Paolo Cabras nel ricordo del figlio, di amici e parenti

Sabato 4 luglio, nella splendida basilica di Santa Maria in Trastevere, abbiamo dato l’ultimo saluto al nostro papà e nostro nonno, Paolo Cabras, affidandolo alla misericordia del Padre di tutti. In quell’occasione abbiamo voluto condividere alcuni ricordi che sono e rimarranno tra le cose più preziose della nostra vita.

Daniele:

Papà era un uomo di parte, convinto delle sue idee, determinato e non disposto a facili compromessi.

Per lui la politica è stata, più che una scelta, la scoperta di una vocazione maturata all’università. Una passione alla quale non ha esitato a sacrificare una promettente carriera di medico tra le lacrime di mia nonna. Quando decise che il suo futuro sarebbe stato la politica, virò su medicina legale per guadagnarsi da vivere, ma i suoi orizzonti erano oramai altri.

Era consapevole di come in politica fossero fondamentali il confronto e la mediazione, senza però mai rinunciare a porre al primo posto la coerenza con i suoi principi e la sua concezione dell’impegno politico. A questo si devono i suoi cambi di corrente nella democrazia cristiana, a volte dolorosi, e per i quali pagò inevitabilmente un prezzo. Rimase sempre fedele alla sua visione di un grande partito popolare, in grado di rappresentare anche i ceti deboli e di fare concorrenza, su quel terreno, alla sinistra socialista e comunista.

Nutriva stima e considerazione per molti suoi colleghi ma non nascondeva la negatività dei suoi giudizi nei confronti di altri. Sapeva riconoscere le ragioni e il valore di chi vantava una diversa appartenenza.

La sua DC era quella di Moro e Zaccagnini che, come sappiamo, durò poco e finì tragicamente.

Divenne piuttosto noto come assessore del comune di Roma all’edilizia, quando erano ancora molte le famiglie costrette in alloggi fatiscenti. Alle elementari scrissi in un tema che mio padre era assessore alle baracche suscitando, comprensibilmente, l’ilarità dei miei compagni.

Pur avendo avuto importanti incarichi di partito e avendo svolto un’intensa attività parlamentare, di potere ne ha sempre gestito poco.

Non ci ha mai chiesto di partecipare alla sua avventura politica ma fui io a chiedergli di poter assistere ad un congresso nazionale. Ero lì il giorno del suo intervento mentre un manipolo di compagni di partito, per farlo concludere, gli dava, con tono non propriamente gentile, del comunista e batteva vigorosamente le mani sul palco da dove stava parlando (senza riuscire a interromperlo). Aveva perso il congresso. 

È stato uomo di parte in politica ed è stato anche uomo di parte nella Chiesa. Rivendicava l’ispirazione cristiana in politica ma, fedele alla lezione di Luigi Sturzo, non ha mai preteso di fare politica in nome della Chiesa, né tantomeno in nome di Dio. Ha studiato all’istituto Massimo, dove mio nonno Mario insegnava, ed ha avuto sempre un solido legame con i gesuiti, personale e intellettuale. La sua Chiesa era quella di don Mazzolari, di don Milani, di Padre Balducci e di Padre Turoldo, la chiesa di papa Francesco, una Chiesa schierata con gli ultimi e che scorgeva nel Concilio Vaticano II i segni di una nuova primavera.

Non è un caso che a celebrare oggi sia un gesuita come padre Massimo Nevola, né il fatto che ci troviamo in questa bella basilica di Santa Maria in Trastevere. Qui infatti papà conobbe l’allora parroco, don Vincenzo Paglia, e con qualche fatica lo convinse a curare una rubrica su “Il popolo”, il quotidiano della democrazia cristiana di cui allora era direttore. Per superare le resistenze di don Vincenzo gli disse che non potevano solo criticare dall’esterno – si riferiva alla comunità di Sant’Egidio – ma che dovevano sporcarsi le mani se volevano cambiare davvero la democrazia cristiana.

Per noi è stato sempre e soprattutto un padre con cui scherzare, giocare e godere di momenti di ineguagliabile felicità. Conosceva il dovere e la responsabilità, ma ricorderemo innanzitutto la sua gioia di stare, prima insieme a noi e alla mamma e poi anche con i nipoti, una gioia che non si è mai attenuata. Indimenticabili i suoi arrivi in montagna ad agosto inoltrato dove ci raggiungeva, noi bambini e la mamma, con regali per tutti: da quel momento cominciava la vacanza perfetta.

Non amava parlare di sé e per superare le distanze ricorreva spesso all’arma dell’ironia. Le vittime delle sue battute ed imitazioni erano soprattutto zii e cugini. A volte risultava troppo insistente e qualcuno dimostrava di non gradire. Io, col tempo, ho capito quanto fosse interessato all’umanità di chi incontrava di cui sapeva spesso cogliere ed evidenziare gli aspetti peculiari. In questo modo ci ha insegnato ad apprezzare e ad amare ancora di più – lui, appassionato di teatro e di cinema - la commedia umana della nostra grande famiglia.

