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Riforma della giustizia: obiettivo reale o semplice alibi?

di Vito D'Ambrosio
Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione
Che la giustizia in Italia non funzioni è ormai di solare evidenza; se non bastassero le continue lamentele, basterebbero le numerose condanne dell'Italia da parte della Corte Europea di Strasburgo per l'eccessiva durata dei processi.

Non stupisce più di tanto, quindi la concorde determinazione di maggioranza ed opposizione politica di "porre mano" ( una volta tanto citiamo anche Dante) ad una riforma della giustizia.

Il tema sembrerebbe acquistare ulteriore centralità per l'esplicito richiamo fatto dal Presidente della Repubblica nel suo messaggio di fine anno, non a caso lodato da tutte le forze politiche (salva, forse non sorprendentemente, la Lega).

Se, però, andiamo a sfogliare i capitoli del libro, ci accorgiamo subito che il titolo è uguale solo in copertina, mentre il contenuto del volume è profondamente diverso.

E, per non dare l'impressione di un partito preso pregiudiziale, è necessaria una riflessione più complessa ed articolata del solito ragionare per slogan, cui pare essersi ridotto il confronto politico in Italia.

Partendo da alcuni punti fermi, la carenza maggiore della giustizia italiana è senz'altro, la durata abnorme dei processi. Da questa premessa assolutamente pacifica bisogna partire per capire le possibili cause  e i necessari rimedi.

Secondo l'attuale maggioranza politica, con piccole sfumature di diversità, la causa dei ritardi andrebbe ricercata soprattutto nella scarsa professionalità dei magistrati, fannulloni per giunta troppo ben pagati.

Senza assumere una posizione di generalizzata difesa corporativa -perché qualche responsabilità è anche da addebitare alla magistratura-  per contrastare questa sciocchezza è semplice, bastano alcuni argomenti concreti e specifici. Provo ad elencarne qualcuno:

