Verso il 25 aprile: La stessa barca e le disuguaglianze

Giovedì, 23 Aprile, 2020

 

  1. FRAGILITA’ E  PAURA …

C’è una parola di Vangelo da dire sulla fragilità che in queste settimane stiamo sperimentando?  Quella fragilità che troviamo in noi stessi, nella società e nell’economia, nella politica e nelle stesse istituzioni, in cui tanti uomini e donne si stanno spendendo per la comune salute e sicurezza.

Mai come in questo tempo, a livello sociale, la malattia e il rapporto tra la vita e la morte tocca e ridefinisce ogni cosa: il lavoro e la scuola, l’uso del tempo, le relazioni con gli altri e con se stessi, il rapporto con le istituzioni pubbliche (di cui forse pensavamo di poter fare a meno e che invece appaiono di nuovo indispensabili).  A causa di una minaccia impalpabile ma certo ben concreta, che può assumere il volto di ogni persona che incontriamo, sperimentiamo in prima persona l’incertezza nostra, dei nostri familiari, di amici e colleghi.  Col passare delle settimane e con il lento diminuire della presa diretta del contagio, affiorano le incertezze rispetto al futuro, al lavoro, alle prevedibili lacerazioni politiche e sociali … preoccupazioni che possono togliere il sonno.

È una fragilità che mette fuori gioco molte delle relazioni interpersonali e sociali. Una sorta di sospensione. Ci siamo detti più volte in questi giorni: “siamo come sospesi”. Anche perché nessuno in Europa, almeno nelle generazioni viventi, ha vissuto un’esperienza come questa; forse bisogna risalire all’epidemia di ‘spagnola’ del 1919. E’ quindi comprensibile che, di fronte ad un fenomeno tragico e misterioso, le reazioni siano diverse: da chi si sente schiacciato dalla paura (al punto da non voler più avere contatti), a chi – all’estremo opposto- tenta di nascondere la morte che può incombere al punto da sfidare il rischio (per sé, ma anche per il prossimo che incontra). Ma non si può nascondere la morte a lungo, né truccarla. Così come il tempo ‘sospeso’, resta in realtà il nostro tempo da vivere, quello che ci è dato, l’unico che ci è dato.

 

  1. SPAZIO  E TEMPO ALL’EPOCA DEL DIALOGO VIRTUALE 

Anche in campo religioso le reazioni sono diverse; tante e legittime le sensibilità spirituali. L’uso dei media e del telefono ci permette molti contatti e vicinanze: scambiare riflessioni, condividere preoccupazioni e preghiere, costruire una dimensione comunitaria anche in una condizione di lontananza fisica. Una vicinanza spirituale che sfida la distanza dei corpi. Scopriamo anche forme nuove per consolarci a vicenda e in modo collettivo, attraverso tante espressioni, pure simpatiche, che aiutano a non sentirsi soli, benché isolati, a usare il tempo a casa per scoprire in TV o sul computer tante bellezze sconosciute, o ritrovare il volto degli amici e colleghi in video-conferenza.

Ma forse tutto ciò non basta. Non a caso in queste settimane su social e cellulari sono aumentati a dismisura i messaggi e le ‘catene’ , ma non altrettanto i dialoghi diretti. Forse perché si fatica a reggere il confronto, lo scambio delle parole e dei sentimenti. E così l’aria pulita della primavera e lo sguardo su fiori e piante, che sprigionano stupendi profumi e colori, aprono alla serenità e alla vita, ma insieme contrastano con il silenzio irreale delle nostre strade. Soprattutto questo contrasto ci fa cogliere che il nostro destino individuale può andare in direzione ben diversa da quello verso cui gira il mondo, la natura. L’abbondanza del tempo, di cui stranamente ci troviamo a disporre, contrasta con la sensazione che esso può precipitare nell’emergenza e svanire rapidamente nel nulla. E ci rendiamo conto che non siamo ‘padroni’ del tempo, che pure ci è dato.

