvo istinti suicidi che si possono sempre mettere in conto – che serve una nuova coalizione, e molto ampia. Quindi, la mia opinione è che, faticosamente, stia prendendo corpo questo nuovo assetto coalizionale, che per funzionare ha bisogno di un “centro” (che è il Pd), di una sinistra (AVS e il M5S), ma anche bisogno di un’ala moderata, con la sua autonomia. Il PD, oramai è chiaro, non può recitare tutte le parti in commedia: così com’è oggi, non parla né al centro né a sinistra. Dunque, si pone un problema di scelta per le aree interne al Pd che si considerano “centriste”: forse sarebbe un bene per tutti, e non sarebbe nulla di drammatico prenderne atto: in un grande partito va benissimo il pluralismo, ma fino a quando ancora esistano visioni con una base condivisa. Il PD, a mio parere, deve restare un partito pluralista, ma nell’ambito di un’identità di sinistra, al cui interno, oltre alle tradizioni del socialismo, abbia un grande ruolo la cultura cattolica di sinistra. I cattolici che si pensano e si considerano “centristi” o moderati, hanno un grande spazio: ma serve davvero pensare che questo debba essere trovato dentro il PD? E’ un tema spinoso, ma prima o poi questo nodo dovrà essere sciolto: ed un vero congresso sarebbe la sede migliore per affrontarlo. Tenendo conto di una variabile fondamentale: con l’attuale sistema elettorale, ma anche con quello a cui – si dice – sta pensando la destra – non ci sarà spazio per nessun “terzo polo” autonomo.
- Come associazione abbiamo promosso più riflessioni sulla crisi della democrazia rappresentativa. Stiamo indagando il filone della democrazia deliberativa, ovvero argomentativa, in cui i cittadini e le cittadine sono vivere bene in arene partecipative: a che punto sta la democrazia deliberativa in Italia?
Sta male: esistono varie esperienze positive che, bene o male, vanno avanti, ma nel complesso non c’è certo un clima politico e culturale “ospitale” e incoraggiante. Nel complesso, tutto il ceto politico è prigioniero di una routine in cui c’è poco posto per la partecipazione politica dei cittadini. L’unico spazio promettente rimane quello dei Comuni che, in vari casi, riescono ancora a costruire un reale coinvolgimento dei cittadini nella costruzione delle decisioni collettive o nella gestione dei beni comuni: ma rischiano di essere esperienze sempre più isolate, per di più trattate con aria di sufficienza dalla “politica che conta”, e che spesso continua a seguire vie poco trasparenti
- Nella primavera scorsa, insieme alle ACLI, Argomenti2000 ha promosso una raccolta di firme su due leggi di iniziativa popolare per affermare la democrazia nei partiti e più in generale nella partecipazione politica; l’attenzione era rivolta soprattutto a cambiare la forma partito e a favorire la partecipazione democratica. La raccolta firme non è andata a buon fine, forse anche per un nostro difetto organizzativo, resta il fatto di una sordità dei cittadini verso questi temi. Ormai prevale l’indifferenza, la disaffezione. Cosa si potrebbe fare per rilanciare l’iniziativa?
E’ chiaro che il cattivo esempio viene sempre dall’alto: se non si crede alla partecipazione, se non la si promuove seriamente, perché mai dovrebbero crederci i cittadini?