  1. L'Italia ha il più alto numero di avvocati, rispetto alla popolazione, tra tutti i Paesi europei e, in genere, occidentali: per fare un solo esempio, gli avvocati abilitati a patrocinare cause in Cassazione in Italia sono più di 60.000 (sulla carta, mentre quelli effettivamente attivi sfiorano i 40.000), mentre in Francia, Paese assai vicino a noi per tradizioni giuridiche, numero di abitanti, realtà ed organizzazione sociale, sono poco più di 100, come anche in Inghilterra. Quanto questo incida sulla durata infinita dei processi, perché nessuno rinuncia ad impugnare in cassazione la decisione sfavorevole, e quanto renda stressante e quasi velleitario il lavoro della Corte di Cassazione è intuitivo ( nonostante i magistrati della Corte siano quasi trecento, numero impensabile per una Corte suprema, di fronte ad un loro sforzo eccezionale - per la prima volta si é riusciti a smaltire più ricorsi di quanti ne sono sopravvenuti- resta il dato di 30.000 ricorsi pendenti in materia penale ed oltre 100.000 in civile). Un alto magistrato, fondatamente e sconsolatamente, ha osservato che se alla Corte non giungessero più ricorsi, sarebbero necessari alcuni anni per azzerare l'arretrato. Un vecchio detto in latino maccheronico sostiene che la causa "dum pendet, rendet"; l'affermazione è brutale, ma vicina alla realtà, tanto è vero che anche gli avvocati si stanno rendendo conto che l'eccessivo numero di professionisti nuoce gravemente alla speditezza della giustizia.
  2. La distribuzione degli uffici giudiziari risponde ancora a criteri fissati al tempo della carrozza a cavalli: adesso, che le distanze si coprono in tempi molto più ridotti, esistono ancora tribunali con meno di dieci giudici complessivamente (per restare nell'ambito marchigiano, Urbino e Camerino, due su sette complessivi). Questo significa uno spreco enorme di personale, tra giudici, pubblici ministeri, cancellieri ed altro personale amministrativo, e di risorse economiche.
  3. Il governo, con un decreto del maggio scorso, ha fissato l'organico nazionale del personale, abolendo i vuoti: questo significa che se, ad esempio ed ipoteticamente, nel tribunale di Milano c'erano 10 posti scoperti su 100 (in realtà sono molti di più), non si é bandito un concorso per dieci posti, ma si è fissata la pianta organica del tribunale di Milano in 90 unità. Il che significa che non c'è ricambio, che si sono persi posti di lavoro qualificati, ma soprattutto, che il lavoro degli ausiliari del giudice è stato distribuito tra un minor numero di addetti. Se si aggiunge che allo stesso personale, diversamente che ai dipendenti di altri ministeri, non è stata riconosciuta la voce stipendiale per l'aggiornamento e la riqualificazione, e che la voce di bilancio per gli straordinari non è stata adeguata, la conclusione ultima è che, in quasi tutti gli uffici giudiziari d'Italia, l'orario di lavoro cessa alle ore 14, e quindi non si possono tenere udienze oltre tale ora.
  4. La disciplina delle notifiche degli atti giudiziari è così assurda che se un imputato ha due difensori, con lo stesso studio, e l'avviso della data di udienza viene notificato solo ad uno dei due, e non all'altro, la mancata notifica annulla gli atti successivi e costringe a tornare da capo.
  5. Una delle ragioni più usate per restringere la possibilità di disporre le famose intercettazioni telefoniche, strumento insostituibile di indagine, è quella economica,sostenendo che costano troppo. La spesa potrebbe essere drasticamente ridotta, se si centralizzassero le procedure di fissazione dei costi, e potrebbe essere addirittura azzerata, se, come si fa in qualche Paese europeo, si ponessero i costi delle intercettazioni interamente a carico di chi le effettua, come condizione e onere accessori al rilascio della concessione per l'esercizio del servizio telefonico pubblico.
  6. Una delle più rilevanti novità positive del mondo della giustizia è stato, negli ultimi dieci anni, la diffusione dell'informatica, con la dotazione per uffici e magistrati di computer stampanti e quant'altro. Adesso, che si dovrebbe passare a fasi di più intensa applicazione di questo strumento, addirittura nella gestione dei processi, i fondi ministeriale sono cronicamente sottodimensionati e le società responsabili dalla manutenzione debbono periodicamente sospendere il servizio per riscuotere le numerose mensilità arretrate.
  7. L'organico dei magistrati, fissato per legge, è scoperto di quasi mille unità: tenuto conto che concorsi per più di 300-500 posti sono ingestibili, e che l'esaurimento di un concorso, dal bando all'attribuzione delle funzioni, richiede quasi tre anni, la conclusione è che, se fosse calendarizzato un impegno continuativo a partire da domani, il vuoto di organico sarebbe coperto all'incirca nel 2015, nel migliore dei casi.

Questi sono i punti di criticità più rilevanti -e ne tralascio volutamente altri, quali le condizioni di lavoro dei magistrati, in maggioranza privi di stanze, scrivanie, computer e stampanti, nonché costretti a centellinare le richieste di collaborazione dei loro "collaboratori"- a parere unanime di chi si occupa della materia, da risolvere per arrivare, gradualmente, ad avere un servizio giustizia più efficiente, all'altezza delle aspettative, della necessità e del diritto dei cittadini utenti.

Sui punti specifici indicati, invece, le risposte dei decisori politici sono semplicemente scoraggianti.

Gli stanziamenti per la giustizia, strutturalmente insufficienti, non solo non sono rimasti immutati, ma dovranno diminuire di una cifra assurda (certamente centinaia di milioni di euro) nel prossimo triennio, secondo le decisioni della  finanziaria dell'anno scorso.

Concorsi per magistrati non sono in vista.

I cancellieri e il restante personale non aumenteranno, così come le loro retribuzioni resteranno invariate.

La distribuzione degli uffici giudiziari sul territorio nazionale non sarà "toccata", secondo le esplicite dichiarazioni in tal senso del Presidente del Consiglio dei Ministri quando l'Associazione magistrati ha sollevato la questione, agli inizi dell'anno scorso.

Quali sono, allora, le proposte del governo e della sua maggioranza, perché la giustizia funzioni meglio?

