LA TESTIMONIANZA ORIGINALE DI FRATEL ENZO

Mercoledì, 2 Settembre, 2026

Enzo Bianchi è senz’altro una tra le voci più significative della lunga stagione del post Concilio che la Chiesa ha attraversato in Italia. La sua figura è legata in modo profondo ad un itinerario ecclesiale che non è stato né soltanto individuale né puramente istituzionale. Il cammino di Bianchi dentro e con la Chiesa italiana è stato costellato di incontri, di vite, di esperienze, di una quotidianità scandita da un’intensa ricerca personale.

Del resto è proprio lì, in una meditazione discreta e costante del Vangelo, che Enzo aveva maturato un’intuizione che darà vita ad una forma originale di monachesimo le cui radici affondano nella sua biografia. 

È a Torino, all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, mentre è iscritto all’università come studente di Economia, che inizia ad animare un piccolo gruppo di approfondimento del Vangelo, affine ai tanti che nascevano in quegli anni. Interrompe gli studi universitari e nel 1965 si stabilisce a Bose, sulla Serra di Ivrea in una cascina senza elettricità e acqua corrente per una esperienza intensa di preghiera, al centro c’è sempre il Vangelo. Dopo tre anni in solitudine, dove si conferma nella scelta di vivere da laico in fedeltà al Vangelo, viene raggiunto dai primi fratelli e dalle prime sorelle, non sono solo cattolici, vi sono anche dei protestanti. Siamo nell’autunno del 1968. Si forma così il primo nucleo di quella che sarebbe stata un’esperienza originale, da quel piccolo nucleo emerge col tempo una forma monastica originale: uomini e donne di diverse confessioni cristiane, accumunati dalla vita di preghiera, dalla comunione del quotidiano, dal celibato, dal lavoro con cui vivere, dalla dimensione ecumenica, dall’accoglienza.

Bose diviene un punto di riferimento non solo nazionale: è un luogo dove incontrarsi, dove aprire un confronto religioso, ma anche culturale e civile. A Bose si propongono iniziative e convegni cui partecipano cattolici, protestanti e ortodossi. Enzo viene invitato nelle diocesi, scrive su giornali e riviste e pubblica libri che diffondono le intuizioni dell’esperienza di questa fraternità innovativa e aiutano tanti a vivere una stagione difficile ma allo stesso tempo ricca di fermenti. Nel 1983, con la Comunità, fonda le Edizioni Qiqajon che pubblicano testi di spiritualità biblica, di studi patristici, di liturgia e non solo. Tutti strumenti per mantenere alto il confronto nel contesto ecclesiale e alimentare il dialogo con la cultura contemporanea.

Anche la nostra associazione di amicizia politica “Argomenti 2000” ha goduto dell’accoglienza di Bose e dell’amicizia di Enzo Bianchi. Ed è questo motivo di gratitudine. Oltre agli incontri personali di tanti di noi, ci siamo recati più volte a Bose, a partire dal 2007 fino al 2012, per svolgere dei momenti di studio e di confronto in una fase delicata della vita della chiesa e della società. Ed ogni volta Enzo ha accettato di tenere una conversazione sul tema che era oggetto del nostro pensare, dispensando parole sapienti e illuminanti. Dalla laicità alla democrazia, dal recupero della categoria politica della “speranza” alla riflessione critica sulle forme delle relazioni economiche, fino al ruolo dei partiti e di una democrazia che si organizza per rendere più umana la realtà che abitiamo: su tutti questi ambiti di discussione che negli anni abbiamo affrontato ospiti della Comunità di Bose, Bianchi ha portato una parola di senso, che ci aiutava a scendere in profondità, al cuore delle diverse questioni. 

Il 25 gennaio 2017 Bianchi aveva lasciato il servizio di priore, con un passaggio faticoso e doloroso per la sua Comunità e per lui stesso. Aveva lasciato Bose, dando vita, ad Albiano d’Ivrea, alla Fraternità della Madia, con la quale aveva proseguito il proprio servizio assieme ad un piccolo gruppo di fratelli. Di recente aveva scritto alla Comunità di Bose chiedendo di trovare una strada per incontrarsi e potere «morire in pace e riconciliazione». Il precipitare delle sue condizioni di salute ha impedito che si realizzasse questo desiderio che aveva trovato la disponibilità della sua primitiva comunità.

In queste ore escono tanti articoli con ricordi e riconoscimenti. Ravasi ha scritto: “Era una figura poliedrica, impossibile da incasellare in un’unica categoria accademica o ecclesiale. La fraternità era il filo conduttore della sua testimonianza”. È un aspetto della sua parabola di cristiano che dice molto della persona di Enzo. E tuttavia sono tanti i motivi che ci portano a ricordarlo con gratitudine e soprattutto a non  stancarci di percorrere quella strada di rinnovamento della Chiesa e di dialogo con il mondo che il Concilio ha autorevolmente indicato a metà del secolo scorso, che Enzo ha cercato di percorrere e che aspetta di essere intrapresa ancora oggi con convinzione da tanti cristiani anche nel nostro paese.

In un’intervista aveva dichiarato: “Siamo in un momento di depressione spirituale, culturale, civile e politica. Oggi più che mai abbiamo bisogno di un balzo di speranza…”. E proprio il tema della speranza è oggi più che mai urgente, in un passaggio storico in cui la vista del futuro sembra chiudersi e farsi quasi impossibile. Enzo, con la sua mitezza e la sua sapienza allenata alla scuola della Parola, ha sempre ricordato come essere cristiano significhi essere donne e uomini di speranza, capaci di misurare il presente sul futuro che abbiamo dinanzi. È questo un lascito profondamente spirituale e proprio per questo profondamente umano, capace di inverare anche la dimensione della politica, che per essere autentica opera di umanizzazione ha bisogno di alimentarsi di speranza. Ecco perché, ora che torna alla casa del Padre, la testimonianza di Enzo, le sue intuizioni, legate ad una esperienza di un monachesimo vissuto da laici dentro un’apertura ecumenica, la sua fedeltà alla chiesa e la sua voce schietta, aiutano a proseguire nello sforzo di compiere quel balzo di speranza che il mondo si attende.

Ernesto Preziosi