Quel rosario antistorico

Mercoledì, 28 Febbraio, 2018

Gli ultimi giorni di campagna elettorale sono stati segnati dal tentativo di alcune forze politiche di intercettare il voto “cattolico”. Lo si è fatto attraverso appelli e gesti che o ripropongono il tema della difesa delle “radici cristiane” del paese o suggerivano una sovrapposizione fra Popolo di Dio e movimento politico. Il caso, noto, è quello del “giuramento” sul Vangelo del segretario della Lega Matteo Salvini sabato scroso a Milano.

Si tratta di un modo di guardare al rapporto fra cattolicesimo e politica che fa riemergere un equivoco assai rischioso, un modello che la tradizione teologica del novecento definiva “costantiniano”, che oggi ritorna in molte parti d’Europa, come dimostra il caso polacco, e che esprimeva una duplice tentazione: da parte della politica quella di fare della religione un instrumentum regni, uno strumento di consenso e di governo e da parte della Chiesa quello di servirsi della politica per tutelare un primato sociale e culturale.

La storia italiana ha visto la messa in discussione di questo schema con la nascita stessa della Repubblica, in ragione di una specifica funzione storica esercitata dal cattolicesimo democratico: una cultura politica che ha programmaticamente distinto scelta di fede e appartenenza politica e che ha, pur fra contraddizioni e passaggi delicati, reso un serivizio prezioso sia al paese che alla Chiesa italiana. Quella tradizione, alla quale si deve il nucleo vitale della Costituzione repubblicana, seppe “democratizzare” un cattolicesimo italiano che era stato solidale con il fascismo e che si collocava nella prospettiva della costruzione di una società e di un sistema politico cristiani. A quella cultura politica si deve l’abbandono di uno schema che, confrontandosi in modo fortemente critico con la modernità, riduceva il cristianeismo ad un programma sociale e faceva dell’insegamento della Chiesa un codice etico a cui aderire.

Quello sforzo culturale, oltre che politico, fra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, anticipò quanto la Chiesa nel suo insieme maturò con il Vaticano II: una netta distinzione fra religione e politica, che rendeva la prima più libera di essere fermento per la storia degli uomini e faceva la seconda pienamente responsabile delle scelte e del governo del secolo. Il cattolicesimo democratico ha incarnato tutto questo e disegnato un delicato ma vitale equilibrio fra l’ispirazione religiosa del credente e quella costruzione della città degli uomini nella storia che necessariamente deve pensarsi come laica. È in fondo questa responsabilità tutta politica e tutta laica che alcune settimane fa il presidente dei vescovi italiani ha voluto ricordare invitando le forze politiche a pensare politicamente, cioè responsabilmente, alimentando la coscienza civile collettiva e non assecondando paure e timori.

Di fronte a ogni tentativo di ridurre la fede a vessillo identitario e peggio ancora a criterio di adesione politica, è utile tornare al Concilio, che ha letto il principio di laicità come un cruciale segno dei tempi, che ha ricordato ai cristiani come la loro fede sia più che politica e proprio per questo sia libera e capace di mettere anche la politica di fronte alle proprie responsabilità e ai propri limiti. Di quel cattolicesimo democratico, che oggi non ha più spazio nel nostro quadro politico, vi sono esempi signficativi come Giorgio La Pira o Aldo Moro, di cui fra poche settimane cade l’anniversario dell’uccisione, i quali sono stati testimoni di una profonda laicità e libertà proprio perché profondamente credenti. E di tutto questo, in questa campagna elettorale fatta di violenza, insulti e odio, si nota in modo lampante l’assenza.

 

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