Ubuntu. L’esperienza delle “Commissioni verità e riconciliazione”

Lunedì, 22 Maggio, 2017

Nei miei scritti precedenti mi sono di frequente riferito all’esperienza sudafricana delle “Commissioni verità e riconciliazione” come modello di giustizia riparativa. Pur nella certezza che ogni esperienza è difficilmente replicabile in contesti differenti, proviamo a scoprirne le positività

Quando a metà degli anni Novanta in Sudafrica al partito dell’ANC guidato da Nelson Mandela fu affidata la guida del Governo del Paese, il rischio di una guerra civile per le innumerevoli violazioni dei diritti umani fino ad allora commessi in regime di apartheid fu notevole.

Per rispondere a livello istituzionale alle ingiustizie commesse bisognava scegliere se istituire un tribunale penale internazionale sul modello del Tribunale di Norimberga, allo scopo di giungere a una verità processuale e di irrogare condanne penali; oppure istituire delle Commissioni per chiamare gli stessi autori dei reati (ovviamente esclusivamente crimini di tipo discriminatorio a matrice ideologico-politica) a denunciare il proprio comportamento confessandolo di fronte alle proprie vittime le quali, corroborando le dichiarazioni dei primi con la propria versione dei fatti, potevano decidere di accettare l’offerta riparativa che gli autori dei reati formulavano per sanare il proprio misfatto, a fronte di una vera e propria amnistia ottenuta dai colpevoli.

Per noi Europei, abituati a un’immagine della Giustizia raffigurata cieca con una bilancia in mano, una scelta del genere può apparire a prima vista un’ingiustizia.

Per una cultura come quella sudafricana, però, nonostante i nostri possibili pregiudizi, non è così, perché è permeata da una grande consapevolezza di ciò che lega una persona a un’altra.

Essa è ben espressa dal concetto di ubuntu. Il vescovo Desmond Tutu, primate della Chiesa anglicana del Sudafrica e già premio Nobel per la pace, che fu designato Presidente delle Commissioni Verità e Riconciliazione, definisce l’ubuntu in un suo libro, dal titolo Non c’è futuro senza perdono, “un tratto fondamentale della visione africana del mondo”. È come dire: “La mia umanità è inestricabilmente collegata, esiste di pari passo con la tua.”. Spiega ancor meglio il concetto il detto sudafricano “Umuntu ngumuntu ngabantu”, che significa “Io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo.”.

L’attività delle Commissioni Verità e Riconciliazione si è conclusa nel 2003 ed è stata oggetto di critiche pesanti, da opposti versanti: qualcuno le accusò di troppa indulgenza, mentre altri, provenienti da altre parti politiche, accusarono questo modello di essere né più né meno che “un circo”. I Governi che si succedettero in Sudafrica, peraltro, vigilarono scarsamente sull’attuazione delle misure riparatorie che gli autori dei crimini avrebbero dovuto attuare.

Al netto delle critiche più o meno fondate, però, un fatto resta innegabile, come ben rilevato dal Prof. Adolfo Ceretti in un suo scritto pubblicato in Il libro dell’incontro: “in Sud Africa (..) il procedimento configurato per ottenere l’amnistia ha permesso che i responsabili delle violazioni, chiamati a rivelare pubblicamente i crimini commessi, partecipassero e contribuissero alla costruzione di un segmento del percorso di riconciliazione.”. E ha contribuito – aggiungo –  a mettere in luce che il destino e la giustizia delle vittime non sono separati da quelli dei rei.

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