Uscire dalla crisi ma insieme

Sabato, 12 Settembre, 2015

Quello che stiamo attraversando, ne sono convinta, è un momento particolarmente cruciale. Sembra, finalmente, che stia arrivando qualche segnale di ripresa, di uscita dal morso della crisi economica. Una crisi che abbiamo pagato – e continuiamo a pagare – quasi tutti, ma che più di tutti hanno pagato le persone fragili, le persone ai margini, quelli che noi chiamiamo “poveri” ma che sono un universo, perché sono un vero e proprio universo le ragioni della povertà.

La crisi e la sua gestione rigorista ha allargato la forbice tra inclusi ed esclusi, lo sappiamo bene. Ecco perché sono convinta della crucialità di questo momento storico e politico. Ho il timore che si possa cedere a una tentazione: quella di agganciare il treno della ripresa dimenticandosi di correggere i meccanismi di squilibrio che in questi anni più che mai hanno creato emarginazione e disagio sociale. Finiremmo per uscire dalla crisi, ma non tutti: rimarrebbero indietro i soliti, quelli più lenti, quelli che non ce la fanno, e rimarrebbero indietro senza gli strumenti per recuperare e rimettersi in marcia.

Noi scontiamo ancora l’assenza di una politica nazionale strutturata, stabile e coraggiosa di inclusione sociale, e viviamo ancora una sorta di intollerabile indifferenza davanti non solo ai bisogni, ma ai diritti delle persone che fanno più fatica. Si tratta di un vuoto che ha radici antiche, ma che adesso interpella chi la responsabilità politica la detiene oggi: quindi questo Parlamento e questo governo, e chi amministra i territori. Ma chi svolge il proprio servizio politico, specialmente chi lo vive sul territorio, negli Enti locali e nelle Regioni, oggi non ha nessun dubbio sulla strada da intraprendere, perché vede quotidianamente con i propri occhi le fatiche di tanta gente, soprattutto di chi vive in una condizione di fragilità: anziani, disabili, mamme sole, famiglie rimaste all’improvviso senza reddito, spesso con bambini e ragazzi. E vede un sistema pubblico carente, disomogeneo, incapace di assicurare a ciascuno, a prescindere da dove vive e da che storia viene, non l’ottenimento di un privilegio, ma la semplice esigibilità di un diritto.

Oggi, e più che mai dopo la crisi, il nostro welfare non è in grado di fare il proprio lavoro, che è quello dell’articolo 3 della Costituzione italiana: correggere il più possibile i meccanismi sociali che portano alla disuguaglianza e all’esclusione sociale. Lo dicono tutti i dati, in primis l’Ocse che boccia clamorosamente la capacità dello Stato sociale italiano di far scendere l’indice di povertà assoluta: l’Unione europea in media incide il doppio dell’Italia, e i paesi del Nord Europa quasi il quadruplo.

Le Regioni oggi sono in prima linea, insieme ai Comuni. Ci siamo, ma con difficoltà enormi, con bilanci sempre più sofferenti, con l’incertezza costante su tante delle nostre risorse destinate a chi ne ha più bisogno, dal fondo nazionale politiche sociali al fondo per la non autosufficienza, che in questi anni sono stati messi, nel modo in cui i governi e i parlamenti che si sono succeduti hanno trattato la materia, al centro di una vera e propria guerra tra poveri.

Ecco perché penso che sia venuto il momento di mettere un punto alle sperimentazioni, alle esperienze anche virtuose che i territori hanno messo in campo, ma che per forza di cose rimangono parziali e limitate nella durata e nell’estensione.

Solo con l’adozione di un piano nazionale strutturato e finanziato in maniera adeguata le Regioni potranno mettere in campo le proprie competenze istituzionali: ovvero quelle di programmazione, monitoraggio, verifica, armonizzazione dei risultati sul territorio, anche con poteri nuovi in tema di controllo di quello che si propone di essere la prima prestazione sociale strutturata come un livello essenziale, come un diritto di piena esigibilità. Ad esempio, quella del Reis (il Reddito di inclusione sociale, idea frutto del lavoro della grande rete dell’Alleanza contro la povertà in Italia e sostenuto anche dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome) è una proposta che ci sollecita e ci sfida, perché metterà anche le amministrazioni regionali davanti alla necessità di migliorare la nostra capacità di fare da raccordo tra lo Stato e i territori, di essere quindi quella istituzione che contemporaneamente garantisce sia l’autonomia dei territori, sia l’unità nazionale che è prima di tutto unità dei diritti, e quindi stessi diritti per tutti.

