Ridare acqua ad Aleppo costruire una coscienza di pace

Martedì, 25 Agosto, 2015

Una svolta politica decisiva, un cambiamento di rotta geopolitico può avvenire nell’indifferenza generale? Insomma, di fronte a una tragedia umanitaria senza precedenti può bastare la fredda eco nelle cancellerie di complicati protocolli di intesa e dossier scientifici a fare la differenza o non servirebbe piuttosto, un simbolo di civiltà, una metà simbolica per cui chiedere pace e giustizia?

Dopo gli accordi di Vienna sul programma nucleare iraniano tutti hanno parlato di una grande vittoria politica di Obama, la maggiore sul piano internazionale assieme alla fine dell’embargo con Cuba. Resta, non indifferente, lo scoglio del Congresso americano per cui il leader Usa ha rispolverato nel recente discorso all’università di Washington, l’apparato kennedyano della “Strategia della pace” con cui nel 1963 si ripresero le relazioni tra Usa e Urss. “L’alternativa all’accordo è una nuova guerra in Medio Oriente”, ha minacciato Obama per superare l’ultimo ma decisivo voto e poter poi pensare di ridisegnare un nuovo equilibrio in Iraq e Siria, epicentro del contrasto militare allo Stato islamico. Una partita, quella che si è conclusa a Vienna sul programma nucleare iraniano che - al di là dei scontati isterismi del premier israeliano Benjamin Netanyahu - segna un riavvicinamento fra Washington e Mosca, rimettendo sul tavolo da gioco altre che il dossier Siria anche quello dell’Ucraina.

Qualche segnale molto eloquente non manca anche nel cuore di questa torrida estate. Il via libera ai raid Usa in territorio siriano a difesa di alquanto evanescenti “ribelli moderati siriani” addestrati dal Pentagono contro l’Isis è un deciso, per quanto ambiguo, cambio di passo: un supporto aereo diretto per combattere il Califfato islamico, anche se questo va a intrecciarsi con l’esigenza di Erdogan di impedire la formazione di uno Stato curdo ai confini. Intanto, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha chiesto all'unanimità al segretario generale e al direttore dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) di preparare un piano per indagare e identificare i responsabili degli attacchi con armi chimiche nella guerra in Siria. L'attribuzione delle responsabilità per gli attacchi chimici nel Paese potrebbe dare il via libera a un'azione concreta del Consiglio di Sicurezza in Siria, dopo che la commissione d’inchiesta sulle stragi con armi chimiche era stata congelata per un paio d’anni anche se molte “linee rosse” sono state varcate dal regime siriano.

Piccoli passi dei giganti della geopolitica. Ma questo ritorno alla diplomazia, carico di premesse dopo un anno di terribile vuoto politico nel contrastare efficacemente lo Stato islamico, si scontra con una indifferenza dell’opinione pubblica sulla tragedia umanitaria in corso in Medio Oriente: quindici milioni di profughi tra Siria e Iraq mentre proseguono le persecuzioni verso la minoranza cristiana  basterebbero da soli a giustificare piazze piene, veglie di preghiera. Le atrocità dello Stato islamico dovrebbero da sole muovere le coscienze oltre l’allarme xenofobo e pretendere una concreta ed efficace politica.

Ma se serve un simbolo della tragedia del Medio Oriente, un obiettivo per cui ripartire questo ora è Aleppo: da quasi due mesi la città è senz’acqua potabile perché l’acquedotto è controllato da gruppi armati che usano questo bene essenziale come estrema arma di ricatto. Un terrorismo che viola un bene definito come una premessa alla affermazione dei diritti umani. Ora, se oltre un anno fa si sono levati accorati appelli del mondo cattolico italiano a salvare Aleppo simbolo del pluralismo e della convivenza secolare fra religioni ed etnie, il silenzio ha commentato la barbarie di due milioni di persone sotto assedio per sete nelle loro stese case. Solo qualche Ong sta aiutando il meritevole sforzo della Chiesa locale di recapitare nei serbatoi di case private l’acqua con dei furgonicini-pompa. Per questo servirebbe una azione civile per fare dell’acquedotto di Aleppo, da chiunque sia usato per seminare terrore (dubbi sull’identità di chi chiude i rubinetti nel pantano siriano sono più che legittimi) il simbolo di una tragedia da estinguere. Solo con una coscienza attiva, in marcia per l’acqua di Aleppo, i piccoli passi della gente comune possono incontrarsi e dare slancio ai meccanismi delle superpotenze. Un progetto di una associazione francese vuole costruire un acquedotto parallelo, fatto di cisterne autonome, per dare acqua attraverso i pozzi autogeni costruiti in città. Una tutela dei diritti umani fai da tè, per disinnescare il ricatto dell’acquedotto di Aleppo e difendere così i diritti umani di chi subisce la guerra fatto dal basso, prima che risoluzioni Onu o coalizioni internazionali intervengano. L’acqua della libertà, tornata nella coscienza dei cittadini europei, potrà poi liberare nei prossimi mesi pure Mosul e la Piana di Ninive in Iraq. 

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