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per ridare fiato ad una rete di consenso che è diffusa
sul territorio ma …

La situazione politica italiana presenta, accanto ad elementi di novità, una pesante sensazione di stallo che la espone a più di un rischio.
Lo stallo, come sappiamo, è riferito alla mancata riforma delle istituzioni e alla invocata ma non realizzata riforma della stessa legge elettorale con cui andremo a votare, ritenuta unanimemente, persino dai suoi artefici, una legge che espropria l’elettore del diritto di scegliere chi lo rappresenta, con più di un sospetto di incostituzionalità.
Certo dobbiamo chiederci – e ritengo sia uno degli elementi che deve farci maturare una criticità non ingenua – perché non sia stata modificata neppure in questi ultimi due anni.

Nella difficile fase di ridefinizione vediamo con disappunto bruciarsi in breve tempo ipotesi – in fondo non importa neppure da che parte sorgano – che tentano di offrire esiti in cui le scelte politiche e partitiche sono precedute da una sintesi culturale. L’uscita, ad esempio, di
Alberto Monticone dal “Movimento federativo civico popolare”, che aveva preso a simbolo la rosa bianca, a seguito - come scrive lo stesso Monticone – di “un accordo al ribasso”, fa pensare circa la difficoltà che molti sperimentano di porre in essere un progetto per il futuro che inevitabilmente richiede pazienza e tempi lunghi. Qualcosa di analogo, va detto, è accaduto anche nel PD, dove la necessaria elaborazione culturale e programmatica sottesa al progetto, rischia di essere affogata nel mare tumultuoso delle consultazioni elettorali, con relative semplificazioni e con l’emergere di una forma partito che non è, come poteva essere, democratica davvero.
Lasciando sullo sfondo problematiche più generali dello scenario politico italiano, e limitandosi a considerare, in questo periodo pre-elettorale, la proposta del PD, ci sembrano opportuni alcuni rilievi.
  • Nella ridefinizione del quadro partitico collegata alla nascita del PD – che ha messo in moto, con il suo progetto, l'analoga ridefinizione del centro destra – si può notare come le proposte messe in essere, forse anche per l'accelerazione dovuta all'anticipata scadenza elettorale, rischiano di non essere adeguate a quanto la lunga transizione italiana richiederebbe.
    Manca infatti quel percorso, più di tipo culturale e di cultura politica, che possa offrire sintesi nuove a problemi evidenti e conclamati. In un contesto plurale e post-ideologico è richiesto che si metta in moto una ricerca che non si limiti a proporre alleanze contingenti o rinnovamenti di sigle, bensì punti ad una nuova sintesi politica. Questo è il percorso che ci sentiamo di condividere.
    Di qui la delusione riferita alla limitata democrazia, alla povertà di un progetto complessivo di sviluppo per il Paese e alla formulazione di proposte di candidatura che appaiono troppo contingenti.

  • Si è diffusa una certa delusione, con riferimento alla formazione delle liste ma non solo. Essa va ricondotta anche alla indeterminatezza della proposta politica. Veltroni a più riprese ha affermato, circa il PD, che non si tratta di un partito di sinistra, bensì di un partito riformista; ma quest’ultima definizione rischia di essere indefinita se applicata al quadro nazionale, se priva di indicazioni circa l’approdo internazionale ed europeo, e se combinata con liste in cui si propongono figure evocative di vari ambiti con una difficile riconoscibilità del disegno politico.
    A questo proposito, come non notare che è stato relegato sullo sfondo il disegno ulivista senza un adeguato dibattito, e che le stesse scelte vengono pronunciate dal leader senza un adeguato percorso, che una volta avremmo detto congressuale, e che comunque deve assicurare l’indispensabile partecipazione dal basso?
    È come se, specularmente a quanto accade nel centro-destra, si assistesse ad una concessione eccessiva ad esigenze mediatiche a scapito di quella elaborazione di una cultura politica, ancora più necessaria in un contenitore che esplicitamente intende “mescolare” componenti culturali e politiche di diversa provenienza. È esattamente di questa sintesi politica che si vede la mancanza. Fin qui, il PD non ha dato testimonianza di una politica che progetta. Sebbene sia parzialmente possibile giustificare questa dinamica con l’accelerazione degli eventi elettorali, appare altrettanto necessario non lasciar passare inosservato questo quadro e ritornare a sollevare la questione del “progetto partito”, dopo quella della “forma partito”. Altrettanto andrà fatto per la questione democratica.
  • Le difficoltà di cui si è detto, infatti, si sono rese palesi in modo esplicito nella formazione delle liste. L’antidemocraticità della vigente legge elettorale, criticata ma poi utilizzata senza quei correttivi che la renderebbero in qualche modo più accettabile, danno luogo ad una singolare aggregazione di candidati dove si nota la ricandidatura di un numero maggiore di parlamentari rispetto alla quota fissata con riferimento ai tre mandati; la presenza di un grande numero di candidature mediatiche ed evocative più che rappresentative di mondi vitali; la presenza inopportuna di candidati espressione neppure dell’organizzazione del partito, ma delle segreterie particolari di singoli esponenti. In tutto ciò, nonostante la vocazione a proporsi come nuovo, il PD ha replicato le dinamiche difettose del partitismo leaderista o quelle oligarchiche delle segreterie centrali.

