Pandemia e nuovi orizzonti comuni

Giovedì, 24 Settembre, 2020

    Papa Francesco la sera del 27 marzo di quest’anno così cominciava il suo messaggio Urbi et Orbi sul sagrato di Piazza San Pietro: “«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme”[1].

    La pandemia in corso ha in tutto il mondo scosso alle radici i nostri stili di vita, ha reso precarie tutte le apparenti certezze sociali, economiche, professionali, lavorative, scolastiche e anche scientifiche.

Il Covid-19 non era un ospite “inatteso”,  ma più che atteso: “negli ultimi 20 anni abbiamo ricevuto sei minacce significative: SARS (1997), MERS (2012), Ebola (2013), influenza aviaria (2005) e influenza suina (2009)”, ma l’ultima, il Covid-19, “ci ha beccato in pieno”[2]. Un ospite che ci ha colti inspiegabilmente impreparati sia sotto il profilo sanitario che politico decisionale, rendendo precarie le nostre stesse esistenze.

Nel 2005 la minaccia mortale di una pandemia era un argomento che occupava le copertine della stampa internazionale. La cover story di TIME, del 17 ottobre 2005, riportava l’allarme degli esperti di sanità sulla pandemia (di influenza aviaria) che stava arrivando, e che avrebbe ucciso milioni di persone, devastato l’economia mondiale e causando la chiusura (shut down) di tutto il mondo industrializzato e non.

Ma i Governi e i cittadini in questi anni hanno fatto finta di non sapere che gli scienziati aspettavano una pandemia da virus catastrofale[3]: nel 2012 David Quammen col suo libro Spillover aveva già illustrato i motivi per cui sarebbe stato opportuno prepararsi per tempo a una catastrofica pandemia virale[4].

Infatti, L'OMS aveva raccomandato da 15 anni a tutti i Paesi di mettere a punto un Piano Pandemico e di aggiornarlo costantemente seguendo le linee guida concordate. Il Ministero della Salute in Italia aveva stilato, sulla base delle indicazioni dell'OMS del 2005, una bozza di Piano nazionale di preparazione e risposta per una pandemia influenzale che era stato recepito dalla Conferenza-Stato Regioni, definendolo compiutamente nel 2008[5]. La Conferenza Stato-Regioni, nella seduta del 9 febbraio 2006, aveva conseguentemente sancito l'Accordo  con riferimento al "Piano nazionale di preparazione e risposta per una pandemia influenzale" demandano alle Regioni l’adozione di specifici piani. La Regione Veneto, per esempio, ne ha adottati due: un primo nel 2007 e uno nel 2009, costantemente aggiornato. La Regione Puglia nel 2009 aveva adottato una ipotesi di piano pandemico (Circolare dell’Assessorato alle Politiche della Salute prot. 7238/1 del 28.05.2009), ma senza poi monitorare (ponendolo come obiettivo ai direttori generali) che le aziende sanitarie ponessero poi in atto una programmazione organizzativa e gestionale conseguente, redigendo procedure di tempestiva trasformazione delle strutture sanitarie territoriali ed ospedaliere in strumenti efficaci di diagnosi e assistenza pandemica e formando adeguatamente gli operatori sanitari tutti.

Così nel caso della pandemia da coronavirus, pur essendo stati allertati per tempo dalle notizie proventi dalla Cina e trovandoci nelle condizioni migliori per rispondere adeguatamente alla pandemia, poco è stato fatto per prevenirla e controllarla. Il piano pandemico è stato eluso, il virus è entrato in Italia e ha circolato liberamente per settimane, le competenze epidemiologiche italiane non sono state attivate compiutamente. Il risultato è stato che, quando la pandemia è esplosa, gran parte delle risorse disponibili sono andate a potenziare il sistema ospedaliero e di terapia intensiva, con la ribalta mediatica occupata da virologi, esperti in vaccini e di terapia intensiva. Ma ora, con la seconda ondata in corso, , ci sarebbe bisogno di capire dove abbiamo sbagliato, perché non avevamo accantonato dispositivi di protezione individuale per medici e infermieri (e operatori delle forze dell’ordine e cittadini) e respiratori a sufficienza e  adottato e aggiornato procedure di trasformazione emergenziale delle strutture sanitarie ospedaliere, e cosa si potrebbe fare affinché in futuro prossimo i piani pandemici vengano applicati con successo: la prossima pandemia virale non è un sogno, ma un fatto concreto e atteso. Eppure, non c’è in atto riflessione alcuna di revisione dei fatti accaduti e il silenzio è, in merito e a ogni livello, assordante.