Gli ultimi anni sono stati duri ma ci hanno anche regalato momenti di grande intimità. Fino a quando ha potuto ha mantenuto vivi i suoi interessi e le sue passioni.

Ringrazio la mamma per quello che ha fatto e ringrazio tutti coloro che oggi hanno voluto rendergli l’estremo saluto.

 

Piero:

Papà era quello che ci portava a vedere spettacoli teatrali diventati famosi 20 anni dopo, o film che sarebbero diventati “cult”; che portava a casa quei dischi di musica d’autore che, ai miei amici, passavano i fratelli più grandi. Il papà democristiano che ci faceva conoscere Guccini, il rock e la contestazione di quegli anni.

Papà credeva nelle proprie idee e le difendeva con passione, anche quando questo voleva dire ritrovarsi in minoranza.

Papà è spesso stato in minoranza e nei momenti in cui, fortuitamente, si è trovato nella maggioranza, è entrato successivamente con essa in contrasto, quasi a manifestare l’insofferenza per quella collocazione.

L’amore per l’arte, la cultura anche schiettamente popolare, la letteratura, la passione per la montagna, ci sono stati trasmessi da lui sempre in modo naturale, suggerendo, senza mai voler imporre, fornendo in ogni campo letture intelligenti e mai banali di ciò che accadeva intorno a noi nei vari campi della vita.

La sua era un’avversione totale per il conformismo, il populismo diremmo adesso, il qualunquismo, l’arroganza del potere e la lotta per la sua conquista fine a sé stessa.

Non era sicuramente un uomo dei compromessi, delle astuzie, del “cosi’ fan tutti”, correndo spesso il rischio di risultare a volte anche troppo rigido in una cultura dominante di sotterfugi e ipocrisie: un gran rompiscatole a cui, anche i suoi avversari, non potevano non riconoscere una coerenza ed un coraggio nell’azione.

Ricordo come, nelle fasi più difficili, abbia sempre cercato di proteggere la sua sfera privata senza trasmettere, almeno a noi figli, pericoli e difficoltà connessi al suo ruolo pubblico.

Anche nei periodi di intensa attività politica, non ha mai rinunciato a seguire, con reale interesse, i nostri percorsi formativi, ad esempio, con la puntuale partecipazione ai colloqui con i professori nel periodo scolastico.

Sincero democratico è stato sempre estremamente rispettoso delle nostre scelte anche quando da lui non condivise.

Ci ricordava le scadenze elettorali perché considerava inderogabile la partecipazione ad esse, ma non mi ha mai chiesto per chi votassi, forse anche per non rimanerne deluso, ma io credo piuttosto per un naturale riserbo e rispetto a lui connaturati.

Il suo proverbiale “caratteraccio” e la sua impazienza, che in parte riconosco anche in me, sono sempre stati bilanciati dalla sua grande ironia e amore per la battuta anche irriverente, il gusto dello sfottò, affinato negli anni con il suo amico Peppe Donati.

Da nonno, con i suoi nipoti, ha continuato a trasmettere le sue passioni e i suoi ideali, infaticabile nel dedicare cura e attenzione nello scegliere per ciascuno di essi i libri da regalare nelle occasioni comandate.

 L’immagine del nonno che legge divertito un libro ai suoi nipoti, è stata da noi familiari scelta per il libretto che avete trovato sulle sedie di questa chiesa, in quanto sintesi perfetta del ruolo che da nonno e fino a che le forze lo hanno sostenuto, ha esercitato.

Ho sempre pensato che i buoni risultati conseguiti dai nipoti nel campo dell’educazione e delle prime esperienze lavorative siano anche il frutto del seme da lui inoculato.

Tutti questi brevi ricordi e considerazioni che ho cercato di raccontare vogliono rappresentare la ricchezza che ci ha lasciato e che ci consentirà di continuare ad averlo ancora tra noi.

Scusate, le ultime parole, così come Daniele, le volevo spendere per ringraziare mamma che sappiamo tutti come abbia accudito papà in questo lungo e tormentato periodo.

Senza troppe parole e retorica vorrei dire solo che la ringrazio per papà ma anche per l’esempio di amore e generosità che ha donato a tutti noi, figli e nipoti.

Ciao papà.

 

 

 

Elisabetta:

Io non me la sono sentita di parlare davanti a tutti ma ovviamente i ricordi su papà sono tantissimi e in questi giorni continuano ad affiorare.