Sostanzialmente due, animate dalla stessa logica: la prima è quella di tutelare il premier dalle sue (dis)avventure giudiziarie, la seconda è quella di incidere pesantemente sull'autonomia, la collocazione istituzionale, i poteri del pubblico ministero.

Queste risposte, come è evidente,non hanno alcuna efficacia né alcun effetto per risolvere la situazione semi comatosa della giustizia.

Infatti la sbandierata accelerazione dei tempi dei processi, battezzata con lo slogan "il processo breve", anche se depurata dei suoi più rilevanti caratteri di incostituzionalità (limitazione solo ad alcuni tipi di processi, applicabilità anche ai procedimenti in corso eccetera), è una autentica follia, perché, se il processo dura più di un certo limite di tempo, prefissato, la soluzione è quella di dichiararlo estinto. E' come se, per rendere l'idea, al fine di diminuire i tempi della liste di attesa per esami e prestazioni mediche, si stabilisse che, dopo un certo tempo, esami e prestazioni non si potrebbero più effettuare. Così chi ha atteso due anni per sapere sa ha torto o ragione, oppure se è colpevole o innocente, oppure se ha diritto al risarcimento del danno a carico di chi gli ha ferito, o ucciso, un parente, per un incidente stradale, un attentato terroristico o un fatto di criminalità mafiosa, dopo due anni perderà per sempre il diritto di saperlo, perché il processo si estingue. Quanto questa brillante trovata possa giovare alla velocizzazione dei processi, resta da scoprire.

Ancona più inesistente il legame tra le altre riforme proposte dalla maggioranza -lodo Alfano bis e impedimento assoluto stabilito per legge- e la non funzionalità della giustizia.

Il c.d. lodo Alfano, infatti, se pure fosse regolato con legge costituzionale (con le garanzie previste dall'art. 138 della Costituzione, cioè maggioranza qualificata, doppio esame parlamentare in tempi prefissati, possibilità di referendum confermativo), sarebbe sempre incostituzionale per la violazione irragionevole del principio di eguaglianza, richiamata con forza dalla Corte Costituzionale nella sua sentenza di bocciatura del primo test. Ma non accorcerebbe di un minuto la durata degli altri processi, centinaia di migliaia, a carico "dei cittadini semplici".

Così, infine, sarebbe del tutto ininfluente anche l'ultima "riforma", quella che imporrebbe al giudice di considerare giustificati sempre i titolari delle più alte funzioni pubbliche, a partire, ovviamente dal Presidente del Consiglio dei Ministri, se decidessero di non permettere la celebrazione dei processi a loro carico, rifiutando di presenziare alla udienza per impegni istituzionali, che non sarebbe necessario né indicare specificamente, né provare.

Sul punto relativo alla riforma del pubblico ministero, la separazione delle carriere, con i suoi corollari - concorsi separati,raddoppio dei Consigli Superiori eccetera- e la quasi certa sottoposizione dei p.m. alle direttive dell'esecutivo (conseguenza quasi inevitabile, visto che, caduti i limiti fissati in Costrituzione,  nessun organo della pubblica accusa potrebbe agire senza dover "rispondere" a qualcuno) non migliorerebbero in nulla lo stato della giustizia (salvo che non si voglia limitare drasticamente la loro funzione principale, quella di esercitare l'azione penale, che forse è la vera, ma nascosta ragione  della prospettata riforma).

Se queste sono le priorità assolute della maggioranza, secondo le dichiarazioni governative e parlamentari più impegnative, si può tranquillamente concludere che la loro concretizzazione,a prescindere dalla valutazione nel merito, è assolutamente fuori tema, se il tema è una  riforma "vera e limpida, senza condizionamenti" della giustizia.

Ecco, quindi, perché questo nuovo anno dà poco spazio all'ottimismo per quanto riguarda la giustizia, anzi giustifica i più motivati timori e le più profonde perplessità per il rispetto del principio di uguaglianza dei cittadini e la concreta attuazione del giusto processo, e quindi per la tenuta stessa della democrazia, che di questi elementi non può fare a meno.

I magistrati italiani lo sanno, e sperano di poter contare sull'appoggio di quanti non si sono ancora rassegnati alla situazione attuale, in questo e in altri campi, parimenti o maggiormente importanti.
  

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