Sanità tra pubblico e privato

Giovedì, 28 Maggio, 2020

L’epidemia da Covid-19, che affligge pressoché completamente l’intero pianeta, sta comportando un momento di grave crisi - un crudele stress test – del sistema mondiale della salute, con ampi riflessi nella sanità pubblica e privata. In questo frangente pandemico il Sistema sanitario nazionale italiano, nato con la l. 833/1978 (l’anno magico della salute), sta dimostrando tutto il suo carattere mettendo in risalto un’efficacia ed efficienza davvero notevoli, sconosciute anche ai più attenti osservatori ed ai suoi stessi membri. Il suo asse portante sono stati i servizi territoriali e l’organizzazione delle cure primarie. Sono questi che hanno permesso al sistema di reggere l’urto della diffusione del Covid-19 permettendo di arginarlo dal suo nascere, andando a identificare i primi segni di malattia nelle nostre abitazioni, nei luoghi di lavoro. La gestione a domicilio di tanti malati è costata numerose vittime fra il personale sanitario, ma ha permesso al sistema ospedaliero di sbandare, ma di non capitolare sotto l’urto della pandemia. Un altro bastione del sistema, nonostante una regia non proprio ottimale, sono state le cosiddette risorse umane. Termine questo di pessima forma, ma che ben chiarisce la sostanza: senza gli operatori sanitari (di ogni genere e ruolo), non avremmo potuto far fronte a questo drammatico frangente. Ma attenzione a non promuoverli ad eroi nazionali: il movimento di popolo (che tanto impazza sui social) promuove la quotidianità ad eroismo, ma rischia di screditare il routinario lavoro dei sanitari. Queste ottime performance sono state raggiunte nonostante il nostro Sistema sanitario sia reduce da una miriade di attacchi di tipo ideologico-dottrinale volti a minarne le basi fondanti di solidarietà, equità sociale e protezione degli ultimi. Nate con il neoliberismo di mercato impazzante negli anni Ottanta, queste idealità sono poi confluite nella globalizzazione e successivamente, dopo la crisi mondiale dei mutui subprime, nella cultura della spending rewiev sino all’attuale sovranismo. Da questo attacco culturale è scaturita una stagione di tagli strutturali del budget destinato alla sanità: tagli lineari indiscriminati al fondo sanitario nazionale (la quota di Pil dedicata al finanziamento del Ssn) con una diminuzione, al posto del fisiologico aumento, dal 7,1% del 2009 al 6,5% del 2019. E non sembri questo un decremento di poco conto, considerando che negli ultimi dieci anni le esigenze di spesa sanitaria sono lievitate per innovazione tecnologica, turnover del personale ed edilizia sanitaria. Nel mentre i suoi difensori venivano tacciati di portare avanti una battaglia ideologica e di retroguardia, assolutamente antistorica. Ma da un paio di mesi i diffamatori del nostro Sistema sanitario sono scomparsi, si sono improvvisamente estinti tutti i detrattori del sistema pubblico corrotto ed inefficiente. Stessa cosa è accaduta agli acclamatori del sistema privato, che nella pandemia ha avuto un ruolo da assoluto comprimario, coinvolto solamente nella gestione dei pazienti postcritici e nella fase riabilitativa. In questa contingenza il sistema di mercato, il privato per intenderci, non si è dimostrato performante. Ma questo ha un suo perché: farsi carico del paziente acuto in tutta la sua complessità (assistenza respiratoria meccanica, enorme consumo di Dpi, assistenza medica ed infermieristica ad alta intensità, ecc.) prevede un dispendio di risorse economiche ed umane molto alto, dal quale non derivano significativi margini di profitto, il che esula dalla mission del privato. Altro elemento è la frammentazione del sistema, che scaturisce da un impianto privatistico: per una risposta forte ed efficace ad una pandemia è necessario un apparato coeso ed uniforme – addirittura con un orizzonte europeo -, non certamente uno spezzatino sanitario come quello delle strutture private oppure del multiforme sistema assicurativo. Solo un sistema sanitario organico – non quello dei ventuno pseudosistemi sanitari regionali – con una governance pubblica racchiude la capacità di gestire una catastrofe mondiale di queste dimensioni avendo l’obiettivo di diminuire le diseguaglianze ed aumentare la possibilità di accesso a cure gratuite e di qualità per tutti i cittadini. Ne abbiamo ulteriore prova se alziamo lo sguardo al di fuori dell’Italia, nei paesi dove non è presente un servizio sanitario pubblico degno di questo nome. Ci accorgiamo che i paesi del Sud del mondo sono nel panico per la paura del contagio: una epidemia da Covid-19 può significare una condanna a morte: non ci sono presidi territoriali per controllare l’epidemia, sufficienti terapie intensive o reparti di rianimazione. Un paese come il Mozambico ha a disposizione trentaquattro posti di terapia intensiva per circa 30 milioni di abitanti; l’Italia ne allinea circa cinquemila per una popolazione quasi doppia. E soprattutto in questi contesti socialmente fragili, durante le calamità, specie quelle epidemiche, uno dei rischi più frequenti è quello di sospendere i servizi sanitari essenziali di prevenzione e cura con la conseguenza che alla fine - come ricordava recentemente Giovanni Putoto - il carico di morbilità e mortalità di patologie comuni rischia di lasciare sul campo più danni e vittime della stessa epidemia. Se a questo aggiungiamo le difficoltà di un controllo sociale del territorio nell’imporre un periodo di lockdown, questo compone un quadro drammatico, che non può che farci apprezzare ancora di più il nostro sistema assistenziale. Come ci lascerà questo virus? Sicuramente possiamo immaginare che produrrà una realistica redistribuzione delle risorse fra sistema pubblico e privato, ma soprattutto confidiamo che possa diventare un’opportunità per accrescere l’attenzione verso le fragilità sociali ed ottenere un miglioramento della salute globale.

 

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