TAV e democrazia deliberativa

Venerdì, 22 Febbraio, 2019

E' sparito dai radar del Governo e del Parlamento il DPCM sul dibattito pubblico prima di una grande opera (DPCM 10 maggio 2018, n. 76, su impulso del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti pro tempore Graziano Delrio). Perché non è ancora stata nominata la Commissione nazionale per i dibattiti pubblici? La scadenza era prevista per settembre 2018.

In premessa, si vuole dunque spezzare una lancia affinché vada avanti il percorso di implementazione del DPCM sul dibattito pubblico.

Tanto più che ricorre il decimo anniversario del primo dibattito pubblico su una grande opera , svolto a Genova per scelta della sindaca pro tempore Marta Vincenzi, sulla Gronda, sotto il coordinamento di Luigi Bobbio, Andrea Mariotto, Paola Pucci e J.M. Fourniau.

Il dibattito pubblico prima di una grande opera è un esempio di processo partecipativo inclusivo, coordinato da un esperto facilitatore e dal suo staff, abile nel valorizzare quanti più punti di vista possibile. Dura pochi mesi, va preparato con minuzia e "produce" una relazione che contiene punti di vista e riflessioni e critiche sull'opera. Entro pochi mesi, il proponente ha l'obbligo di rispondere a quanto contenuto nella Relazione finale, dicendo se vuole andare avanti nell'opera, senza ascoltare le osservazioni e motivando tale scelta; se vuole sospendere il progetto; se vuole andare avanti ma accogliendo talune proposte emerse dai cittadini.

Il dibattito pubblico "è uno strumento di problem setting e non di problem solving, che serve cioè a porre e a porsi i problemi giusti, a pensarli collettivamente, a farli emergere e attivare la critica sociale" (Ilaria Casillo, Il dibattito pubblico francese, in Il dibattito pubblico per infrastrutture utili, snelle e condivise, a cura di Italiadecide in collaborazione con I. Romano e A. Pillon, Rubbettino, 2018)

Il dibattito pubblico si svolge quando il progetto è nella fase preliminare dello studio di fattibilità. Oltre alla fattibilità ambientale di un'opera, con il dibattito si analizza in un certo qual senso la sua fattibilità sociale.

Il dibattito pubblico non serve a perorare la causa del proponente (non è comunicazione di impresa), né a far votare pro o contro l'opera (non è un referendum).

Il dibattito pubblico è sorprendente,  si articola ...in una serie di sorprese, apprendimenti, socializzazione dei conflitti.

E' qualcosa che manca alla Repubblica italiana, benché esistano casi sporadici di dibattiti pubblici (ad esempio il dibattito pubblico sul porto di Livorno e sui gessi rossi a Gavorrano, entrambi promossi dall'Autorità toscana per la partecipazione in ossequio alla legge regionale n. 46 del 2 agosto 2013, una legge in fase di rivisitazione consigliare)

 

Il Dibattito pubblico è una forma di democrazia deliberativa, perché mira a far emergere posizioni civiche argomentate, creando un circolo dialogico e dei ponti tra attori che spesso non si ascoltano più, ma si contrappongono (logica tribale) (v. R. Lewanski in La prossima democrazia sulla differenza tra bridging e bonding).

Esistono forme più avanzate di democrazia deliberativa (confronti creativi come quelli pensati da Marianella Sclavi, giurie dei cittadini, bilanci partecipativi, deliberative pollings), rispetto alle quali il dibattito pubblico è una forma base. Questo non vuole dire squalificare il dibattito pubblico, ma vuol dire provare a dare una risposta di mediazione nella controversia nata tra gli accademici se il dibattito pubblico sia o non sia una forma di democrazia deliberativa...

Nel caso della Torino Lione, è mancato proprio il dibattito pubblico, poiché questo processo ha luogo quando ci sono  ancora alternative progettuali rispetto al tracciato proposto dal proponente ed è in teoria possibile la discussione sulla opzione zero (lasciare le cose come stanno). Si è iniziato a coinvolgere la popolazione solo quando molte decisioni strutturali erano già state prese. Ciò conferma che procrastinare la fase di coinvolgimento civico comporta lo svilupparsi di endemici conflitti socio-ambientali, nel caso di opere controverse.