Così resta una questione chiave, quasi un “non detto”: come interpretiamo quanto ci sta capitando? E, quindi, come si suol dire oggi, quale narrazione?

 

  1. COME CE LA RACCONTIAMO?

Circolano diversi racconti, veicolati nelle maniere più disparate, dai ponderosi saggi su riviste alle vignette che viaggiano su whatsapp, che offrono interpretazioni più o meno esplicite. Vediamo alcune, senza pretesa di completezza

Vi sono anzitutto quelle volte a trovare il colpevole dell’avvio del virus e del contagio: con grande audience, ma sovente venata di complottismo, abbiamo visto sul banco degli imputati pipistrelli, topi, cinesi, cinesi nostrani, lombardi, americani, immigrati, scienziati sprovveduti o strateghi senza scrupoli… fino alla negazione della pericolosità del virus stesso, mero strumento di una progetto di dominio economico-politico … Sovente dietro a questo atteggiamento c’è la tendenza a “tagliare i ponti”, ossia a prospettare la soluzione nella chiusura delle relazioni esterne (e magari anche interne), amplificando i limiti e gli errori delle istituzioni internazionali: se il pericolo viene da fuori … facciamo da noi! Lettura molto debole, basata sull’illusione di bastare a se stessi, ma che psicologicamente ha indubbia presa.

Di tutt’altro atteggiamento è quel filone che muove dal lodevole intento di rassicurare per il futuro una popolazione impaurita e insicura: “Andrà tutto bene!” è lo slogan rimbalzato dagli striscioni ai disegni dei bambini, con una versione ‘laica’ ed una che attinge al patrimonio religioso delle Resurrezione. In ogni caso esso rimanda al problema di come sarà il dopo, che alcuni vedono come ritorno alla “normalità”; da qui anche lo scontro tra chi vuol “chiudere” e chi vuol “aprire” al più presto, anche a rischio della salute, per impedire il collasso del sistema economico.

Altri, invece, sottolineano che “il dopo” non sarà più come “il prima”, perché la precedente “brutta”  normalità non va riprodotta (visti i suoi pessimi esiti sul piano del clima e delle diseguaglianze) o semplicemente perché gli effetti della pandemia saranno dirompenti e il meccanismo non si potrà riassestare sui parametri già sperimentati. Da ottiche diverse si sollecita la necessità di modificare i modelli socio-economici che hanno guidato la globalizzazione[1]. Questa, pur non essendo realmente in discussione, pare aver esaurito la sua prima fase  in modo piuttosto rovinoso e potrà ripartire solo su basi diverse. Il limite di questa visione sta nel rischio di immaginare un azzeramento del passato ed inizio ex-novo, trascurando il peso oggettivo del passato nella mentalità delle persone come nelle strutture collettive e burocratiche. A meno di non immaginare misure particolarmente violente.  

 

  1. FLAGELLO DI DIO O VENDETTA DELLA NATURA ? 

Su un terreno un po’ diverso si pongono i tentativi di interpretare quanto sta accadendo, non solo su terreno economico, ma anche culturale ed ecclesiale. C’è da considerare anzitutto quella versione vetero-religiosa, per la quale il virus è un “flagello di Dio”, una punizione che il Creatore spedisce per marcare le colpe degli uomini che, allontanandosi da Lui, hanno trascurato sia il prossimo che la natura. In versione solo un po’ più tenue: gli uomini con il loro comportamento ingiusto e violento hanno ‘costretto’ Dio ad intervenire.  Tale visione, ricorrente dal M.Evo alla prima guerra mondiale, è ribadita dai siti tradizionalisti cattolici, ma anche evangelicali americani, molto legati al filone apocalittico (che ovviamente con la pandemia ci va a nozze). Pur con alcune varianti il tema dell’ira di Dio, della punizione affiora anche in certi filoni ebraici. Oppure, in termini più blandi, ma forse ancor più angoscianti, l’idea che sia Dio a “toccarci un po’ più forte” con il virus, visto che siamo di duro comprendonio. E’ fuor di dubbio che gli uomini, non da oggi, siano di duro comprendonio rispetto all’invito amorevole di Dio a seguirLo e a costruire tra noi la ‘famiglia umana’. E’ invece molto discutibile – anzi decisamente sbagliato -  che Dio usi questi mezzi (un’epidemia, uno tsunami, un’alluvione, un terremoto, una guerra, una malattia) per farci capire qualcosa. O che noi preghiamo più intensamente (la famosa “arma della preghiera”) per convincere Dio ad aiutarci, quasi a metterlo alle strette …

