A proposito delle liste elettorali

Giovedì, 1 Febbraio, 2018

Nel tempo presente il rapporto fra elezioni e democrazia è talmente stretto da tradursi quasi in una identificazione. Anche se alcuni difensori del ruolo dei giudici costituzionali (leggasi: del loro attivismo) nelle democrazie contemporanee parlano di electoral democracy per definire i meccanismi della decisione politica democratica, volendo con ciò sottintendere (erroneamente) che il potere giudiziario potrebbe essere configurato come un secondo canale per la democrazia, è ben chiaro che solo le elezioni garantiscono il “bollino” di democratico ad uno Stato, ad un ente territoriale minore o anche ad una organizzazione sociale.
E’ certo tuttavia che la tenuta regolare di elezioni non è di per sé sufficiente ad aversi democrazia: quando fa difetto il requisito della libertà e della correttezza del voto (previsto ad es. dall’art. 3 del Protocollo addizionale della Convenzione europea dei diritti dell’uomo), la democrazia si riduce ad una farsa. Esempi come il Venezuela di Maduro, la Russia di Putin e la Turchia di Erdogan sono lì a dimostrarci – in diverso modo – che convocare elezioni non basta ad aversi democrazia. Ma anche quando – come in Italia – i requisiti di libertà e correttezza del voto sono una realtà consolidata da oltre 70 anni, le procedure elettorali conservano lati oscuri. Deficit di democrazia traspaiono se per democrazia si intende l’apertura agli inputs dal basso, che consenta ai cittadini elettori – nella loro irriducibile diversità – di incidere sulla composizione degli organi rappresentativi e  sugli orientamenti da questi assunti. E’ sulla base di questi rilievi che si può formulare qualche ragionamento sulla fase della procedura elettorale che si è appena conclusa: quella della selezione delle candidature e della presentazione delle liste elettorali, attraverso cui i partiti competeranno fra loro per il consenso degli elettori. L’offerta politica è stata infatti definita in queste ore: e il campo delle scelte degli elettori il prossimo 4 marzo è stato così drasticamente, ma inevitabilmente, limitato rispetto alle infinite possibilità esistenti in astratto.
Cosa si può ragionevolmente pretendere dalla fase appena conclusa per ritenere che essa sia degna di una elezione pienamente democratica? A nostro avviso molti ingredienti dovrebbero essere miscelati: in primo luogo un certo grado di relazione fra i candidati e i territori cui essi richiederanno il suffragio; in secondo luogo un ragionevole equilibrio fra potere di designazione delle organizzazioni locali di partito, apertura alla società civile e potere unificante delle leadership nazionali. Le “tecniche” utilizzabili a questo scopo (elezioni primarie, elezioni interne di partito, consultazioni via web, potere di filtro delle segreterie di partito, ecc.) possono in fondo essere variamente bilanciate a questo scopo.
Ora, se si utilizza questo pur vario (e vago) insieme di criteri, la fase della predisposizione delle liste elettorali nelle principali forze politiche (dal PD a Forza Italia, dal Movimento 5 stelle a Liberi e Uguali e alla Lega) solleva non poche perplessità. E ciò non alla luce di un approccio irenico che voglia negare i lati oscuri del potere: in questa occasione – come nel 2013 – si sono consumate vendette e prevaricazioni e non può essere certo ciò a stupire. Ma la questione è il “segno dominante” dell’operazione nel suo complesso, nei diversi partiti. A nostro avviso almeno tre dati possono essere registrati, tutti accomunati dal carattere oligarchico (e non certo aristocratico) di questa fase della procedura elettorale: a decidere sono stati i “pochi”, non certo i migliori e ovviamente neppure “tutti”.
Il primo dato è il potere quasi assoluto delle segreterie di partito (o delle strutture ad esse funzionalmente equivalenti). Aspirazioni a gruppi parlamentari di fedelissimi. Spazi ridotti per le minoranze. Cerchi magici. Indicazioni o esclusioni decisi capricciosamente dal lider máximo di turno. Scarsa visibilità dei processi decisionali. Tutti dati comuni alle principali forze politiche – vecchie o nuove – prima citate. La legge ferrea delle oligarchie, enunciata da Roberto Michels oltre un secolo fa, vince ancora.
Il secondo dato è la fragilità organizzativa e partecipativa dei partiti attuali. La “base”, ammesso che esista ancora da qualche parte, è lasciata quasi dovunque fuori dai processi decisionali: la politica è affare di professionisti, anche laddove essi hanno avuto scarso training professionale. E le “parlamentarie” via web del Movimento Cinquestelle sono un processo troppo settario ed opaco per costituire un’eccezione a questa regola, anche perché spesso, in quel caso, la comunità che dovrebbe costituire la base non esiste indipendentemente dall’atto elettorale via web in cui essa prende forma.
La terza è la scarsa apertura alla società civile, della quale traspaiono piuttosto delle caricature, come ex miss-Italia, campioni di nuoto o vittime di reati, i quali – con tutto il rispetto che ovviamente si deve a tali categorie – non soddisfano gli standards minimi per il riconoscimento come “società civile”, e vanno semmai ricondotti al ruolo – certo pur esso rispettabile – delle celebrities, quasi specchietto per le allodole (l’elettorato). Ma anche qui occorre fare attenzione a non coltivare falsi miti: la società civile italiana del nostro tempo non è meno fragile o più vertebrata della classe politica. In una società più che mai liquida, timorosa, incerta, la definizione dell’offerta politica difficilmente può produrre risultati tanto migliori di quelli che ora sono sotto i nostri occhi.
Infine una provocazione: quando – periodicamente – si ragiona di una legislazione sui partiti, si dovrebbe pensare anzitutto a questa fase. La legislazione tedesca prevede che la designazione dei candidati alle elezioni sia accompagnata dal verbale dell’assemblea di partito competente. Sarà forse uno schema troppo germanico, che potrebbe essere innervato di un po’ di flessibilità latina. Ma forse sarebbe meglio del mercato delle vacche dei giorni scorsi.

 

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