Riforma, riforme, riformatori

Giovedì, 2 Luglio, 2015

Ancora una volta, la parola "riforma" campeggia nel vocabolario della politica italiana e su di essa sembra ruotare la sorte della legislatura, del Governo, persino della stessa politica o, almeno, del cosiddetto ceto politico (o classe politica).
Certo, si può facilmente constatare che le accezioni di questa parola siano molteplici e che pertanto di essa sia possibile un'utilizzazione retorica e persino fuorviante: una cosa è il suo significato nella discussione europea (dove, per esempio, è normale ritrovare espressioni come "l'Italia ha bisogno di riforme strutturali, a partire dalla riforma del mercato del lavoro e dalla riforma della pubblica amministrazione"), altro nel recente dibattito italiano, dove sembra ristretto alla revisione costituzionale e alla nuova legge elettorale.
Tuttavia, la sola, per quanto corretta e opportuna, esortazione alla pulizia linguistica non pare in grado di dar conto esattamente dello stato della questione: dopo oltre trent'anni in cui, da varie forze politiche e con enfasi crescente, si è rappresentato agli italiani che buona parte delle responsabilità del declino italiano starebbe nell'inadeguatezza di alcuni meccanismi istituzionali e in particolare da alcune scelte effettuate in Assemblea costituente, appare francamente indispensabile che almeno taluni ritocchi costituzionali non riescano ad arrivare in porto. Sotto alcuni profili, oggi anche un cambiamento (vorrei evitare di usare la parola "riforma") zoppo o insoddisfacente sarebbe comunque meglio di un nulla di fatto, che avrebbe soltanto l'esito di allontanare ancora di più l'opinione pubblica dagli inquilini dei palazzi romani e di enfatizzare populisti di ogni foggia, tanto al governo come all'opposizione.
Al punto in cui siamo, riassumerei il nostro "che fare?" in due direzioni: la prima culturale, la seconda politico-parlamentare. Preciso che non andrò, in questa sede (e ne approfitto per ringraziare "Argomenti 2000" per l'ospitalità), molto oltre all'individuazione di alcune domande. Le risposte dobbiamo saperle dare insieme.
1. La prima direzione di marcia, quella culturale, serve a ricordare anche ai più giovani che la nostra Costituzione è nata da un confronto tra tradizioni politiche diverse che hanno indicato, oltre alle regole della convivenza politica e dell'architettura dello Stato, anche un orizzonte ideale. Il dibattito di questi mesi si è molto concentrato sull'efficienza, sulla rapidità, che sono elementi importanti, ma tuttora manca di un adeguato respiro politico-culturale. Siamo noi all'altezza dei nostri progenitori? C'è ancora tempo, da parte dei cattolici democratici, che furono una delle componenti fondamentali durante i lavori dell'Assemblea Costituente, per dare un colpo d'ala e rendere il dibattito e le decisioni sulle riforme più robusti dal punto di vista culturale e più elevati politicamente?
C'è storicamente un'insistenza, nella tradizione cattolico-democratica, sull'importanza dei corpi intermedi, che sono quelle istituzioni della società che si pongono tra persona e Stato. Perché l'abbiamo trascurata? Ad esempio, un Senato veramente rappresentativo del pluralismo sociale non dovrebbe limitarsi a rispecchiare il pluralismo degli enti territoriali, ma aprirsi di più, prevedendo forme di rappresentanza anche dal mondo del sociale, della cultura, dell'economia, delle associazioni? Sono quei "mondi vitali" che non possono essere evocati soltanto nei convegni o limitarsi a dare il nome a esperienze di promozione politico-culturale (come, appunto, l'Associazione Mondi Vitali).
2. La seconda direzione di marcia, quella politico-parlamentare, fa necessariamente i conti con l'andamento della discussione al Senato e con le prospettive della modifica della legge elettorale. Se è fuori luogo, almeno per ora, gridare all'autoritarismo, lo è ugualmente la posizione di chi dice "basta trattare, si decida", sia perché la vita democratica è per sua natura discussione e "trattativa", sia perché qui si stanno modificando regole costituzionali, cioè regole per loro natura delicate (non a caso l'art. 138 Cost., oggi opportunamente utilizzato, prevede un procedimento aggravato: aggravamento le cui finalità sarebbero evidentemente frustrate ove si pensasse, seguendo il non felice precedente della revisione del Titolo V fatta nel 2001, di considerare il progetto approvato in prima lettura al Senato come non più suscettibile di modifica).