In ogni caso questa interpretazione tradizionalista si presta ad un uso ‘politico’ sia interno alla chiesa (contro Francesco e i vescovi italiani), sia sul piano dello scontro tra le forze politiche, con un sostegno neppure tanto indiretto al centro-destra di Salvini e Meloni.

C’è poi anche la versione “naturalistica”, in cui al posto di Dio c’è la Natura (o direttamente il Covid19) che ci punisce per i nostri cattivi comportamenti: la personificazione del virus anche “a scopo didattico” per metterci in guardia degli scempi che abbiamo fatto con l’inquinamento, pur con buona intenzione, risulta a mio avviso altrettanti pericolosa, perché fa supporre una soggettività e una coscienza che la natura non ha, tantomeno un virus.

 

  1. OPPORTUNITA’ E DOMANDE 

In particolare molti hanno sottolineato che la forzata quarantena e il distanziamento sociale possono offrire l’opportunità di riscoprire il senso di comunità e riscoprire il senso del tempo, passando dal chrònos al kairòs. Una gran bella opportunità, sulla quale non si può che concordare. Però mi chiedo: ma le persone che di questi due elementi (comunità e kairòs) hanno fatto poco o nulla esperienza, vuoi per scelta individualistica, vuoi –più frequentemente- per mancata opportunità e per la pressione socio-culturale cui sono state sottoposte da decenni, perché mai dovrebbe apprezzare e cogliere queste opportunità? O anche solo vederle? Non è più facile che la persona maturi in sé una compressione sempre più forte, da sfogare appena possibile? O scopra il bisogno di comunità solo in termini di necessità e di risposta a proprie esigenze individuali, magari rivendicando dallo Stato ciò che allo Stato non ha mai dato?

Una delle narrazioni di questa pandemia conferma che stiamo vivendo in un modo sbagliato, nei rapporti sociali e con la natura, nel dominio della finanza sull’economia, quindi … dovremo cambiare modello, come indicato anche da Francesco nella “Laudato sì”. Ma questa narrazione ha una qualche relazione possibile con le condizioni politiche ed economiche effettive, con gli attori in campo, con i rapporti di potere?

La pandemia pone le basi per una rivoluzione pacifica e ‘verde’ oppure ci pone nelle condizioni di affrontare una crisi economica globale, in cui i poveri saranno ancora più poveri, i sistemi di welfare avranno ancor meno risorse, i sovranismi la spunteranno sulla cooperazione internazionale, i sistemi illiberali avranno in mano la carta vincente di un nuovo autoritarismo capace di mettere ordine nelle paure e nelle incertezze? (il primo dopoguerra in Europa ha forse qualcosa da insegnarci). Oppure ci sono altre opzioni? La tempesta perfetta (crisi economica, crisi della democrazia, pandemia mondiale, …) fa saltare il sistema, con scenari apocalittici? Quale ruolo la Chiesa potrà giocare in questa dinamica?

 

  1. GUERRA o CURA ?

Sono però altre due le narrazioni prevalenti: quella della “guerra” al virus, e quella della “cura”. La prima circola più facilmente, perché impiega una metafora facile e ben conosciuta, dove il linguaggio militare pare infondere coraggio, ma risulta ben poco appropriata alla situazione. Anzi può essere foriera di ‘equivoci’ politici non da poco, come l’uso dei pieni poteri da parte dei governi, che – nei sistemi democratici - solo lo stato di guerra permette. Ma finisce anche per incidere sulla mentalità diffusa, con un contemporaneo desiderio di fuga e di ordine, sentimenti che certo non alimentano positivamente una coscienza democratica.

