Verso il 25 aprile: per ricostruire

Martedì, 21 Aprile, 2020

La tragedia sanitaria e le responsabilità della politica richiederanno analisi, forse decisioni difficili e altri cambiamenti, come già la prima risposta all’emergenza – con smart working “fai da te”, “spesa social” e la scuola a distanza – ci hanno tutti cambiati. E quando scoccherà l’ora della fase due, sarà come la campanella d’inizio di una ricostruzione di un vero “dopo guerra” (da scrivere rigorosamente sempre tra virgolette). Si sprecano paragoni, nel progettare e reinventare reti di solidarietà e soccorso, nel riaprire processi produttivi inceppati, si sprecano paragoni con date fatidiche come il 1929, il 1945 o il 2008. 

Un arduo paragone per una sfida politica estrema e decisiva, per cui certo auspicare nuovi statisti, ma questo compito – in un 2020 già divenuto dopo 3 mesi un tornante della storia – non deve restare astratto né sembrare più alto rispetto al faticare e interrogarci di noi semplici cittadini. Insomma, in quel resistere – a fatica e magari nemmeno riuscendoci fino in fondo – dentro le norme del distanziamento sociale, in quel scaricare App e improvvisarsi tecnici informatici per collegale Pc e tablet a figli e parenti, in quel portare un pacchetto di biscotti o un cambio di biancheria all’anziano o al disabile in una residenza sanitaria protetta, si è innescato, è nato un nuovo sentire collettivo.

Pietro Scoppola parlava di un “ethos civile” fatto di gesti condivisi, diffusi e radicati nel tessuto sociale che, a partire del 1943, prepararono la Liberazione e il processo costituente. Un ethos collettivo che vide i cattolici in prima fila, almeno buona parte di loro, a ricostruire una società ferita e per questo obiettivo nel silenzio del confino, in cenacoli semi-clandestini di chi si riuniva ad ascoltare i radiomessaggi di Papa Pio XII, o studiava i “nuovi filosofi”, si spesero le energie migliori di una generazione che voleva, con tenace speranza, pensare al domani. Quasi un secolo dopo, per noi figli del boom economico e padri dei nativi digitali, è un dover rinascere a questo “bene comune” del post Covid-19, un ricominciare nel terzo millennio per forza su scala planetaria e interconnessi. “Dover esserci”, con le nostre risorse migliori e sapendo fare rete fra territori e diverse competenze, è a mio parere un imperativo per coloro che, come afferma la Lettera a Diogneto, “vivono sulla terra ma hanno la loro cittadinanza in cielo”. Vivere sulla terra, imparando e chiedendo al cielo, con il pane quotidiano che ora tutti sentiamo messo a repentaglio, giustizia e solidarietà. Giustizia e solidarietà, da riprogettare ora con appassionata dedizione nelle nostre Chiese, associazioni, università, ong senza cedere a rabbia, a tentazioni di chiusure, muri o sterili rivendicazioni; giustizia e solidarietà, anche verso il creato, da ricercare più che mai assieme a tutti gli uomini “di buona volontà”. Giustizia e solidarietà, come un mite grido di dolore e una risposta di fronte allo scandalo degli anziani morti soli di coronavirus nelle case di riposo, di ragazzi senza scuola e senza un tablet per un insegnamento a distanza, di chi ora si trova senza un reddito. Pane per tutti, giustizia e solidarietà, come le tre foglie del ramoscello d’ulivo da cogliere nel becco della colomba, finito il diluvio, in questa Pasqua 2020 in cui abbiamo avuto un giorno intero per guardare al cielo. Per poi tornare subito a costruire insieme la città.

 

 

 

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