   Così questa emergenza ha pagato proprio il prezzo di una impreparazione organizzativa e soprattutto di una visione ospedalocentrica ed economico-contabile della sanità. Non dobbiamo soltanto chiederci se abbiamo bisogno di ospedali, terapie intensive, posti letto e personale, dobbiamo pretendere una visione culturale e politica di salute e sanità sulla quale costruire la conseguente organizzazione ed un rinnovato sistema sanitario pubblico. Se, per esempio, avessimo avuto una efficiente medicina di comunità (medicina scolastica, del lavoro, di base, del territorio), avremmo avuto meno bisogno di ospedali, terapie intensive e personale. Oltre ai DPI, ai ventilatori e al personale sanitario, in questa crisi è mancato qualcosa di meno “materiale”, ma altrettanto importante. Se consideriamo come il virus sia riuscito a circolare indisturbato per settimane e soprattutto quanti operatori sanitari abbiano contratto l’infezione, trasformando gli ospedali nelle maggiori fonti di infezione, è evidente che c’è stato un problema di sottovalutazione del rischio infettivo. “Il nostro personale sanitario ha perso la capacità di lavorare in un contesto di alto rischio infettivo. Questa consapevolezza è andata scemando nel tempo e sarà necessario ricostruirla, con impegno e metodo, assicurando una adeguata formazione del personale coinvolto nella risposta alla pandemia, definendo obiettivi di apprendimento chiari e test pratici per poter operare in ambiente sanitario. La consapevolezza del rischio infettivo non è solo necessaria per evitare la diffusione del virus in ambiente sanitari, ma è un modo per rendere più efficiente un sistema di sorveglianza che si giova anche dell’intuizione del personale di sanità pubblica e di tutti gli operatori sanitari”[6].

Ciò che deve guidarci nella lettura degli eventi Covid-correlati, quindi, è la complessità e per farlo serve il pensiero e la riflessione. Questa esperienza deve insegnarci che il virus non ha confini e che i confini li abbiamo costruiti noi. Perché farsi aiutare da altri Paesi dobbiamo leggerlo al negativo? Perché invece non valorizziamo la relazione di solidarietà che unisce le persone in alcuni momenti? E perché non pensiamo ad una nuova globalizzazione, che è quella della valorizzazione della sensibilità collettiva? Quanto alle scuole di Medicina, il numero dei medici da formare deve essere condizionato ad una visione della salute e della cura a cui devono seguire le azioni politiche necessarie a rispondere a questa visione, tra cui anche il numero del personale necessario. Non possiamo fare il percorso al contrario.

Io non so se nel futuro ci saranno dei potenziamenti reali nel comparto sanità e se i nostri governanti abbiano capito l’importanza di non effettuare i tagli lineari sulla sanità e di non rincorrere solo la parità dei bilanci. I provvedimenti governativi collegati ai finanziamenti europei straordinari sembrano andare in questo senso, ma occorre studiare e redigere un piano di riorganizzazione della medicina territoriale ed ospedaliera che abbia un respiro lungo, non l’eco della improvvisazione e dell’emergenzialità. La visione della sanità dovrebbe già cambiare da subito, perché la risposta non può essere ancora  una mera programmazione totalizzante economicistica-contabile, ma urge invece un recupero collettivo di una dimensione pratica e operativa olistica, dove al centro ci siano il bene comune e il rispetto della dignità umana, sempre e di chiunque. 

  Sento molti augurarsi al più presto un ritorno alla normalità, ad un ordine preesistente. Ma la “normalità” che auspichiamo è quella che ha determinato l’esperienza drammatica che stiamo vivendo. Sento utilizzare ancora una volta un linguaggio muscolare, di potere: “siamo in guerra”, “dobbiamo lottare”. Noi non stiamo in guerra, siamo fragili, non onnipotenti ed uniti in un destino comune e connesso: cominciamo ad utilizzare il pensiero invece del potere. Mai come in questo momento abbiamo bisogno – e lo dico da medico – di filosofi e poeti. Dire “andrà tutto bene” o dire “siamo in guerra” o “è stato imprevedibile” è in fondo la stessa cosa; vuol dire deresponsabilizzarsi rispetto ad una dimensione etica e civile di persone e cittadini che nei loro comportamenti e nelle loro scelte/non scelte hanno concorso al determinarsi di quello che stiamo vivendo.
I nostri governanti non sono avulsi dal contesto che li ha generati e per questo non possono essere i capri espiatori di una assenza di responsabilità di noi che non sappiamo essere comunità.

 Qual è allora la vita normale? Quella che ha determinato tutto questo? Io spero di non tornarci, ma di andare verso una vita che tutti insieme costruiamo con regole e prospettive nuove, inedite. Vanno esplorati orizzonti nuovi, non ripristinati vissuti patologici. Cito una frase di un articolo letto durante il lockdown: “Se la clausura ha congelato la normalità delle nostre inerzie e dei nostri automatismi, approfittiamo del tempo sospeso per interrogarci su inerzie e automatismi” (Ángel Luis Lara, El Diario, 4.4.2020) .

Papa Francesco ci ricordava quel 27 marzo scorso che “In questo nostro mondo … siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai … richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”[7].

