Sulla legalizzazione della cannabis, apriamo un confronto

Domenica, 24 Luglio, 2016

Approda domani (25 luglio) alla Camera il dibattito sulla legalizzazione della cannabis. Le posizioni sono piuttosto note: da un lato chi sostiene che legalizzare significhi togliere potere al narcotraffico, controllare le sostanze in commercio, risparmiare forze di polizia, rimpinguare le casse dello Stato e destinare parte dei proventi alla spesa sociale; dall’altro chi evidenzia come questo genere di operazioni siano contraddittorie: si legittima di fatto la tossicodipendenza per avere risorse di gettito fiscale con cui prevenirla e combatterla. Perché questa contesa dovrebbe interessarci molto di più di quanto non stia facendo? Provo a spiegarne le ragioni in un post di analisi che, lo anticipo, non sarà “da ombrellone”.

Il titolo è pretenzioso, ma ogni tanto è importante esaminare alcune dinamiche basilari di tipo antropologico e sociale, per non abbandonarsi all’idea che l’assurdo domini la realtà.

Partiamo, come promesso, dalla questione della legalizzazione della cannabis, provando a muovere da un riscontro utile, offerto dall’esempio più recente di rimozione dell’illecito che abbiamo in Italia, e cioè il caso del gioco d’azzardo, “sdoganato” secondo gli stessi argomenti che oggi vengono riproposti per lo spinello.

I dati ad oggi dicono che le mafie non sono affatto arretrate, si sono riadattate velocemente al nuovo quadro. Gli introiti fiscali risultano risibili rispetto al volume di affari stimato: dal 2004 al 2012 il fisco ha recuperato una cifra pressoché stabile, attestata attorno agli 8 mld di Euro, solo che questa cifra nel 2004 rappresentava il 30% della movimentazione mentre nel 2012 poco più dell’8%, in costante calo. A fronte di questi 8 mld di Euro, la spesa sociale riferibile alle ludopatie si attesta attorno ai 6,6 mld di Euro. Questa forchetta (i dati che ho riportato si trovano ben riepilogati sul sito di Libera) negli ultimi anni si è ulteriormente ridotta, mandando questo sciagurato bilancio praticamente a pari.

Ma si tratta solo di economia?

Chi opera nel settore delle dipendenze ha ben presente la devastazione delle relazioni e della vita nel suo complesso che queste comportano. La sofferenza generata non si misura in Euro e non si risarcisce in Euro, questo dovremmo ricordarlo a noi stessi ogni mattina alzandoci dal letto. Questo volume di sofferenza non svanisce nel nulla: quando va bene è pazientemente rielaborato e assorbito in una trama fitta e attenta di nuove relazioni di cura. Quando va meno bene è semplicemente accantonato e sepolto sotto il tappeto. Quando va male esplode, in modo per lo più imprevedibile.

Non abbiamo alcun motivo fondato per ritenere che un processo di legalizzazione della cannabis segua una evoluzione diversa, dal momento che anche questa sostanza può dare dipendenza.

Perché allora ne stiamo discutendo?

Attenzione all’apparentemente innocente espressione che ho appena utilizzato: può dare dipendenza. Già, perché può anche non darla. Questo è il punto e questa è precisamente la crepa che oggi non sembriamo essere in grado di gestire nel discorso pubblico, su innumerevoli fronti: se non c’è una correlazione priva di scarti, se cioè c’è spazio per il “non è detto che…” tendiamo a fermarci immediatamente, non abbiamo più argomenti per sostenere con forza l’opportunità di non modificare il confine tra legale e illegale.

Osserviamo la questione più da vicino.

Che ci sia una correlazione tra una serie di pratiche (gioco d’azzardo, consumo di stupefacenti…) e la vita che si guasta seriamente è evidente per chi opera sul fronte della cura. Chi arriva a un SER.D ha sempre iniziato con un consumo non allarmante, di bassa soglia. Poi è successo qualcosa. Sono successe molte cose. E quando arriva la presa in carico sociale non c’è dubbio che la tal pratica ha avuto già effetti pesanti, da cui è molto difficile e faticoso riprendersi e liberarsi.

Spostiamo ora il punto di vista e adottiamo quello del consumatore che approccia la sostanza o una di queste pratiche. Possiamo pensare che sia disinformato sugli effetti? Non scherziamo. Il problema non è affatto l’informazione, e lo sappiamo benissimo. Nessun fumatore ha mai smesso di fumare perché lo hanno informato dei possibili esiti cancerogeni della nicotina. Il punto è che questi effetti, precisamente, sono possibili, non matematicamente certi. Guarda la nonna: fumava un pacchetto al giorno ed è morta a 90 anni, aveva solo un po’ di tosse ogni tanto. L’implacabile legge del non è detto che produce sempre in noi un effetto noto già a Platone e agli antichi: nel confronto diretto tra una gratificazione immediata e un possibile danno futuro, se non interviene altro dentro di noi, prevale l’attrazione per il piacere del momento.