Quelli dell’infanzia riguardano i tanti momenti speciali che trascorrevamo insieme come quando papà ci portava all’EUR e affittavamo i “grilli” gialli (una sorta di macchinetta a pedali) oppure al Luna Park dove facevamo giri infiniti sugli autoscontri. E poi naturalmente i pomeriggi al cinema: assolutamente imperdibili erano i film appena usciti di Bud Spencer e Terence Hill. Erano appuntamenti fondamentali ai quali non avrei mai rinunciato e anche papà ci teneva tantissimo. E poi le estati in montagna quando finalmente papà ci raggiungeva pieno di regali e di voglia di stare insieme alla sua famiglia e per tutti noi cominciava il periodo più bello.

In questi giorni mi sono venuti in mente anche alcuni momenti legati al suo impegno politico. Tra i tanti un episodio che risale al periodo dell'università. Andavo a studiare nella biblioteca di via Caetani, proprio di fronte alla lapide che ricorda Aldo Moro. Quel giorno papà mi diede un passaggio in centro e camminammo un pezzo a piedi insieme.

Eravamo su via Botteghe Oscure e quando arrivammo alla traversa di Via Caetani lui si scusò e disse che non se la sentiva di accompagnarmi fino alla biblioteca perché, ancora dopo tanti anni, faceva fatica a passare lì davanti.

Mi raccontò quello che successe quel giorno del 1978 quando era in corso la direzione della DC e furono avvisati del ritrovamento del corpo a pochi passi da dove si trovavano. E quindi la visione di quella immagine terribile che tutti conosciamo.

Le sue parole mi colpirono tantissimo: quella ferita bruciava ancora tanto. Mi incamminai verso la biblioteca da sola, sicuramente triste perché avevo realizzato quanto effettivamente quell' episodio fosse stato doloroso per Papà.

Nello stesso tempo, pensai che era molto bello il fatto che avesse deciso di condividere questo suo stato d'animo proprio con me, lui sempre così riservato sulle sue emozioni, soprattutto quando riguardavano la sua esperienza politica.

 

Sara:

Quando ho cominciato a lavorare in RAI, le persone che incontravo allora, sentendo il mio cognome dicevano: “Eh tuo padre sì che è una brava persona!” Oppure: “Sei figlia di Paolo Cabras? Eh, lui sì che è una persona onesta”.

Solo allora, all’età di 20 anni, ho compreso che il mestiere di papà poteva essere fatto anche in maniera sbagliata, in maniera disonesta.

Papà ci ha sempre tenuto lontani dalla sua vita professionale, un po’ per il suo carattere molto riservato e introverso e un po’ anche per proteggerci. Ma il messaggio più importante legato alla sua professione ce lo ha donato.

Ringrazio dunque papà, per averci trasmesso innanzitutto il rispetto e la lealtà con l’esempio concreto, tutti i giorni della sua vita, sia in pubblico che in privato.

È doveroso concludere ringraziando la mia mamma, la nostra mamma, pienamente complice di tale onestà intellettuale, che l’ha accompagnato da sempre, con tutto l’amore possibile fino all’ultimo respiro.

 

Stefano (era a Boston il suo ricordo è stato letto da Angelica):

“A Stefano, perché possa scoprire la vita insieme a Tom”.  Tom è il Sawyer di Marc Twain e questa è la dedica che mi hai scritto sulla prima pagina bianca delle Avventure di Tom Sawyer, il primo di una lunghissima serie di libri che mi hai regalato.

Le tue dediche, sempre succinte e rigorosamente scritte con quella terribile grafia da medico che perseguita i maschi della famiglia Cabras, riflettevano molto di te e del modo, sempre discreto, con cui avevi scelto di starmi accanto.

A dispetto dello stereotipo che vuole il nonno pronto a dispensare lezioni di vita rigorosamente non richieste, hai sempre fatto economia di parole e hai preferito provare a far parte del nostro mondo piuttosto che farci entrare nel tuo.

Il tuo desiderio di informarti sulle passioni, compagnie, prime uscite fuori e sabati sera dei tuoi nipoti, così come l’entusiasmo con cui ti dilettavi in nomignoli ed epiteti più o meno esornativi, non sono mai stati animati da un desiderio di controllo o di censura.

Tutt’altro. Erano il tuo modo di stabilire un contatto con le nostre vite e trovare chiavi comunicative. Tu, che di calcio non ti sei mai interessato, sei diventato, posso solo immaginare a prezzo di quale sforzo, uno dei più affezionati lettori della pagina sportiva della cronaca di Roma, così da poter farmi un resoconto, ogniqualvolta fossi venuto a farti visita, delle ultime indiscrezioni sul calciomercato della Lazio.

Cinema e letteratura, però, erano campi dove risultavi decisamente più assertivo. Ci sono “chicche”, come dicevi tu, imprescindibili.

