Un parroco suona un monsignore

"Egregia Eminenza,

le scrivo dalle pagine di un giornale "di periferia"; quelle periferie tanto amate sia dal Signore (cresciuto a Nazareth, al suo tempo paesino di montagna) sia dall'attuale Pontefice, Papa Francesco.

Chi le scrive è un prete che ha studiato a Roma e che ha avuto molte possibilità di trovare uno spazio "comodo e adeguato" per imboscarsi in uno dei tanti uffici e dicasteri che l'enorme apparato della Curia Romana offre.

Ma ho scelto, già dal 1986, di andare nelle periferie della Sardegna, tagliandomi così le gambe ad ogni possibile "carriera".

Se il Signore vuole altro da me, inventerà Lui le strade perché io faccia altro e altrove.

In questi anni che sono trascorsi (32!) ho visto accadere di tutto dentro il clero. Sono rimasto fermo e zitto al mio posto cercando di dare. Ho gioito e gioisco perché abbiamo un Papa come Francesco.

È veramente umano e non è ipocrita (in senso greco! Non è attore, non recita il ruolo). È se stesso e - per quanto è sincero - talvolta scivola in linguaggi da parroco e - visto che io parroco lo sono - mi sento meno solo.

Lo sento vicino.

Invece, a Lei, la sento lontano.

A parte che dovrebbe accontentarsi di essere arrivato a settantasette anni e di aver fatto una vita più che comoda e riverita... Le chiedo: cosa vuole ancora? Io sono prete di campagna per scelta, ma crede davvero che non sia capace di vedere nelle sue accuse a Papa Francesco altri motivi ed altre intenzioni?

Lei accusa Papa Francesco di silenzio.

Ma si rende conto che Lei può essere accusato della stessa accusa, visto che si sveglia dopo cinque anni? Visto che ha dormito per cinque anni, nelle prossime undici pagine ci racconta di cosa ha sognato? Si vergogni.

Davanti a tutti noi preti che sputiamo sangue ogni giorno, in solitudine: voi giocate a fare i prelati, serviti e riveriti in tutto.

Così viziati di potere che non vedete altro, corrosi di gelosia per il troppo tempo a disposizione, mai sazi del ricevuto e sempre a guardare "i posti che contano" occupati dagli altri.

Son sicuro che Papa Francesco è capace di friggere un uovo e lavarsi i calzini da solo.

Di Lei no; di Lei ho solo la certezza che pur di cavalcare un suo capriccio fatto "per il bene della Chiesa" è capace di rivangare letame altrui.

Io sono nella Chiesa: cosa ha fatto Lei di bene per me e per i parrocchiani con cui vivo? Niente. In lingua sarda, Lei è un "imboddiosu": uno che prende una matassa che non è sua e fa nodi al filo; costringendo così la filatrice a perdere tempo nello scioglierli per continuare a tessere...

Il lavoro andrà avanti, ma avremo perso tempo grazie all'imboddiosu di turno.

Grazie a Lei abbiamo perso - per l'ennesima volta - faccia e tempo.

Guardando Lei mi voglio altro e altrove".

Don Francesco Murana, Parroco di Milis, Diocesi di Oristano

 

Lettera di don Francesco Murana, parroco di un piccolo paesino della Sardegna, Milis (Prov. Oristano) indirizzata a mons. Carlo Maria Viganò.

 

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