In questa grande sfida per i diritti, c’è poi un’emergenza autentica ed è quella che riguarda le persone con disabilità, fisica o psichica. Un’emergenza vera, perché alle difficoltà di strutturare in maniera diffusa politiche per l’inclusione a loro rivolte si unisce la fatica delle barriere, mentali e architettoniche, dell’ignoranza, di un deficit culturale che ancora esiste verso le persone con disabilità e a volte – è il caso della malattia mentale – di un autentico stigma sociale.

I dati di cui disponiamo invece parlano chiaro: l’investimento sull’inclusione lavorativa delle persone con disabilità, in particolare dei giovani, è un investimento che paga, perché i risultati sono buoni, perché i livelli di emarginazione si riducono, perché il lavoro assume una vera e propria valenza terapeutica e diventa un autentico presidio di integrazione socio-sanitaria. Investire sulla vita indipendente paga, perché il beneficio terapeutico non va solo alle persone protagoniste di questo percorso e alle loro famiglie, ma va a tutta la comunità: perché una comunità più inclusiva è anche una comunità più solida e più ricca.

Su questo fronte le Regioni oggi sono in prima linea, insieme ai Comuni. Ci siamo, ma con difficoltà enormi, con bilanci sempre più sofferenti, con l’incertezza costante su tante delle nostre risorse destinate a chi ne ha più bisogno. Dobbiamo (tutte le istituzioni, dal Governo e dal Parlamento in giù) trovare il coraggio di dare gambe e stabilità (e quindi risorse vere) alle misure e alle politiche che funzionano, di fare sistema tra le esperienze anche virtuose che i territori hanno messo in campo.

Naturalmente, accanto alla questione delle risorse economiche, c’è il tema della governance. Un dato che assume una valenza ancora più importante in questo momento di riflessione che il mondo del sociale vive a 15 anni dall’approvazione della legge 328. Oggi sappiamo che più che mai funziona bene lo sforzo di fare rete, di mettere insieme Regioni, enti locali, dipartimenti di salute mentale, Asl, realtà dell’impresa e della produzione, il tutto in un meccanismo aperto e partecipativo. È la direzione che deve prendere il welfare rinnovato di cui questo Paese ha bisogno: persona al centro, nella pluralità dei suoi diritti e delle sue caratteristiche distinte ma integrate, e intorno un sistema reticolare in grado di dare risposte e soluzioni integrate. E soprattutto, risposte efficienti e rapide: vanno in questa direzione le proposte delle regioni al gruppo di lavoro ministeriale per la semplificazione amministrativa in merito alla riduzione dei tempi per il riconoscimento dell’invalidità e per l’eliminazione dei passaggi burocratici e sanitari ridondanti, che sono troppi.

Quella della governance, poi, resta una grande sfida specialmente per le Regioni, specie in questo tempo in cui la loro funzione è messa sempre più in discussione. E invece le Regioni un senso ce l’hanno, e proprio questo sperimentare la reticolarità ci deve spingere a migliorare la nostra capacità di fare da raccordo tra lo Stato e i territori, di essere quindi quella istituzione che contemporaneamente garantisce sia l’autonomia dei territori, sia l’unità nazionale che è prima di tutto unità dei diritti, e quindi stessi diritti per tutti. Alle disabilità e alle fragilità sociali non si possono aggiungere anche gli handicap territoriali, come invece avviene. L’impegno è quello di far sì che la Costituzione non sia solo un pezzo di carta, specialmente quando dice che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l'eguaglianza sostanziali dei cittadini e impediscono il pieno sviluppo della persona umana, mentre bisogna assicurare l’effettiva partecipazione di tutti alla vita politica, economica e sociale del Paese. Una partecipazione a cui hanno diritto tutti: anche le persone fragili. La Costituzione vale anche per loro, soprattutto per loro.

 

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