La seconda visione, centrata sulla cura, attinge ad una visione di fede, ma è ben colta anche da tanti non credenti: “Il nostro pianeta, tutti noi non siamo in guerra ma siamo in cura. E la cura abbraccia – nonostante la distanza fisica che ci è attualmente richiesta – ogni aspetto della nostra esistenza, in questo tempo indeterminato della pandemia così come nel “dopo” che, proprio grazie alla cura, può già iniziare ora, anzi, è già iniziato. … Ora, sia la guerra che la cura hanno entrambe bisogno di alcune doti: forza (altra cosa dalla violenza), perspicacia, coraggio, risolutezza, tenacia anche… Poi però si nutrono di alimenti ben diversi. La guerra necessita di nemici, frontiere e trincee, di armi e munizioni, di spie, inganni e menzogne, di spietatezza e denaro… La cura invece si nutre d’altro: prossimità, solidarietà, compassione, umiltà, dignità, delicatezza, tatto, ascolto, autenticità, pazienza, perseveranza…Per questo tutti noi possiamo essere artefici essenziali di questo aver cura dell’altro, del pianeta e di noi stessi con loro[2].  Prospettiva ribadita chiaramente dalla netta affermazione di Papa Francesco: “abbiamo bisogno di pane e medicinali, non di fucili!”.

 

  1. Per una visione cristiana

 Allora occorre domandarsi: queste interpretazioni corrispondono alla logica cristiana, fondata sulla Parola o sono nostre costruzioni psicologiche, pseudo-storiche o parascientifiche, magari rivestite di sembianze ed espressioni religiose, per quanto devote?   I mezzi che Dio ha usato per dirci del suo amore e del modo in cui dobbiamo comportarci verso di Lui, tra noi e verso la natura sono ben chiari nel Vangelo. Ed il principale modo è stato la nascita, predicazione, passione e morte di Cristo. Proprio quello di cui facciamo memoria tra Natale e Pasqua. E non ha nulla a che fare con punizioni, castighi e simili.

Una visione cristiana ci porta a guardare il tempo e la morte a partire dalla Resurrezione: è la Pasqua che illumina la Quaresima. In questa prospettiva la decisione di rinunciare alla vita sociale e comunitaria (compresa la sospensione dell’eucarestia e la chiusura delle chiese) è un’offerta, un dono. Così come un comportamento responsabile è per la vita di tutti (e non una semplice difesa personale o il rispetto obbligato di una regola imposta). Solo così “andrà tutto bene”. Ma non è affatto scontato che finisca così: il prevalere dell’egoismo individuale e di gruppo è una possibilità concreta, quando le situazioni si facessero molto difficili.  Per questo c’è bisogno di una parola di vangelo che ci aiuti a collocare questa situazione in un cammino di crescita e di costruzione del futuro. Che aiuti a vivere questo tempo di sabato santo, di silenzio, di veglia/vigilia nella luce della Pasqua. E poi c’è bisogno di scelte politiche, economiche e culturali coraggiose e capaci di coinvolgere la popolazione.

 

  1. LA FEDE ALLA PROVA

Lo sviluppo della pandemia ha coinciso col periodo della Quaresima. Questo ci ha sollecitato ad un approfondimento imprevisto (almeno nei modi) della nostra fede e delle nostre relazioni umane, sul piano spirituale e psicologico.