Vorrei anzitutto allora evidenziare come cambino le cose a seconda che collochiamo la camera da presa in modo da offrire il punto di vista della comunità (che raccoglie i cocci) o quello dell’individuo (che si rapporta ai propri desideri).

La comunità che si fa carico privilegia lo sguardo ex post: qui la correlazione è infallibile, come osservavo sopra. Non può semplicemente esistere una persona che presenta una dipendenza da droghe che non abbia iniziato sperimentando occasionalmente una sostanza.

L’individuo che sperimenta privilegia invece lo sguardo ex ante: qui la correlazione è fallibile, e potremmo portare moltissimi esempi singolari, come quello della nonna incallita fumatrice (a cui, beninteso, immaginiamo somiglierà la nostra sorte di fumatori).

In senso puro, il cittadino proibizionista assume solo il punto di vista della comunità, l’antiproibizionista assume quello dell’individuo, ed entrambi sono sensati, come spero di aver mostrato fin qui.

La questione che allora sorge è questa: il legislatore quale prospettiva è tenuto quantomeno a privilegiare?

Prima di rispondere a questa domanda, vorrei fare osservare ancora qualcosa.

Come ci stiamo per lo più orientando oggi, nell’opinione pubblica occidentale, nelle discussioni sulla rimozione o istituzione di limiti di legge? Non è difficile notare, ad esempio, che tutto il dibattito sulle forme della genitorialità e della procreazione è alimentato da acque attinte al pozzo del non è detto che. Non è detto che una coppia omosessuale non possa crescere bene dei figli. Non è detto che una donna conduca una gravidanza per conto terzi solo per denaro. Non è detto che un figlio nato da fecondazione eterologa soffra del non avere accesso alla propria genealogia. Non è detto che dei bambini vengano educati bene perché i genitori sono un uomo e una donna. Non è detto che una donna per realizzarsi debba diventare madre. Tutto questo, lo ribadisco, è pienamente sensato, nulla di tutto ciò – ex ante – è detto. La forza persuasiva delle argomentazioni di Michela Marzano, per fare l’esempio di una persona combattiva e intelligente con cui ho potuto confrontarmi su alcuni di questi temi, si condensa a mio parere in larga parte sul potere del non è detto che, che è il potere della prospettiva che più amiamo, quella della prima persona.

Proviamo ora a considerare la cosa a rovescio, sempre per capire la preminenza che da cittadini attribuiamo alla prospettiva dell’individuo e all’argomento del non è detto che. Prendiamo l’esempio politico della Turchia e di quel che sta avvenendo. L’immensa repressione a cui stiamo assistendo ci indigna. Come è possibile mettere in stato di fermo migliaia di persone, sospendere dai propri incarichi professori, rettori di università, magistrati e forze dell’ordine o militari sulla base di sospetti legami con gli organizzatori del fallito golpe? Un cittadino potrebbe aver simpatizzato per qualche idea, ma non è detto che… Erdogan radicalizza l’altra prospettiva: i sovversivi (naturalmente rispetto all’assetto che lui rappresenta) autori del golpe hanno iniziato così, simpatizzando per certe idee. E se c’è qualche possibilità che quelle idee conducano ad azioni antigovernative e a disordini, allora tanto basta per bloccare e incarcerare.

Accetteremmo questo tipo di prospettiva?

Immagino di no. Teniamo questo no, e osserviamo un altro fronte.

In questo mese di luglio l’Europa è stata tragicamente segnata da diverse inaccettabili mattanze. Nizza e Monaco hanno riacceso il terrore del Bataclan e la memoria di altri eventi simili. Già, simili. Come vorremmo che le matrici fossero invece identiche, tutto sarebbe più semplice, l’azione preventiva potrebbe essere chirurgica e senza errori. L’uomo di Nizza – ho commentato la cosa in un altro post – ha avvicinato le idee dell’ISIS, ma al di là di questo era una persona depressa, alle prese con la separazione dalla moglie, segnato da una vita sessuale compulsiva e con altri tratti che condurrebbero ad una diagnosi di disagio multifattoriale. Ci indigniamo con le forze di intelligence perché è sfuggito ai controlli. Attenzione a quello che stiamo implicitamente facendo: qui stiamo assumendo senza remore la prospettiva della comunità ferita che osserva le connessioni ex post. Stiamo dicendo che – caspita! – con un profilo così doveva essere pedinato giorno e notte! Improvvisamente siamo pronti ad infischiarcene del fatto che qualcuno ci dica: «Guarda, non è detto che un depresso diventi violento; non è detto che una persona che affronta una crisi relazionale immagini gesti eclatanti ed efferati; non è detto che chi visita qualche sito pornografico o le immagini truci dell’ISIS poi compia azioni distruttrici». Improvvisamente al diavolo la privacy e via libera agli investimenti per intercettare il prima possibile scelte e comportamenti che potrebbero rivelarsi nocivi per se stessi ma anche per altri.

