In vista della nascita del nuovo partito dei cattolici italiani

Martedì, 8 Settembre, 2020

Identità cattolica e identità nazionalista

Il tema dell’identità, che trasuda della farcitura dell’orgoglio identitario così tanto in auge oggi mentre sembra fare breccia anche negli Stati di consolidata democrazia l’idea politica del sovranismo nazionale, emerge con una certa forza tra le righe dei primi scritti e dei primi pronunciamenti di personalità di valore sia del mondo accademico che imprenditoriale che presentano un minimo comune multiplo: l’adesione al cattolicesimo politico. Per esattezza si tratta, secondo quanto espresso pubblicamente, di una adesione alla cultura cattolica di matrice sociale e popolare (sic!), che trova origine nella certamente nobilissima esperienza politica sturziana il cui emblema è ovviamente da scorgere nell’ “Appello ai Liberi e forti”, atto di fondazione del Partito Popolare Italiano. Mentre siamo in trepidante attesa di scoprire il contenuto del programma che verrà annunciato all’Italia il 4 ottobre prossimo (si chiede la benedizione di S. Francesco?) e che probabilmente rappresenterà l’atto di fondazione di un nuovo partito dei cattolici italiani, sembra anche ragionevole provare a capire per deduzione cosa o chi abbia provocato questo bisogno identitario riaggregativo dei cattolici impegnati in politica, ovvero della chiamata a raccolta del mondo cattolico perché possa dare sostegno alla creazione di un nuovo soggetto partitico che scenda in campo nel frastagliato agone politico italiano. Lo sfondo di ogni ragionamento non può non essere segnato dal ricordo della importante vicenda storica della Democrazia Cristiana, ad un certo punto della sua storia giornalisticamente definita Balena bianca; dei processi culturali, politici e di potere che hanno segnato gli Anni Ottanta dello scorso secolo facendo emergere reali o presunte elite cattoliche, avanguardia della cultura della “presenza” politica di parte di quel mondo; della crisi (pianificata?) della rappresentanza politica del mondo cattolico e dal conseguente emergere (voluto?) del “ruinismo”, espressione compiuta quanto sciagurata della avocazione a sé da parte dell’Episcopato Italiano dell’ufficio di rappresentanza delle istanze cattoliche nel rapporto col mondo politico-istituzionale; della novità del pontificato di Francesco e dello scontro culturale che di fatto si è innescato con i poteri forti della economia, della finanza, di certa politica e di certi ambienti dello stesso mondo cattolico legati, guarda caso, alle idee sovraniste e neo populiste di chiara tendenza autoritaria. È vero d’altra parte che nel contesto italiano due anime del mondo cattolico sembrano tornare a confrontarsi: quella, tutta carsica ma fortemente radicata in strati sociali definibili “conciliari”, del cattolicesimo democratico, e quella, molto combattiva e apparentemente molto attrezzata dal punto di vista della comunicazione di massa, del cattolicesimo tradizionale, sostanzialmente anticonciliare. Non solo di questo si tratta, è vero, tuttavia per semplicità di analisi è sufficientemente opportuno sintetizzare facendo riferimento a questa situazione che segna l’attualità del mondo cattolico italiano (che poi è quella che è possibile ritrovare anche in altri Stati e in altre parti del mondo). Un ulteriore elemento di riflessione è dato da un vago senso di nostalgia per i “giorni dell’onnipotenza” della DC presso molti, laici ed ecclesiastici, memori anche del tempo del “Berlusconismo”, propizio al maturare di forze cattoliche fortemente impegnate in politica e, se pure presenti sull’intero territorio nazionale, radicate soprattutto in talune aree geografiche italiane, autentiche roccaforti di un evidente potere politico ed economico. Su questa situazione si leva oggi un primo grido si annuncio che vuole essere rinnovata eco dell’appello sturziano ai “Liberi e forti”, a quanti oggi hanno a cuore il bene dell’Italia e vedono giunto il momento di un impegno diretto nel mondo politico. Una eco che riecheggia nelle valli del Nord Italia forse con l’intenzione di riguadagnare quella parte di popolo cattolico che da qualche tempo a questa parte ha scelto di dare credito agli appelli sovranisti della Lega salviniana e, se si guarda con maggior attenzione, a quelli patriottici di “meloniana” matrice. Una eco che si vuole viaggi lungo lo Stivale per fare breccia nel tessuto sociale italiano, suscettibile, evidentemente così si ritiene da più parti, d’essere ancora infiammato dal richiamo all’unità del mondo cattolico. Tutto questo mentre proprio il mondo cattolico sembra essere rimasto lacerato dalla esperienza traumatica della “chiusura” a motivo della pandemia provocata dal Covid19: oggi persino la “comunità eucaristica domenicale” è molto ridotta nei numeri, ferita e ancora preda dalla paura, non più capace al momento di ricostruirsi su quanto sino a poco tempo addietro era ordinaria accettazione e consolidata modalità di incontro comunitario. Tutto questo mentre gli appelli alla riscoperta e rivalutazione dell’identità nazionale, al “prima noi”, alla destrutturazione della casa comune europea sembrano rispondere al sentire di molti, anche di coloro che non fanno fatica a pensarsi, dichiararsi e sentirsi membra vive della Chiesa, cattolici “praticanti”, cattolici, come usano anche definirsi, “tradizionalisti” ostili al portato del Concilio Vaticano II e avversi persino a Papa Francesco. Tutto questo mentre il rischio dell’incontro tra appelli all’identità nazionale da una parte, tipici della cultura sovranista frutto del pensare di pochi ma diffusa nella pancia di molti, e dall’altra parte all’identità cattolica sembra poter divenire possibilità disastrosa. L’appello che verrà rivolto all’Italia cattolica il 4 ottobre prossimo conterrà già in sé tutti gli anticorpi perché ad esso possa non rispondere positivamente il disperato bisogno di riaggregazione di realtà associate o movimentali cattoliche che con la novità bergogliana hanno subito una dura battuta d’arresto? Il futuro partito dei cattolici, se pure annovera già tra le sue fila personalità di grande prestigio sia a livello nazionale che internazionale, avrà in sé i germi buoni di quella laicità che già don Sturzo individuava come necessaria per vivere in pienezza l’impegno politico? Come faranno i futuri dirigenti del partito cattolico a far sì che esso non diventi la casa comune nella quale istanze identitarie neo-nazionaliste e cattolico-tradizionaliste non prendano il sopravvento su quella componente moderata e democratica che certamente sarà presente con legittime proprie visioni politiche, sociali ed economiche? Basterà il solo minimo comune multiplo della appartenenza al “cattolicesimo sociale” e della adesione ad alcuni principi della Dottrina Sociale della Chiesa ad evitare che possa essere condiviso un orizzonte comune ben più vasto? E la Gerarchia ecclesiastica italiana saprà assumere un atteggiamento distaccato rispetto, ad esempio, alla gestione del potere, alla pratica delle alleanze politiche? Insomma il tema della nascita di un nuovo soggetto partitico dei cattolici italiani rischia oggi di innescare processi che afferiscono alle dinamiche dell’identità di parte… con tutte le conseguenze negative che essa comporta e produce. Occorrerà vigilare, avere molta cautela e pazienza: occorrerà invocare le virtù cardinali, che sono anche virtù umane proprie dell’uomo saggio 

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