Torniamo ad abitare la nostra fragilità

Venerdì, 15 Settembre, 2017

Sedici e diciassette anni, come la maggior parte dei miei alunni. 

Un amore che diventa ossessione. La gelosia. La fatica di troncare. E da un momento all'altro Noemi non c'è più. Rimane sepolta per giorni sotto dei massi, fin quando Lucio, il suo aguzzino, confessa e, uscendo dalla caserma, saluta la folla con aria di sfida, tra smorfie e atteggiamento di insufficienza. O almeno è quello che appare.

All'indomani dell'ennesima, triste, orrenda vicenda che ormai da qualche giorno rimbalza sulle cronache nazionali e riguardante la piccola Noemi uccisa dal suo fidanzato Lucio, trovare le parole per commentare l'accaduto non è per nulla facile. Per un educatore ancora di più. Non ci sono solo sentimenti di rabbia, ma di incredulità, tristezza e soprattutto senso di impotenza. Quest'ultima è davvero insopportabile per chi si occupa di educazione, sia un genitore, un insegnante, o qualsiasi adulto. Sì, perché ancora una volta non vince la violenza o la forza, ma la fragilità. Una fragilità mal-educata. Una dimensione affettiva che vuole tutto e lo vuole subito e lo vuole necessariamente. 

È vero, non dobbiamo esprimerci per forza. Rischieremmo di fare i soliti discorsi dai toni un po' retorici che spesso vengono fuori quando si ripetono eventi del genere, soprattutto quelli che hanno come protagonisti dei giovani. Oppure rischiamo di azzardare conclusioni pseudo psicologiche e pedagogiche, non avendone le competenze.

Ma qualcosa va detta. Bisogna rischiare, perché al di là della nostra paura di esporci, forse parliamo ancora troppo poco. O meglio, parliamo troppo e agiamo poco sul campo.

La vicenda purtroppo porta con sé dei risvolti educativi molto importanti a più livelli, a cominciare dal fatto in sé fino ad arrivare ai contorni al limite della pornografia della sofferenza a cui assistiamo sulle nostre piazze socialmediatiche.

Anzitutto la vicenda, quindi. Stavolta non abbiamo un adulto calato nella parte del mostro. C’è un adolescente. Uno di quelli “a rischio”, uno violento, dicono i giornali. Un ragazzo come tanti. Sì, come tanti sono i ragazzi (basta entrare in una scuola per rendersene conto) pieni di problemi, causati per il 90% dagli adulti che li circondano. C'è una ragazza, la sua compagna, adolescente anche lei. Non sappiamo moltissimo, o almeno, non sappiamo di lei quanto i media ci fanno sapere di lui. Ma resta il fatto che sono una coppia di ragazzi che in qualche modo viveva un rapporto stretto, fatto di intimità. Insomma, una storia d'amore adolescenziale. Ma quale amore? Noemi qualche giorno prima scriveva sul suo profilo facebook "non è amore se fa male". L'aveva capito Noemi che quello non era amore. Ma dal capire una cosa al far seguire ad essa una scelta a volte c’è una galassia. Entrano in gioco meccanismi che non possiamo immaginare ma di cui troppo spesso sentiamo parlare quando arriva l'epilogo di una storia d'amore malato.  

Essendo impossibile offrire ricette o soluzioni affinché episodi del genere siano scongiurati, proviamo a ragionare ad alta voce.

Personalmente ritengo che qui non ci sia da focalizzarsi sui problemi in sé che i nostri adolescenti vivono, né sulla violenza manifestata, né sulla sfacciataggine con cui Lucio esce dalla caserma dei carabinieri. Queste sono conseguenze di un qualcosa che va oltre, e che caratterizza ogni persona in ogni tempo e in ogni luogo: la fragilità, o meglio una fragilità mal vissuta, mal sopportata, mal educata. Si sente spesso parlare di fragilità ultimamente, ma anche qui, fin quando continueremo a parlarne e non agire nei luoghi opportuni, la fragilità sarà solo uno di quei temi di cui parlare fin quando fa tendenza, poi si passa ad altro.  Il punto è che questa dimensione l'uomo la porta con sé da sempre, ma attorno a lui la storia, la società, i modelli cambiano di continuo.

E allora, è opportuno chiederci, cosa oggi porta la fragilità spesso a non sopportare un rifiuto? un fallimento? una delusione? un non poter permettersi l'oggetto del desiderio in modo immediato? Forse, abbiamo lasciato vuoti gli spazi della fragilità. Agevolati e viziati in larga misura dal digitale che ci permette di vedere realizzato davanti a noi quanto vogliamo in meno di dieci secondi, abbiamo riempito questi spazi della pretesa di onnipotenza. Abbiamo lasciato cadere nel vuoto le lacrime dei ragazzi, le loro attese, i loro sogni, la loro voglia di essere ascoltati. Perché forse da adulti abbiamo anche noi qualche problema con la fragilità. Ma cosa possiamo fare? Anzitutto, forse, tornare a porci seriamente una questione educativa, questione che non sarà reale fin quando non sarà totale, fin quando non ci metteremo in testa che riguarda profondamente ciascuna persona che vive in questa società. Forse, occorre ridare valore a quegli spazi di fragilità che ci caratterizzano, cercando di non lasciarli vuoti, ma riempirli. Forse abbiamo bisogno di abitare la nostra fragilità. Fare casa con essa. Accettarla. Abbracciarla. E dopo averlo fatto noi adulti, trasmetterlo agli adolescenti. Tornare a dire loro dei seri "NO" e spiegare loro che ogni “No” costruttivo è un'opportunità che sviluppa la capacità di attendere, la virtù della pazienza.