  • Sempre con riferimento alle liste, emerge un tema che risulta già problematico nella impostazione plurale del partito, ma che si mostra nella sua criticità in maniera ancora più evidente nella formazione delle liste stesse. Ci riferiamo alla questione cattolica, che sotto questo specifico aspetto potrebbe essere così riassunta: vi sono almeno tre/quattro componenti riconducibili sotto questo profilo. In primo luogo, con un peso e una riconoscibilità maggiore, i cosiddetti teodem che si avvantaggiano, per l’atteggiamento avuto nei mesi passati, di un sotteso riconoscimento della Gerarchia che ha loro consentito di affrancarsi, rispetto alla consultazione di due anni fa, dal protettorato rutelliano per divenire interlocutori privilegiati del partito in quanto tale che, non a caso, li ha inseriti in posti di rilievo nelle liste. Una seconda componente è quella che si riferisce a quanti provengono dall’esperienza popolare e che, come hanno fatto nel recente convegno romano, intendono definirsi cattolici democratici. Evidente in proposito l’interesse non tanto ai contenuti, quanto all’essere pesati ed ottenere rappresentanza proporzionale nei vari incarichi e nelle candidature. Si tratta in qualche caso di esponenti compatibilmente adeguati alla definizione di cattolicesimo democratico, ma che non hanno avuto nella realtà politica il coraggio sufficiente per operare scelte conseguenti. Insieme, si conta un numero più elevato di persone, che potranno al massimo avere orecchiato qualcosa del filone cui si riferiscono, ma che si dispongono in prevalenza a misurarsi con la presenza rilevante diessina ricavando, nel confronto, qualcosa in termini di rendita di posizione.
    I cristiano-sociali hanno nei giorni scorsi dato vita ad una nuova sigla, in occasione delle liste: questa componente ha subito un ridimensionamento nelle candidature, in parte poi rimediato. Si tratta di un passaggio comprensibile: essendo stata la componente interna ai DS, è come se fosse stata conteggiata nella quota diessina; resta da vedere quale esito avrà per questa componente la difficoltà vissuta al momento della formazione delle liste.
    Infine, se si eccettuano coloro, e non sono pochi, che già in precedenza facevano riferimento ai DS senza ulteriori articolazioni, rimane una componente in cui anche noi ci dovremmo trovare: ci riferiamo a quanti incarnano una mentalità cattolico-conciliare, avendo assimilato la lezione dell'autonomia delle realtà terrene, che prelude ad un corretto rapporto fede-politica – in termini di scelta religiosa e di mediazione culturale – e ad un rapporto chiesa-mondo visto nella luce della laicità.
    Quest'ultima componente è per vari motivi la più debole; sconta infatti in questo momento una delicata fase del percorso ecclesiale e rischia di essere vista con diffidenza dalle gerarchie; considerata meno efficace nella difesa dei valori perché troppo dialogica, e presa meno in considerazione in una logica di captatio che sovrintende anche la formazione delle liste ...
    Questa componente non ha dalla sua alcun legame organizzativo anche se dovrebbe rappresentare, pur nel logoramento del termine, il nucleo vero e creativo di un cattolicesimo democratico che si collochi nel contesto presente e futuro. Così come, va detto, sta uscendo penalizzata la componente che si richiama ad un cattolicesimo sociale. Aspetti di incertezza contenutistica sono riconoscibili anche nella cosiddetta
    componente in senso stretto prodiana anche se, com'è noto, in quel caso viene espunto esplicitamente ogni riferimento alla questione cattolica. Ponendosi di fronte al quadro che si è creato con le primarie è possibile che tale componente trovi spazio e visibilità nella cosiddetta area “bindiana” piuttosto che altrove, a patto che questa intenda esplicitamente rappresentare e coltivare questo filone.

  • In sostanza rischia di essere appannato il progetto complessivo che abbiamo chiamato ulivista e verso cui si era incamminato una parte dell’elettorato italiano (dandone segnali più che positivi in occasione delle due primarie), a vantaggio di un contenitore piuttosto indistinto in cui, come appare anche dalla formazione delle liste, prevalgono i pesi delle correnti partitiche precedenti, con un oggettivo indebolimento di una presenza di credenti non cooptati con il solito sistema dello specchietto per le allodole ma contenutisticamente attrezzati, saldamente ancorati ad un tessuto associativo di base, ed anche per questi motivi capaci di interloquire laicamente nella costruzione di una nuova sintesi politica. Sono temi importanti su cui vorremmo porci come piccolo punto di coagulo, offrendo la possibilità, che sollecitiamo, di firmare un breve testo.

Alla luce di queste considerazioni è evidente la necessità di:
  • a) mettere a fuoco la nostra proposta associativa, rilanciandone il servizio in un momento in cui potrebbe essere percepito come particolarmente utile per quel lavoro di elaborazione culturale e di sintesi politica di cui si è detto;
  • b) proporre da subito il seminario-convegno di Bose Ivrea (già fissato per il 28-29 giugno p.v.), dando appuntamento fin d'ora a quanti ritengono che non si possa smettere di alimentare una riflessione seria sul senso della laicità e su un certo modo di concepire e di fare la politica, modo che è stato e che è ancora di molti, ma che stenta a trovare una rappresentazione politica credibile e riconoscibile;
  • c) promuovere un eventuale raccordo tra vari “mondi” culturali (associazioni di cultura politica, riviste, ecc) vicini a questa impostazione e a queste tematiche, ma allo stesso tempo sempre più isolati e meno incisivi. Si tratterebbe di elaborare e portare avanti proposte legate all’agenda politica del Paese;
  • d) offrire la disponibilità fattiva della nostra rete associativa e del sito per occasioni di elaborazione di contenuti politici su temi urgenti ed emergenti. Nella convinzione che i punti di incontro vadano trovati sui contenuti e che non si possa rinunciare ad una paziente costruzione dal basso.
Ernesto Preziosi, Daniela Storani, Gianni Saonara

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