Stiamo vivendo una inedita dimensione di chiesa “a distanza”, di “comunità virtuale”, ma con non minore intensità. Pur nella fatica e nell’assenza dei momenti liturgici in chiesa, siamo stati messi nella opportunità di trovare nuove forme comunicazione autentica: proprio questa situazione critica può aiutarci a purificare la nostra fede. La scelta di papa Francesco di un “gesto di silenzio” ci ha sostenuto nel trovare la strada giusta, per attraversare la malattia e il disagio sociale che ci è dato di vivere, sia direttamente, sia attraverso la condivisione della sofferenza di altri.  Questa partecipazione così intensa e quotidiana alla sofferenza, avvicina certo al senso profondo della settimana santa e alla speranza che la Pasqua apre e che ogni domenica ripropone come “giorno del Signore”. Ci pone nella condizione di un continuo “offertorio” a Dio di preoccupazioni, ansie, distanze incolmabili, solitudini: al punto che a momenti manca il respiro, non solo fisicamente. La Pasqua ci ha appena richiamato la realtà della resurrezione: “Non un semplice augurio, - ha ricordato il Papa domenica scorsa - non una formula magica che fa svanire i problemi ma  la certezza dell’amore che vince sulla morte, del bene che trionfa sul male e che è marchio esclusivo del potere di Dio”.

Questa dimensione spirituale ha un riflesso non solo sulla nostra vita interiore e sulle relazioni dirette (che viviamo in misura molto contenuta a motivo delle opportune prescrizioni anti-contagio). Essa ha anche un rilievo civile e politico, perché nella vita del credente, come in quella di qualsiasi persona, la dimensione individuale e quella comunitaria non si possono separare (se non a rischio di un pericolosa illusione). Così nella visione cristiana la relazione con Dio e quella con l’intera ‘famiglia umana’ sono essenzialmente intrecciate.

 

  1. LA DIMENSIONE CIVILE/ POLITICA DEL  CRISTIANO

Per questo - senza ovviamente trascurare il ruolo indispensabile delle competenze -  la comprensione e interpretazione della crisi non è questione che riguardi solo gli esperti, gli scienziati, gli intellettuali. Specie se vogliamo evitare una pericolosa deriva tecnocratica e autoritaria, la comprensione e interpretazione della crisi indotta dalla pandemia deve essere messa alla portata dei cittadini. Solo così potrà divenire un’opportunità costruttiva, in un contesto democratico. La storia segnala che di fronte a crisi particolarmente gravi, minoranze organizzate e determinate hanno dato l’orientamento ad intere società, sovente portandole alla guerra, al dominio autoritario, al suicidio; altre volte operando con lungimiranza per rispondere a bisogni fondamentali attraverso un quadro di valori alti e condivisi ed un forte rapporto con la popolazione, facendo leva sull’esperienza comune e sulla responsabilità verso il Paese (è stato il caso della nostra Costituente nel 1946-47).

La misura della crisi indotta dal contagio del virus è globale,  i suoi confini e intensità non sono ancora ben definiti, gli aspetti scientifici in fase di studio, ma è ormai evidente che nessuno può chiamarsi fuori.   Ciò che gli uomini non sono stati capaci di prevedere  è stato il rapporto tra i grandi fenomeni del nostro tempo: essi sono tutti connessi tra loro, come ha ben illustrato papa Francesco nella “Laudato sì”. O meglio, le previsioni ci sono state, ma egoistici interessi di denaro e potere hanno messo ai margini le numerose ricerche e raccomandazioni di organismi internazionali e i risultati positivi di faticose intese (basti pensare al percorso dell’accordo su clima o a quello sul nucleare). Allo stesso modo la pandemia accentua le diseguaglianze e facilmente rimuove dai nostri sguardi la condizione di chi è più povero, è ai margini, senza tutele.

E’ evidente che di fronte a questa crisi le soluzioni di chiusura nazionalistica, sovranistica non offrono alcuna prospettiva positiva. Il destino comune può essere affrontato in modo costruttivo solo attraverso la cooperazione internazionale, la collaborazione attiva nei vari campi, scientifico, tecnologico, economico, sociale, della salute e della sicurezza.

