Una generazione mobile e il futuro dell’Università

Anche per i millennials arriva l'ora di emigrare dall'Italia. Nei dati del rapporto 'Italiani nel mondo 2016' redatto dalla Fondazione Migrantes e presentato ieri, fanno irruzione i giovani che erano appena nati o adolescenti allo scoccare del Duemila (rimando alla nota di Dalla Zuanna che trovate tra gli editoriali del sito http://www.argomenti2000.it/content/italiani-all%E2%80%99estero-riflettiamoci-su ). Oggi che hanno tra i 18 e i 32 anni si trovano protagonisti dei nuovi flussi migratori. Ma a differenza della generazione precedente dichiarano che non è una fuga ma "una scelta per coltivare ambizioni e nutrire curiosità".
Di per se non ci sarebbe niente di male. Intendiamoci: se vogliamo un mondo senza frontiere, se crediamo in una nuova dimensione della mondialità, non ci dovremmo scandalizzare se sempre più italiani desiderano passare un periodo all’estero, o anche se scegliessero di lavorare all’estero. Sotto quest’ultimo profilo l’azione della politica deve essere quella di rendere il lavoro all’estero una scelta, in condizioni competitive, e non una necessità.

I dati della Fondazione Migrantes sollecitano più di una riflessione e ci chiedono anche come si possa intervenire per far sì che questa scelta non sia “l’unica opportunità di realizzazione come indica il 43% degli intervistati”. Un primo passo può essere quello di rendere l’Italia attrattiva agli italiani e avvicinare gli stranieri qualificati – ha notato sul Sole 24 Ore, Giorgio Barba Navaretti – deve essere parte dello stesso disegno di rafforzamento e riqualificazione del capitale umano. Primo, rafforzare l’apertura internazionale degli atenei per i ricercatori. L’università italiana, nonostante le agevolazioni fiscali per il rientro dei cervelli, nonostante misure assai utili come le future cattedre Natta, non è in grado di presentarsi sul mercato accademico internazionale con proposte abbastanza competitive per attrarre buoni ricercatori. Le procedure dei concorsi, i salari bloccati, la lentezza delle carriere rendono quasi impossibile il raggiungimento di questo obiettivo. Questo scoraggia i migliori ricercatori italiani e tiene alla larga gli stranieri.

Vi è poi l’impegno di attrarre studenti internazionali. È da anni che l’università italiana si pone questo obiettivo, anche se va registrata la scarsezza numerica e qualitativa dei corsi in lingua inglese e il fatto che si sia ancora l’inizio con quei programmi internazionali svolti in lingua che possono maggiormente attrarre gli studenti stranieri.

Non si può qui entrare nell’altro aspetto richiamato, che riguarda il mercato del lavoro (a proposito del quale “Il Sole24 Ore” suggerisce di compiere «uno sforzo significativo per ridurre il cuneo fiscale e contributivo per i lavori qualificati»), qui il riferimento è ai salari troppo bassi che possono essere offerti e che pertanto non risultano competitivi. Ma torniamo all’università.
È sempre più evidente la necessità di una riforma dell’Università che vada in profondità e non si limiti a pensare agli organici, agli inquadramenti alle stabilizzazioni e quant’altro. Negli anni si è lasciato proliferare una pletora di istituti dalla dubbia qualificazione, e che finiscono per drenare risorse anche sui territori. Sarebbe necessaria una visione di prospettiva capace di ridare senso all’istituzione universitaria non lasciandola irretire dalle logiche mercantilistiche che finiscono per ridurre gli studi in una prospettiva – spesso illusoria – di occupazione sicura. Non mancherebbero le idee. Proprio ieri nell’incontro che abbiamo tenuto alla Camera presentando un volume di “Vita e Pensiero” il Prof. Nuccio Ordine ha offerto più di uno spunto. Le idee quindi ci sono… la politica deve fare le sue scelte.

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