Tornare al popolo

Tutti i sondaggi realizzati in questi giorni segnalano un ulteriore calo di consenso al Pd rispetto ai risultati del 4 marzo. Certo, si tratta di dati da maneggiare con prudenza, ma ciò che importa, al di là delle percentuali, è la tendenza, che non riguarda solo il Pd ma l'intera coalizione di centrosinistra e lo stesso raggruppamento di Liberi e Uguali. La sinistra arretra ancora, il M5S e la Lega, invece, crescono e consolidano le posizioni concquistate alle elezioni. D'altra parte, mentre il leader grillino e quello leghista impongono i contenuti e gli appuntamenti dell'agenda politica senza alcuna esitazione, il gruppo dirigente del Pd, che sostanzialmente è lo stesso di prima, non solo non ha aperto alcuna seria discussione sulla portata e sulle ragioni della più grande sconfitta della sua storia, ma ha continuato a lacerarsi e a dividersi sulla strategia per il futuro e sul posizionamento di queste settimane. Confusione, alterigia e risentimento sono apparsi i fondamentali di questi giorni. Il correntismo ha imposto i suoi riti senza alcuna vergogna o reticenza. E così, anche l'Assemblea nazionale è stata rinviata.
Il ritornello "opposizione, opposizione" è diventato il passaparola di una linea rinunciataria e di fuga dalle responsabilità, che ha portato, almeno fino ad ora, alla irrilevanza e all'isolamento.
L'unica posizione assunta per sostenere una via di possibile recupero dei consensi è stata quella di "tornare al popolo",  "ricostruire il rapporto con i più deboli", "ritornare nei luoghi di lavoro". Intendiamoci, tutte cose giuste. Ma per fare questo bisogna disporsi prima di tutto all'ascolto, con umiltà e serietà e poi, se proprio si vuole anche parlare, bisogna sapere cosa dire e quali parole pronunciare. Sul lavoro, sulla scuola, sulle disuguaglianze crescenti nelle periferie urbane e territoriali, sulla precarietà dei giovani, sull'emergenza demografica, sulla non autosufficienza, sulla povertà, sui limiti della sanità pubblica, sulla corruzione crescente e sulla piaga antica della criminalità organizzata, sui ritardi della ricostruzione nei centri terremotati. Questo dovremmo fare, un'analisi rigorosa delle ragioni di tanto astio e delusione nei confronti della sinistra, da indurre più di 4 milioni di elettori in appena 4 anni ad abbandonare il Pd per votare i 5 stelle o la Lega. E poi,  la elaborazione di un programma con obiettivi e propositi comprensibili, limitato a precisi ambiti di lavoro, per un soggetto che non rinuncia a dare il proprio contributo al confronto politico e parlamentare in vista della costituzione del nuovo governo.
Il Pd non dovrebbe rinunciare al dialogo con il M5S e con le altre forza politiche e non solo perché il dialogo è il fondamento della politica, ma soprattutto perché se si dovessero registrare distanze troppo radicali tra le diverse posizioni in campo e il Pd fosse costretto a decidere per l'opposizione almeno saranno chiare le ragioni di quella scelta e la sua ineluttabilità, soprattutto nel caso di un ritorno ravvicinato a nuove elezioni. Solo un testo programmatico, infatti, portato all'esame degli organi del partito e alla discussione nelle assemblee di base può, infatti, consentirci di valutare se il gruppo dirigente abbia recepito il messaggio degli elettori. Io penso, ad esempio, che, a questo punto, non sia in gioco solo una linea,  ma il senso di un progetto, la natura e il fondamento culturale di una politica, la stessa identità dei "democratici", nati per rispondere alle istanze di cambiamento e al deficit di speranza di una larga parte della società e percepiti sempre di più, invece, come un elemento di freno e di regressione.
È questa capacità di generare speranza che la sinistra ha smarrito, e senza la speranza la sinistra non esiste più, semplicemente non ha più alcuna ragion d'essere.
Qualcuno comincia perfino a suggerire di fare come Macron...di andare oltre il Pd, di forzare i suoi confini...Una vera istigazione al suicidio, non vi pare?
 
di Mimmo Lucà

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