Per questo la politica assume ancora una volta un ruolo decisivo per il futuro. Questo a livello generale, per quanto riguarda le scelte dei governi, ed in particolare sul terreno cruciale del processo di unificazione europea. Risalta evidente la necessità delle istituzioni politiche e amministrative, senza le quali il singolo cittadino sarebbe allo sbando. Il particolare valore del sistema sanitario pubblico in queste settimane è sotto gli occhi di tutti. E le sue carenze dovrebbero ben essere presenti a quanti in questi anni hanno spesso invocato un suo ridimensionamento a vantaggio della privatizzazione.

 

  1. LA RESPONSABILITA’  PERSONALE

La dimensione spirituale e politica della crisi dovrebbe soprattutto far cogliere il dato decisivo che riguarda la responsabilità personale di ciascun cittadino: ogni situazione - a maggior ragione una così grave come questa – è un banco di prova per l’esercizio del senso civico (che può svilupparsi o diminuire!). A cominciare dal pagare le tasse: quanto l’evasione fiscale è in contraddizione con la gara di generosità che in questi giorni alimenta le collette per sostenere gli ospedali?  Un secondo terreno molto concreto di responsabilità personale  riguarda il modo in cui si fanno passare informazioni: sovente constatiamo che anche in questo frangente si manipolano dati di realtà, si alimentano pregiudizi e ostilità, si fomentano polemiche distruttive del senso civico, del rispetto delle persone, della solidarietà nazionale ed europea. Proprio la libertà e la possibilità critica che il sistema democratico ci mette a disposizione (diversamente da altri luoghi) ci chiede un supplemento di responsabilità e di capacità di giudicare il senso dei messaggi che ci arrivano.  Per impostare bene anche il prossimo tratto di strada.

 

  1.  SULLA STESA BARCA, PERO’…

La condizione concreta di limite, di sofferenza, di morte nella quale siamo immersi ci accomuna tutti. Non a caso Francesco ci ha ricordato più volte che: “siamo tutti sulla stessa barca!”, mettendoci in guardia da un virus ancor più pericoloso, “l’egoismo indifferente”, che lascia indietro i più deboli. 

Potrebbe essere questa l’esperienza che apre una stagione nuova, nuova proprio perché condivisa da tutti gli italiani, europei, cittadini del mondo. Eppure constatiamo che già in queste settimane di emergenza una realtà così evidente – siamo sulla stessa barca- fatica molto ad entrare nella nostra mente e nelle scelte personali e collettive, che riguardano la politica e l’economia.  Forse perché non siamo messi tutti nella stessa posizione della barca. Fuor di metafora: l’epidemia ripropone il peso delle differenze individuali e sociali, e tra aree del paese, dell’Europa, del mondo. Ed anzi rischia di accentuare ancor di più le diseguaglianze, che già si presentavano elevate e in crescita prima della diffusione del virus (così affermava il World Social Report dell’ONU nel gennaio scorso).  

La famosa poesia di Totò, “’A livella”, ricorda che di fronte alla morte siamo tutti uguali.  Certo. Ma ci si può arrivare in condizioni ben diverse. Anche rispetto alla paura, che va oltre le condizioni materiali, la diseguaglianza si può cogliere in modo robusto. Il conforto della preghiera e di una parola confidente e amica può contrastare questa distanza, che non è solo fisica rispetto agli altri, ma anche rispetto a se stessi.  

E’ evidente che di fronte ad un dramma così intenso, profondo e diffuso si scatena quanto di meglio e di peggio gli esseri umani possono esprimere: chi si mette a disposizione e chi accaparra, chi dona e chi truffa, chi riflette e chi cerca colpevoli su cui scaricare la rabbia, chi comunica e chi si chiude nella paura, …. E questo dipende certo dalle concrete condizioni materiali in cui si vive, ma anche dalla mentalità, dai valori e criteri di giudizio che abbiamo in testa. Per questo il dono di sé va coniugato con le regole che vengono poste per il bene comune.

