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Oltre le paure un futuro aperto
nota politica di Ernesto Preziosi

Lo sguardo al Paese ci offre una visione contraddittoria.
Il rapporto Censis descrive un’Italia come società impaurita ma allo stesso tempo pronta ad una svolta pari a quella realizzata tra il 1945 e il 1975. Un’Italia insicura, in crisi di prospettiva, che chiederebbe alla politica di fare la sua parte ma che è disposta ad accontentarsi di un po’ di fumo mediatico. Il 2008 è stato l’anno delle “piccole e grandi paure”: rom, rapine, microcriminalità, bullismo, lavoro che manca o è precario, perdita del potere di acquisto, riduzione dei consumi, rate del mutuo da pagare. Accanto alle 81.000 famiglie che non riescono a rispettare le scadenze del mutuo, sono milioni gli italiani che si sentono a rischio “default finanziario” perché non coperti da risparmi, con spese e debiti troppo elevati. Del resto il 71% degli intervistati dal CENSIS pensa che il terremoto dei mercati possa avere ripercussioni direttamente sulla propria vita e il 41,7% è sicuro che l’Italia uscirà male dalla crisi. La paura di non farcela c’è ed è trasversale. Attanaglia giovani, anziani, donne e uomini che vivono in ogni area del Paese. E viene moltiplicata perché si aggiunge ai timori, reali o soltanto indotti, che riguardano la vita quotidiana: alla fragilità di tanti vissuti, al senso di dolore e di paura di molte esperienze esistenziali.

I dati della crisi quindi non solo sono immaginari ma incidono nell’economia reale del Paese e sono purtroppo destinati ad allargarsi. Dati che già oggi suonano più di un campanello di allarme.
Da gennaio a novembre sono almeno 362 mila i lavoratori finiti in cassa integrazione secondo uno studio del dipartimento settori produttivi della CGIL . In particolare, più di 200 mila sono lavoratori in cassa integrazione ordinaria, oltre 90 mila in cassa integrazione straordinaria e più di 52 mila coinvolti in cassa integrazione in deroga. Le imprese coinvolte dalla crisi sono non meno di 10 mila nei settori dell’industria, dell’artigianato e dei servizi. Situazione drammatica stando solo a questi dati, ma che è destinata ad aggravarsi nei prossimi mesi e rispetto alla quale non basta la comunicazione ben orchestrata.


“Ha ragione Brunetta”

Vi racconto una fatto che mi è accaduto di recente. Ero in un treno che giungeva a destinazione con 80 muniti di ritardo. Tra coloro che si preparavano a scendere imbufaliti per la più che probabile perdita di una coincidenza , una coppia che ha sentenziato: «Ha ragione Brunetta, sono tutti fannulloni, ma per fortuna adesso lui li sistema». Penso sia evidente a tutti come i ritardi dipendano da aspetti strutturali e come gli addetti non abbiano alcuna responsabilità nelle scelte che riguardano la manutenzione e via dicendo; ma ciò che mi preme sottolineare è il rovesciamento di mentalità che si registra nell’attuale situazione politica, grazie ad un utilizzo della comunicazione che non ha precedenti. Non si dà la responsabilità al governo così come atavicamente si era abituati a fare: “piove governo ladro!”, ma anzi il governo e i suoi esponenti sono visti come coloro che finalmente risolvono problemi e disfunzioni. Non importa se per un super spot elettorale caricano i costi della nuova compagnia di bandiera sui contribuenti o se operano tagli sconsiderati su scuole e università senza affrontare una seria riforma e, insieme, il necessario approfondimento dei problemi e il confronto con le parti sociali e l’opposizione. La colpa è sempre di qualcun altro: chi c’era prima, le sinistre ecc. E se c’è bisogno, per distrarre l’opinione pubblica, ecco le mirabolanti invenzioni quotidiane ... come ad esempio il presidenzialismo.


