Un'Idea partecipativa di democrazia

Sabato, 28 Gennaio, 2017

Nel dibattito corrente sulla “crisi della democrazia” emerge un certo interesse verso l’idea che la costruzione delle scelte pubbliche (ad esempio, sulle grandi opere infrastrutturali) debba cercare di seguire vie innovative, anche a fronte del palese fallimento di molti modelli tradizionali del policy-making. La via che viene indicata, talvolta in modo generico, è quella che evoca una maggiore “partecipazione” dei cittadini, o un loro maggiore “coinvolgimento”: ma cosa si intende esattamente? Su cosa si fonda l’idea che una maggiore “partecipazione” produca decisioni “migliori”? e quali sono i “modelli partecipativi” a cui è possibile fare riferimento? In questo articolo, dedicheremo la prima parte ad una sommaria definizione delle idee alternative di democrazia che oggi si  misurano sul campo, ai modi diversi di concepire il “governare” e il “decidere” democraticamente. Nella seconda parte, forniremo alcune indicazioni su alcuni importanti sviluppi delle teorie e pratiche partecipative contemporanee, ispirate da una delle più importanti correnti del pensiero democratico dell’ultimo trentennio: l’idea di una democrazia deliberativa.

La “crisi della democrazia”: diagnosi alternative e terapie consigliate

Parlare di “crisi della democrazia”, in moti discorsi correnti, è divenuto oramai stucchevole: in realtà, il modo stesso di intendere questa “crisi” appare tutt’altro che univoco. E opposti possono essere i modi stessi di intendere le ragioni di questa “crisi”: sono problemi di “governabilità” (ovvero, di “inceppamento” dei meccanismi decisionali, o di “sovraccarico” della domanda politica)? O sono piuttosto problemi di legittimazione democratica delle decisioni?

La prima “diagnosi” gode oggi di un largo consenso, ma si sta rivelando fallimentare: alla base possiamo cogliere un’ideologia “decisionista”: l’idea cioè che, a fronte di una società “veloce”, l’unica soluzione è quella di accentrare le funzioni di governo e di costruire istituzioni altrettanto “agili”. E’ un’idea che ha un presupposto implicito: la soluzione dei problemi non può fare affidamento sulla “partecipazione” dei cittadini, perché le opinioni dei cittadini sono volatili, contraddittorie, fondate su interessi immediati o locali, facilmente condizionate dalla demagogia imperante. E poi, altro “luogo comune”: i problemi sono complessi, esigono elevate competenze specialistiche, come è possibile pensare che siano utile o produttivo discuterne con i cittadini? E’ una visione che assume e radicalizza la concezione della democrazia che fu, a suo tempo, proposta da Joseph Schumpeter: la democrazia come una mera procedura elettorale che seleziona un team di politici, in concorrenza tra loro sul mercato politico per acquistare il potere di assumere decisioni in nome di tutti. Punto e basta: né di più né di meno. Una visione che assume come un dato la radicale incompetenza dei cittadini, la loro incapacità di esprimere un giudizio razionale sulle questioni generali che toccano la vita e il governo di una società.

Nel secondo caso - una lettura della “crisi” come crisi di legittimazione democratica - i presupposti teorici sono del tutto opposti: al fondo, vi è qui l’idea che una decisione democratica non ha solo bisogno di una legittimazione istituzionale (assunta sulla base delle procedure proprie di uno stato democratico di diritto), ma abbia anche, e nella stessa misura, bisogno di una legittimazione discorsiva. Vale a dire: una decisione può dirsi democratica, e acquisisce una sua legittimità, se essa rappresenta l’esito di un processo di formazione e trasformazione delle opinioni e dei giudizi politici dei cittadini a cui abbiano concorso pubblicamente (in vario modo, direttamente o indirettamente) tutti coloro che, a quella decisione, sono interessati. Semplicemente, secondo una classica definizione di democrazia come self-ruling, “democratica” può dirsi una decisione che risulta vincolante per tutti solo in quanto ad essa hanno partecipato, direttamente o indirettamente, tutti coloro che a quella decisione sono soggetti (e che quindi, su di essa, hanno “qualcosa da dire”. e il diritto di dire qualcosa). Una “buona” decisione, e soprattutto una decisione democraticamente “legittima”, non è tale solo perché assunta da un’istituzione titolata legalmente ad assumerla: deve essere anche una decisione che è stata discussa, compresa e accettata, da coloro che da essa sono toccati. Una decisione che solo così può essere  “sentita” e vissuta come legittima, anche quando (e anzi, specialmente quando) non la si condivide.

Non sembri, quella qui delineata, una definizione “astratta” o troppo esigente, lontana dai processi reali della politica e delle politiche. Molto più semplicemente, essa richiama qualcosa che molti odierni policy-makers sperimentano molto spesso: che non basta “comunicare” ai cittadini quanto si è deciso, ma occorre anche saper costruire quella scelta, discutendone le ragioni, dopo aver indagato pubblicamente sulle possibili soluzioni e sulle alternative disponibili. Basti pensare, per fare un solo esempio, ai tanti casi in cui un amministratore o un politico si accorge che una propria decisione si rivela sorprendentemente e inaspettatamente priva del necessario consenso, o produce reazioni o proteste, e si dimostra poi “inattuabile” e rimanga di fatto “inattuata”: in questi casi si dice spesso, appunto, - per darsi una spiegazione su quanto accaduto - che quella decisione “non era stata sufficientemente discussa” con coloro a cui era rivolta, o che “qualcosa era sfuggito”,  o che non era  stata valutata in tutte le sue implicazioni.

L’alternativa che quindi si profila è quella tra diverse concezioni del governo democratico: da una parte, approcci alla decisione politica-amministrativa che sono variamente definibili come neo-elitistici, tecnocratici e/o plebiscitari; dall’altra, approcci che possono essere definiti invece come forme di costruzione partecipativa e deliberativa delle politiche pubbliche e delle decisioni collettive.

 

 

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