Rispetto al testo licenziato alla prima commissione del Senato e con riserva degli eventuali cambiamenti che l'esame in Aula potrà apportare, due mi sembrano le linee di questo approccio: la prima, rivolta a inserire disposizioni che incentivino la cosiddetta buona politica, cioè un più virtuoso raccordo con cittadini ed elettori, la seconda, focalizzata su meccanismi di checks and balances che favoriscano un assetto costituzionale che, se non potrà essere quello vigente, almeno di esso conservi il carattere equilibrato e inclusivo.
Vanno in tal senso, quanto alla prima esigenza, le proposte sul superamento di alcune delle forme di autodichia, particolarmente inaccettabili in un momento nel quale le prerogative parlamentari sono lette (non senza ragioni storicamente persuasive) come espressioni di un privilegio e non di una responsabilità. Sempre nella medesima direzione vanno le proposte relative all'introduzione di principi e metodi di allargamento delle procedure di partecipazione democratica, intese come un dovere, da parte di Stato e Regioni, di individuare procedure e strumenti di partecipazione all'elaborazione delle politiche pubbliche e alla legislazione, con l'indicazione di principi guida ispirati ai paradigmi della democrazia deliberativa e di quella partecipativa, e con l'introduzione di un fondamento costituzionale del c.d. dibattito pubblico su grandi opere, secondo esperienze regionali (Toscana) e straniere (Francia): una democrazia dove si discute di più è anche una democrazia più forte. L'ampliamento delle possibilità partecipative richiederebbe altresì il ripensamento di un emendamento introdotto in commissione e relativo al referendum abrogativo: impedire al corpo elettorale di intervenire chirurgicamente sulle leggi, richiedendo che il quesito referendario abbia come oggetto almeno parti di articoli con "autonomo valore normativo"" renderà per il futuro non più ammissibili i referendum sulle leggi elettorali, che pure hanno svolto un ruolo importante nella storia repubblicana. Sarebbe un peccato.
Quanto alla seconda esigenza, l'equilibrio costituzionale (che non è riconducibile a una nostalgia conservatrice) è anzitutto aiutato da quel correttivo che sono le maggioranze qualificate: i quorum della Costituzione non hanno più lo stesso significato, e non da oggi, ma dal 1994, quando si passò da una legge superproporzionale a una prevalentemente maggioritaria. Il problema si ripropone oggi di fronte a una prospettiva di legge elettorale, il cosiddetto Italicum, che produce effetti fortemente maggioritari. E, dunque, bisogna alzare i quorum, a cominciare da quelli per l'elezione del presidente della Repubblica (e qui si dovrebbe anche pensare ad ampliare il collegio) e per tutte le decisioni di garanzia: l'elezione dei giudici costituzionali, dei membri del Csm, la revisione costituzionale e così via.
Servirebbe poi una ponderazione sul nuovo Titolo V: il nodo da sciogliere non sembra essere tanto quello della quantità dei poteri (più centralismo statale o più autonomia regionale), quanto piuttosto la necessità di un equilibrio tra l'esigenza dello Stato di non subire i ritardi delle Regioni nell'attuazione delle proprie leggi e quella delle Regioni di esercitare meglio la propria autonomia in presenza di una più chiara distinzione tra norme di principio e di dettaglio (e facendo attenzione a non riprodurre nuovi criteri di riparto che inevitabilmente darebbero stura a nuovo contenzioso costituzionale): ad esempio mediante una disposizione che contenesse a un tempo l'assegnazione di un termine per l'attuazione delle leggi statali e disposizioni statali cedevoli, applicabili nelle Regioni inadempienti una volta decorso inutilmente tale termine e fino all'entrata in vigore delle disposizioni regionali attuative, e che prevedesse altresì un ruolo del Senato nell'approvazione di tale legge.
Più che di riforme al plurale, il nostro sistema istituzionale sembra però bisognoso di "riforma": in luogo di tante e tanto scoordinate leggi, avvertiamo tutti il bisogno di più legge, come si esprimeva un lontano documento dell'episcopato italiano (Educare alla legalità, 1981). Non è un problema soltanto italiano, se è vero che un editoriale di Le Monde dello scorso gennaio titolava "Trop de lois tue la loi", ma da noi si pone con un'acutezza tutta speciale. Certo, il caos della normazione non è la causa o la sola causa delle difficoltà sociali, ne è piuttosto soprattutto l'effetto: a monte di esso abbiamo la perdita crescente di generalità e astrattezza della legge, il ruolo dei decreti-legge come zibaldone delle più varie istanze dei gruppi di pressione sociali, economici e burocratici, la cultura amministrativa che tende più a "pararsi le spalle" che a raggiungere obiettivi di sviluppo e di coesione.
Ma siamo sicuri che, alla fine, non sia il caso di ripartire proprio da qui?

 

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