Nell’immediato futuro le emergenze da gestire, infatti, sono non solo quelle sanitarie, ma soprattutto quelle sociali e lavorative. Dobbiamo da subito occuparcene, cominciando dagli ultimi, i poveri (non solo economici, ma anche culturali e sociali), che in questa esperienza abbiamo imparato forse essere uguali. E queste emergenze dovranno essere pensate e gestite con regole di sicurezza sanitaria diverse, anche quando sarà fruibile lo specifico vaccino (che potrebbe anche non essere disponibile per lungo tempo o, addirittura, mai, come accade da 40 anni per l’AIDS). Non è possibile ripensare più a vecchie abitudini per frequentare cinema e teatri, bar e ristoranti, spiagge e alberghi, chiese e associazioni, fabbriche e ospedali: dovremo trovare, inventare nuove modalità. La sicurezza, la vita stessa di ciascuno di noi e delle generazioni future poggia sulle scelte che faremo in questi mesi e che implicherà una visione economica, produttiva, culturale, scolastica, sanitaria completamente diversa dal passato. Se non ne saremo capaci, eventi pandemici (non diversi da quello che stiamo vivendo, con altri virus o batteri) si ripeteranno e noi soccomberemo e in quel “noi” è incluso ciascuno, nessuno escluso.

   L’ultimo numero de “Le Scienze” ci ricorda che “le estinzioni di massa del passato offrono indizi per capire che cosa accadrà dopo quella in corso, causata dalle attività umane”; Marco Cattaneo scrive che “Gli specialisti sono unanimi, nella lunga storia della vita sul pianeta è in corso la sesta grande estinzione di massa. Ma mentre le altre cinque si sono verificate per cause naturali, la causa di questa catastrofe è dovuta all’impatto del più potente predatore mai apparso sulla terra: l’uomo. Predatore, s’intende, non solo di altre specie, ma di territori, di risorse, di ecosistemi[8].

   E non è possibile trovare “untori” o responsabili esterni, come qualcuno cerca di fare, attribuendo colpe, per esempio, ai migranti e non ai ricchi vacanzieri e ai “negazionisti”, cioè a chi è contro la scienza e la osservanza delle regole della convivenza comune[9], eludendo la corresponsabilità causale, invece, di ciascuno. Non è più possibile alzare muri, chiudersi, differenziare: è tempo, opportuno ed irripetibile, di declinare insieme paradigmi nuovi di condivisione, solidarietà e scelte comuni. Siamo tutti sulla stessa barca!

   Gli scenari sono drammatici, più di quanto la stampa italiana narri: su Time, per esempio, un articolo pubblicato col numero di inizio settembre, intitolato “Losing Hope in India”, evidenzia che “Faced with a recession, a surging virus and majoritarian rule, many people in the world’s largest democracy are wondering how they’ll survive”[10]. Cioè la pandemia minaccia non solo la vita delle persone, ma le istituzioni democratiche governative stesse e ciò è un rischio incombente non solo per l’India, ma per tutti i Paesi. Sono divenuti recari, così, i nostri sistemi di convivenza e i relativi governi.

   È necessario, allora, pensare a un mondo nuovo[11] dopo il virus, che stravolga l’economia in senso ecosostenibile ovunque, che limiti il potere del mercato e che riporti le persone al senso della comunità, dopo la sbornia individualistica.

   In questo la Chiesa Cattolica e i medici cattolici in Italia e in Europa sono in prima linea, cercando di implementare in sanità, nelle comunità civili, nel mondo del lavoro e della scuola i principi ispiratori dell’Enciclica “Laudato sì”[12], per vivere, testimoniare, promuovere nuove relazioni – sane e sananti – con noi stessi, tra le persone, tra i popoli, con il creato. Non è una possibilità: è l’opzione unica per non estinguerci alla prossima pandemia.

Vincenzo Defilippis, presidente Federazione Europea Associazioni Mediche Cattoliche - Argomenti2000 Puglia




[1] Papa Francesco, Messaggio Urbi et Orbi, 27 marzo 2020

[2] Gill V., Coronavirus: this is not the last pandemic, BBC News, 6 giugno 2020

[3] Osterholm M.T., Preparing for the next pandemic, Foreign Affairs, Luglio – Agosto 2005 – 4, vol. 84: pp 24-27

[4] Quammen D., Spillover – L’evoluzione delle pandemie, Adelphi, 2012

[5] Piano nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale, CCM – Centro nazionale per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie. Ministero della Salute 2008.

[6] Curtale F., La pandemia da Covid19, Sanitainternazionale, 15 aprile 2020

[7] Papa Francesco, Meditazione del 27 marzo 2020, Sagrato di Piazza San Pietro

[8] Cattaneo M., Indifferenti al destino della vita, Le Scienze, settembre 2020, p. 7

[9] Pianigiani G. e Bubola E., I migranti non portano il virus, The New York Times – US, in Internazionale, pp 32-33

[10] Perrogo B. e Thirani Bagri N., Losing hope in India, Time, Aug.31 / sept. 7 2020, pp 38 – 45

[11] AA.VV., Dopo il virus un mondo nuovo?, MicroMega, 5/2020

[12] Papa Francesco, Enciclica Laudato sì, 24 maggio 2015

 

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