Un'altra questione che vorrei accennare riguarda ciò che sta accadendo in queste ore sui socialmedia. Anche in questa triste vicenda tutto è in favor di camera. Persino la notizia della confessione di Lucio data ai genitori di lui ancora ignari, a telecamere accese, durante un'intervista. Qualche giorno fa è accaduta la stessa cosa a proposito degli stupri di Rimini: varie testate giornalistiche descrivevano ogni dettaglio della violenza. È questa la comunicazione vera? È questo che vogliamo comunicare? "Il medium è il messaggio" scriveva McLuhan. Forse è necessaria una riflessione a tal proposito affinché possa arginarsi il fenomeno emergente della pornografia delle lacrime e del dolore, come da qualcuno è stata definita sui social ultimamente.

Oggi cosa rimane di questa vicenda? Mi viene da dire che sicuramente rimangono ferite aperte. Ma soprattutto rimangono aperti anche spazi di impegno reale!

Si interroghi ogni docente della Scuola italiana. Si interroghi ogni genitore. Si interroghi ogni realtà educativa. E iniziamo insieme, una buona volta, a parlare meno e ad ascoltare di più.

Riposa in pace piccola Noemi! I tuoi sogni non andranno persi nel cielo.

 

 

Commenti

Inviato da Gianfranco il

Mi piace molto il tuo articolo per la chiarezza espositiva, la profondità dell'analisi e l'invito di riflessione per ogni educatore. La fragilità dei ragazzi è purtroppo la fragilità del mondo e delle persone con le quali viviamo. Scopriamo che i genitori dei ragazzi coinvolti in fatti criminali non sono migliori dei figli. Sic.

Inviato da Pierenza il

Luca, ho letto il tuo testo e semplicemente mi sono sentita ancora più coinvolta in tutta questa storia, si, perché come dici tu, un educatore si sente chiamato in discussione ed io in più mi chiedo "dove ho fallito"? Non conoscevo Noemi, ma, in un certo qual modo anche io mi sento di aver "fallito"... difficile da ammetterlo, difficile ammettere che un po' tutti in questa storia ci siamo dentro ed "abbiamo fallito". Penso che i media ci tengono online ma non sempre connessi, spesso ci siamo per inerzia, o perché non abbiamo altro di meglio da fare, ma, il grano e la zizzania crescono insieme ed a volte è così difficile distinguerli... Così come le cose buone e non, si manifestano in Rete e non sempre sappiamo distinguerle.... Noemi aveva capito che quello che stava vivendo non era Amore, ma, quanto è difficile prendere decisioni quando crediamo che quello che pensavamo fosse Amore si rivela in modo differente e noi speriamo qualcosa possa ancora cambiare, si, lo speriamo... perché il cuore umano spera sempre in qualcosa di positivo, spera sempre che qualcosa possa cambiare in meglio... ma non sempre è così, il male esiste, s'intrufola nelle nostre Vite e non è semplice liberarsene!
Soffro, nel vedere Vite spezzate, famiglie spezzate, cuori spezzati... e Lucio, mi fa una gran pena... una persona non impazzisce da un giorno all'altro, non diventa violenta dall'oggi al domani, e, la cosa peggiore è che nessuno si sia accorto di nulla! Perché in realtà questo è il grande problema, non sappiamo più ascoltare, non sappiamo più osservare... e questo pian piano ci sta uccidendo, tutti... ed io penso al mio fallimento in tutta questa storia... quel giorno avrei potuto pregare di più, avrei potuto sperare di più, vivere di più... ed ora, posso ancora farlo, per me e per Noemi...!

Quello che sto vivendo in Brasile non è sempre semplice, quel che mi colpisce non si ferma ad una semplice povertà umana, ma ad una povertà spirituale! Il lavoro di Pastorale Vocazionale nelle scuole mi sta aiutando a mettermi sempre più in discussione... e la scorsa settimana con 82 ragazzi tra i 14 e i 17 anni (di cui cinque ragazzine incinta) abbiamo cercato di scoprire il significato della parola vocazione, qualcuno ha mai pensato di diventare sacerdote? Suora? Non mi aspettavo che alzassero la mano, ma che riflettessero...! Ed infatti nessuno ha alzato la mano... quel che mi ha fatto male è stato vedere quelle mani abbassate anche dopo aver chiesto se qualcuno avesse pensato di metter su famiglia, diventare padre o madre.... donare la propria Vita, ho visto solo 5 braccia alzarsi (nessuna delle ragazze in attesa), tre donne e due uomini... e 5 su 82 sono troppo pochi, ma non abbastanza da non sperare, da non trovare forza e coraggio per continuare l'incontro! Ricordo la maggior parte di quei volti, spenti... tristi... ed io??? Io cosa posso fare per le nuove generazioni? Come posso aiutare i giovani a riscoprire la grandezza e la bellezza dell'Amore Vero? Abitare le nostre fragilità non vuol dire dichiararci deboli, ma riscoprire le nostre debolezze per poterne fare la nostra forza!

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