Verso dove andiamo

Ciò che preoccupa è l’assenza di politica. Un’assenza che rischia di far perdere persino la memoria di un modo corretto di fare politica. Come se non fosse più necessario o, peggio, fosse responsabile dei vari disastri... La situazione politica registra uno stato preoccupante con un vuoto di opposizione riempito rumorosamente dalla collocazione dipietrista. Mentre è poco riconoscibile un’opposizione ferma ma capace di formulare proposte e di parlare al Paese, di costruire rapporti veri di partecipazione.

È anche possibile che, paradossalmente, il rumore di crisi e la prospettiva di una ulteriore difficoltà nei prossimi mesi ridiano indirettamente alla politica il ruolo che le spetta. È un’evidente necessità per raddrizzare il cammino rispetto alle derive di una economia lasciata sempre più a se stessa, anzi attraverso cui si esprime il dominio di più o meno determinate centrali. Con la scusa della “fine del capitalismo” si risponde passivamente alle pressioni delle lobby, si ragiona sul breve termine a scapito degli interessi delle generazioni future, consentendo la corruzione.

Su questi temi si sono espressi negli ultimi tempi numerosi studiosi: segnalo tra l’altro di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, La crisi. Può la politica salvare il mondo? (Il Saggiatore, 2008). In un’ampia recensione sul «Corriere» (13-11-2008) Dario di Vico scrive tra l’altro che Alesina e Giavazzi ammettono che molti professori hanno sicuramente perso di vista i doveri dello Stato e sono rimasti intellettualmente intrappolati in una visione troppo lineare dell’economia di mercato. «Gli accademici talvolta non considerano – scrivono gli autori con sincero accento autocritico – la necessità di coniugare le riforme con il consenso di massa, altre volte mancano di fantasia, non vedono che il fine può giustificare i mezzi. E in un caso, almeno, hanno sicuramente preso lucciole per lanterne: quando si opposero all’ingresso della lira nello Sme».

Se richiamo questo esempio è perché lo ritengo utile ad illustrare l’urgenza e come si possa intervenire nel campo dell’elaborazione politica rispetto alla conclamata crisi, non solo economica, ma anche di proposta politica.
Come fare infatti ad alimentare un dibattito politico che prescinde dai personalismi, dalle polemiche inconcludenti sui contenitori e si rivolga alla politica, cioè metta a confronto proposte e soluzioni di problemi veri e sentiti, senza fare corto circuito?

Ci siamo fermati più volte ad osservare ciò che si muove nelle formazioni partitiche, il recente risultato elettorale abruzzese ci dice di un malessere che si aggrava: l’incapacità per il PD di rappresentare un’area propositiva del Paese. L’incapacità della politica nel suo insieme di uscire dalle sterili polemiche per affrontare i problemi con la necessaria coesione di tutte le forze politiche pur nella distinzione dei ruoli. Si conferma il Popolo della Libertà ma con un numero contenuto di suffragi, vista la bassa percentuale di votanti, fatica il centro di Casini a ritagliarsi una posizione che non sia quasi esclusivamente di testimonianza, fallisce il PD (e non è sufficiente l’attenuante del modo in cui era finita la precedente giunta) e si intravede un preoccupante voto a metà tra la protesta e il giustizialismo affidato ai modi da tribuno di Di Pietro.

Ci si deve chiedere perché fatica a partire, ma, potremmo dire, fallisce il progetto del PD?
Come più volte ci siamo detti il problema che ci interessa non è tanto il PD in sé quanto il progetto, la scommessa che lo aveva posto in essere. Se dovesse fallire avremmo con ogni probabilità bruciato un’ipotesi che, aldilà delle simpatie e propensioni di ciascuno, aveva indubitabilmente un’utilità per la chiarificazione del quadro politico.

Sta di fatto che del progetto poco vediamo, mentre è davanti agli occhi di tutti il contorcersi di una formazione ben poco amalgamata dove prevalgono personalismi e interessi per posizioni. Una sorta di partito degli eletti (cooptati) e degli eligendi, cioè di tutti coloro che, in vista ad esempio delle prossime amministrative, hanno possibilità di raggiungere questo o quel posto. Troppo poco evidentemente per suscitare quell’entusiasmo, quella mobilitazione di interessi che dovrebbero accompagnare la nascita di qualcosa di nuovo. 
  
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