I libri, che accuratamente selezionavi in base all’età, gusti e inclinazioni del nipote destinatario, hanno accompagnato ogni passaggio e momento importante.

Le serate cinema a Montiano, a cui noi nipoti partecipavamo rigorosamente in pigiama e allineati sul divano del soggiorno, erano un attesissimo rito pagano che ha segnato indelebilmente le estati della nostra infanzia.

Libri e film non erano solo un passatempo. Scavalcavano ogni distanza generazionale e diventavano un formidabile strumento di condivisione. Talvolta sostituivano quelle parole che, per indole e carattere, preferivi non pronunciare.

Attraverso Charlot, il neorealismo italiano e i romanzi russi, ci hai insegnato che la dignità della persona prescinde sempre dal suo stato economico-sociale e sei riuscito a trasmetterci quella tua contagiosa passione per l’umanità, in tutte le sue declinazioni.

Ti ringrazio per le tutte le cose fatte insieme. I pasticcini della domenica, con annesse disquisizioni su quale fosse la pasticceria migliore, i cicchetti dopo cena, le camminate in montagna, le interminabili estati in Toscana e le mattine in cui, stufo di stare a letto, correvo in salotto con la sicurezza di trovarti già sveglio, a leggere, seduto in poltrona.

Ora che siamo grandi possiamo dircelo. La vita, più che con Tom, l’ho scoperta con te.

 

Flaminia (era a Bristol il suo ricordo è stato letto da Arianna):

Caro nonno,

che dispiacere non essere qui oggi per un ultimo saluto. I tuoi nipoti più grandi lavorano all'estero e non ce l'hanno fatta a tornare in tempo, ma sono sicura che tu avresti capito.

Infatti, tu ci hai sempre spronato a dare il nostro massimo anche con qualche sacrificio. Hai sempre dato una grande e attenta importanza ai nostri successi e alle nostre vite, ricordandoti, con memoria impeccabile, la data di un nostro esame o il nome di nuovo amico.

 Non mi portò mai scordare quanto ti ho reso orgoglioso il giorno della mia laurea. Io ero così agitata per l'occasione da chiedere a tutti di non venire, ma tu hai detto che non se ne parlava proprio, non ti saresti mai perso la tua prima nipote laureata per nulla al mondo e così ti sei presentato in prima fila vestito di tutto punto. Che stupida che sarei stata a non farti venire!

Grazie per averci trasmesso l'amore per la cultura e lettura fin da piccoli. Io e Stefano bramavamo per ascoltarti leggere le avventure di Tom Sawyer e i romanzi di Salgari. E perfino i film di Charlie Chaplin spiegati dal nonno erano interessanti.

Grazie per i bei ricordi che mi hai lasciato: le estati calde a Montiano, le passeggiate a Fiera di Primiero e i pranzi della domenica tra prese in giro e discussioni politiche.

Sono ricordi che conserverò sempre con un sorriso.

Un abbraccio.

 

Silvia, Arianna, Angelica, Lorenzo e Damiano:

Caro nonno, quante cose ci hai insegnato:

-   ad amare la lettura. Entrando in casa dei nonni si rimane subito stupiti dalla quantità di libri ordinati sugli scaffali. Fin da piccoli, seduti sulle tue ginocchia, ascoltavamo incantati le storie che ci leggevi con pazienza. Poi, una volta cresciuti, hai iniziato, ogni Natale, a regalarci un libro dal quale sapevi avremmo potuto imparare qualcosa.

-   che un film in bianco e nero non è noioso e che non si è mai troppo piccoli per vedere un bel western. Grande intenditore di cinema, da sempre hai voluto trasmetterci questa tua passione.

-   che ogni pasto è una buona occasione per parlare di politica e, anche se talvolta le opinioni divergono e gli animi si scaldano, su una cosa siamo sempre tutti d’accordo: non si finisce mai il pranzo della domenica senza bignè e caffè.

-   che si può ridere e scherzare di tutto, soprattutto dei nipoti: Dezza, facciona, le bodrille, sono solo alcuni dei nomignoli che hai inventato per noi.

-   che l’abito non fa il monaco, meglio però indossare la camicia anche a casa, i mocassini al mare e le ciabatte... preferibilmente mai!

-   che l’amore passa anche attraverso i piccoli gesti e che ogni occasione è buona per viziare un po’ i nipoti: caramelle, liquirizie, torte della nonna, tante le dolci attenzioni che ci riservavi.

Ci mancheranno anche i tuoi borbottii quando qualcosa ti infastidiva o qualcuno non ti andava a genio: nessuno osava parlare ma ci guardavamo tra noi cercando di non scoppiare a ridere.

Caro Nonno, hai visto quante cose ci hai insegnato? Anche se oggi ci sentiamo un po’ tristi e disorientati siamo certi che il tuo ricordo rimarrà per sempre.

 

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