Cogliere diseguaglianze e differenze ci può forse aiutare ad andare un po’ oltre ad un generico egualitarismo, per comprendere quali priorità ci sono e quali forme può e deve assumere la solidarietà, oltre l’emergenza immediata. La politica, intesa proprio come ricerca e servizio al bene comune, riprende la sua centralità con forte evidenza. Bisognerà capire se e come i cittadini, gli amministratori, i partiti affronteranno questa sfida, che tocca direttamente proprio la questione del bene comune, troppo spesso considerato un tema per ingenui sognatori.

In realtà quella del virus appare una sfida del tutto nuova e imprevista. Ma non è così per tutti. Noi occidentali dovremmo riflettere sul fatto che in questi anni tante persone hanno vissuto pandemie ed epidemie (dal virus dell’HIV alla malaria, dall’ebola alla sars, dalla TBC al morbillo) che hanno causato milioni di morti, nonostante per molte di esse vi siano cure già collaudate e risolutive. Ma ciò ha fatto poco notizia, perché queste malattie si sono diffuse nel sud del mondo. Eppure oggi ci accorgiamo che tutto è collegato e che non è possibile alzare muri e che i virus non conoscono frontiere. E allora la ricerca del bene comune non può limitarsi alla cerchia della famiglia, del paese, della singola regione o stato.

 

  1. LA QUESTIONE EUROPEA, DECISIVA PER IL MONDO

Da qui la necessità di riprendere in seria considerazione la questione dell’unità europea. Un processo prezioso, messo sotto scacco da interessi particolari e da una campagna propagandistica tanto violenta quanto suicida. Così, oggi, l’Unione Europea si presenta debole, anche perché di fatto gestisce appena l’1% delle risorse dei paesi che vi aderiscono. Quando si critica l’UE non si considera il peso prevalente che hanno i singoli stati rispetto alle politiche comunitarie, né si valuta quanto ha inciso sul percorso europeo  e sui governi nazionali l’affermazione di forze politiche sovraniste che intendono smontare l’Unione o abbandonarla, per tornare ad una politica nazionalistica.

Papa Francesco all’angelus di Pasqua ha ricordato che “non è tempo di divisioni, di egoismo, di indifferenza, di dimenticanza”. “Oggi l’Unione Europea ha di fronte a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero.  Non si perda l’occasione di dare ulteriore prova di solidarietà, anche ricorrendo a soluzioni innovative. L’alternativa è solo l’egoismo degli interessi particolari e la tentazione di un ritorno al passato, con il rischio di mettere a dura prova la convivenza pacifica e lo sviluppo delle prossime generazioni”. Infatti non va dimenticato il recente passato europeo, quando il nazionalismo ha portato alla tragedia delle guerre mondiali. Né va dimenticato il ruolo che l’Europa –se unita -  può svolgere a livello mondiale rispetto ai conflitti, alle migrazioni, alla povertà e al debito dei paesi poveri, alle forti diseguaglianze nel rispetto dei diritti umani essenziali riguardanti la vita, l’educazione, la dignità delle persone.

Per questo serve una politica non ripiegata solo sui dati economici e finanziari, ma capace di un respiro umano in grado di mettere al primo posto i bisogni essenziali, quindi la giustizia e la costruzione della pace, la salvaguardia della natura. Ma per sostenere una politica del genere è indispensabile una diffusa coscienza civile dei cittadini, cristiani compresi. E ci vuole qualcuno, anzi molti che se ne occupino.

 




[1] Interessante ad es. il confronto tra Á. L. LARA. La normalità è il problema  https://ilmanifesto.it/covid-19-non-torniamo-alla-normalita-la-normalita-e-il-problema/ - ed il card. J.C.HOLLERICH, L’Europa e il virus, https://www.laciviltacattolica.it/articolo/leuropa-e-il-virus/?

[2]  Così il monaco di Bose GUIDO DOTTI in Siamo in cura, non in guerra, http://www.aclibergamo.it/2020/03/31/siamo-in-cura-non-in-guerra-di-guido-dotti/.

V. anche A.MARIA TESTA in L'inappropriatezza della metafora bellica https://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2020/03/30/metafora-guerra-coronavirus.

 

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