Di Tav si parla dagli anni 80 del secolo scorso. Il Governo italiano ha costituito un Osservatorio dedicato, con un primo Decreto di nomina datato 16 agosto 2006 ... ( Osservatorio per l�asse ferroviario Torino-Lione)

 

La contrarietà all'opera è assurta a " contrapposizione archetipale" , come qualche decennio fa avvenne in Basilicata, nel caso del contrasto diffuso rispetto alla decisione del Governo Berlusconi di ospitare in provincia di Matera il deposito geologico per le scorie radioattive italiane.

Da qualche mese, sono scese in piazza le c.d. madamine, espressione del popolo per il SI (anche alcuni partiti politici come Lega e PD si sono espressi a favore dell'opera). Il movimento No Tav ha avuto il sostegno del Movimento Cinque stelle.

 

Il titolare del dicastero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha posto grande enfasi sul ricorso alla Analisi Costi- Benefici, un metodo che però si inserisce in un regime di "epistemocrazia", più che di democrazia partecipativa. Meno che mai in quello di democrazia diretta, che viene promossa dalla compagine di cui fa parte il Ministro delle Infrastrutture.

Per epistemocrazia si intende il ruolo predominante che gli esperti (ingegneri, medici, tecnici comunali, professori universitari e ricercatori, centri studi) possono avere nell'iter di decisione su una grande opera controversa.

Nel caso che è sulle pagine dei giornali, la epistemocrazia è quella "giocata" dalla Commissione presieduta dal prof. Marco Ponti che, a maggioranza di 5 membri su 6, ha espresso un parere negativo sull'opera.

Torino-Lione: ultimate l'analisi costi-benefici e l'analisi giuridica | mit

La composizione della Commissione presieduta dal prof. Marco Ponti sembra non rispondere ad adeguati requisiti di indipendenza e pluralità di visioni progettistiche. Il Ministro delle Infrastrutture sembra abbia "usato" la Commissione per avvalorare la propria posizione politica No TAV. Mentre, in un dibattito pubblico il contributo degli esperti (e dei contro esperti) è quello di chiarire e divulgare ai cittadini questioni tecnico-scientifiche intricate.  La tematica di come valorizzare l'expertise ed il contro-expertise è un tema assai intrigante, sul quale diversi autori hanno proposto delle riflessioni assai interessanti (ad esempio  il contributo sul ruolo degli esperti di Luigi Pellizzoni e Chiara Zanetta nell'opera curata dal compianto Luigi Bobbio, La qualità della deliberazione, Carocci .).

E' da notare che il Vicepremier titolare del Dicastero degli Interni ha proposto il ricorso all'istituto del referendum, per decidere se proseguire oppure interrompere la TAV. Il referendum è un istituto di democrazia diretta ed è strano notare come la compagine del M5S (promotrice della democrazia diretta) non abbia sposato la proposta del Ministro Salvini, di ricorrere al referendum. E' un paradosso?

In ogni caso, sarebbe interessante discutere su chi dovrebbe partecipare all'eventuale referendum. I cittadini dei Comuni interessati dal percorso? I cittadini della Regione Piemonte?  I cittadini delle Regioni interessate dalla linea Torino Lione (anche il Friuli Venezia Giulia, ad esempio...)? tutti i cittadini italiani? E cosa dire dei cittadini francesi? Come coinvolgerli?

Si potrebbe analizzare il caso della stazione di Stoccarda, opera avversariata da diversi comitati civici tedeschi e dal partito dei Verdi. In quell'occasione, i momenti di ascolto attivo dei cittadini vennero seguiti da un vero e proprio referendum (vedasi la ricostruzione di A. Floridia, La democrazia deliberativa, 2013).

L'eventuale referendum (democrazia diretta) andrebbe preceduto da un congruo periodo di dibattito pubblico o da forme più avanzate di democrazia deliberativa!!!!

In vista delle elezioni Europee 2019, si potrebbe pensare ad un regolamento europeo che obblighi gli Stati ad accordarsi per il coinvolgimento congiunto e contemporaneo dei cittadini europei, nel caso di opere infrastrutturali di interesse UE! Una sorta di dibattito pubblico comunitario...

Più in generale, è da far conoscere la esperienza delle Regioni Toscana, Emilia Romagna, Puglia e della Provincia di Trento che hanno regolamento e finanziato i forme di processi partecipativi inclusivi.

 

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