Trump e l'Europa. Chi vuole frenare la storia e chi ne sta uscendo

Mercoledì, 9 Novembre, 2016

I cannoni che hanno sparato granate al vetriolo ed insulti non si sono ancora raffreddati che il vincitore delle elezioni americane ha già cambiato verso Clinton da persona da mandare direttamente in galera è diventata una persona che ha dato molto per il paese.

Dovremo abituarci a questo modello comportamentale che con inossidabile facilità sostiene tutto e il suo contrario dipende da ciò che conviene al momento.. Non sarà un bell’esempio per il clima sociale, ma questo è anche il prodotto delle nostre società.

Ma l’aspetto più importante che emerge da queste elezioni è lo spaesamento di tanta parte dell’elettorato impoverito dalla crisi económica e dalla progressiva globalizzazione delle economie. Nella difficoltà si aggrappa a chi sa interpretarne le paure, ma soprattutto è in grado di prospettare un futuro migliore. Ma la differenza rispetto ad altre situazioni analoghe oggi il futuro viene cercato nel passato. Quel “USA great again”, di nuovo grandi, ha tutte le caratteristiche di un desiderio più che di un obiettivo raggiungibile. Infatti ritornare al carbone ritornare alle acciaierie, ritornare alla manifattura dopo anni di deindustrializzazione e di internazionalizzazione della divisione del lavoro, pare impercorribile. La Cina come l’India e altri paesi dell’oriente sono ormai una realtà economica con cui fare i conti. E’ come far rientrare la pasta fuoriuscita del dentifricio nel tubetto.

Il sogno di Trump almeno quello dichiarato in campagna elettorale suona come fuori dalla storia, ma allo stesso tempo accusa le classi dirigente di non essere stati efficaci nel governare la globalizzazione da un lato e dall’altro di non aver saputo o potuto governare il progressivo aumento del divario sociale. E’ diverso dalla reazione reganiana o thacheriana degli anni 80. Quella progettava il futuro, giusto o sbagliato che fosse, sulla fiducia nel liberalismo, meno vincoli, più competizione, più mercato, Trump ha costruito il suo successo spingendo sulla conservazione, sul ritorno al passato più muri, più barriere doganali.

Occorre riflettere sul fatto che i pur ottimi risultati economici ottenuti da Obama in termini di PIL, tasso di disoccupazione, assicurazione sanitaria, non hanno modificato nel profondo il disagio delle classi sociali colpite dalla crisi. Purtroppo gli indicatori non rappresentano adeguatamente la qualità della vità. In altri termini se l’aumento del PIL e dell’occupazione sono indicatori che non dicono nulla all’uomo comune che non vede modificata sostanzialmente la sua situazione socio económica, significa che non è stato sufficiente il cambiamento. Ma non averlo compreso ed interpretato è un fatto imperdonabile per una amministrazione liberal.

Un’America ripiegata su se stessa, la Brexit in via di attuazione sono condizioni nuove di aggravamento dell’allarme sulla situazione emergenziale per l’Unione Europea. L’urgenza del cambiamento è ormai ineludibile, è una questione di sopravvivenza per non uscire definitivamente dalla storia. Prima gli europei si ritrovano su un nuovo progetto comune e meglio è.

Speriamo che la raffica di elezioni del 2017 non trasformi questa speranza in una strada impercorribile.

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