Ora, il consumo di cannabis rientra nelle medesime coordinate: comportamento che potrebbe rivelarsi nocivo per se stessi ma anche per altri.

Spero di essere riuscito, per quanto sapendo di dover condensare la riflessione, a evidenziare almeno tre cose: la prima è che noi tutti oscilliamo molto tra la prospettiva individuale ex ante – quella che ci fa dire “non è detto che” – e quella comunitaria ex post, che ci fa dire che tuttavia da certi mali possibili e probabili occorre in qualche modo proteggersi e proteggere.

La seconda è che culturalmente subiamo molto di più il fascino della prospettiva individuale e, anche per questo, nei dibattiti sui processi di legalizzazione degli illeciti, l’argomento “non è detto che” diventa particolarmente efficace e ci toglie lucidità di analisi.

La terza è che stiamo davvero rischiando una schizofrenia sociale e politica, dal momento che passiamo da una logica all’altra a seconda degli argomenti, senza renderci conto che si tratta esattamente dello stesso problema di fondo.

Riprendo ora la domanda di più sopra: il legislatore quale prospettiva è tenuto quantomeno a privilegiare?

Il legislatore non coincide con il cittadino che legittimamente – e affermando così un condivisibile antideterminismo nei percorsi esistenziali – pensa “non è detto che”; il legislatore, scriveva con acume Tommaso d'Aquino, è anzitutto un’istanza di «cura della comunità». D’altra parte in una democrazia occidentale non coincide neppure con una posizione di immobilismo e/o di pura repressione di ogni cambiamento in nome del “potrebbe accadere che”.

Le due prospettive sono chiamate a comporsi in qualche modo, perlomeno in una cultura che – pomposamente – potremmo chiamare dei “diritti umani”.

Questo significa che anche la ridefinizione di certe demarcazioni tra il lecito e l’illecito deve di volta in volta passare attraverso la comprensione della capacità dei cittadini di abitare con una certa sapienza proprio la zona d’ombra in cui “non è detto che” ma “potrebbe anche accadere che”.

Nel caso del gioco d’azzardo, da cui sono partito con questo post, abbiamo constatato che questa capacità fa significativamente difetto. Prima allora di aprire un altro capitolo molto probabilmente di altrettanto difficile e problematica gestione, la responsabilità del legislatore starebbe – a mio parere – nell’avviare piuttosto una riflessione e delle sperimentazioni per farsi carico precisamente di questo deficit di sapienza civile.

La sapienza civile a cui penso è fatta di capacità sociale di valorizzare quelle consapevolezze dolorose che maturano ex post, capacità che si traduce non anzitutto (pur se anche) nel reprimere, ma nel chiamare per nome e senza reticenze “bene” quel che effettivamente e per lo più fa bene, e “male” quel che effettivamente e per lo più fa male. Ed è fatta di capacità personale di stare più pacatamente di fronte ai propri desideri e alle proprie pressioni interiori, imparando – con l’aiuto di una comunità che educa e che non si sostituisce al singolo – a distinguere le diverse suggestioni e a fare la propria insostituibile parte di persone libere, misurandosi con le mille prospettive ambigue, discernendo e scegliendo le strade che effettivamente conducono agli esiti auspicati dal “non è detto che”.

La zona d’ombra che oggi fatichiamo a presidiare, quella in cui si decidono gli sviluppi delle libere scelte personali, non va certo invasa con inasprimenti legislativi (come chiediamo quando reagiamo immediatamente da comunità ferità) ma non per questo va lasciata all’improvvisazione, rinunciando a distinguere il bene dal male a partire dalle loro più tenui radici (come facciamo annacquando ogni differenza morale al grido di “non è detto che”). La zona d’ombra che ci mette oggi in difficoltà è propriamente un luogo antropologico, uno spazio dell’umano essenzialmente interiore in cui il personale e il sociale si intrecciano. Un tempo la chiamavamo “coscienza” e prima ancora “anima”: come ce ne stiamo prendendo cura?

Mi auguro che si possa ritornare a discutere più estesamente di tutto questo. Nel frattempo, quanto alla cannabis, ad oggi penso che non sia affatto una buona idea quella di smantellare quest’altra frontiera tra il lecito e l’illecito: certo, non è detto che chiunque ne sperimenterà il consumo svilupperà progressivamente una dipendenza da stupefacenti, tuttavia non trovo saggio giocare d’azzardo con la possibilità di introdurre nel nostro già teso tessuto sociale nuove storie personali di sofferenza e di disagio.

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