L'umanità e ciò che può distruggerla

Giovedì, 2 Aprile, 2020

Abbiamo perso di vista l’umano. Non da oggi, certo, ma è adesso che possiamo rendercene conto con un grado di consapevolezza difficilmente eguagliabile.

Adesso che un virus invisibile ed esterno ha portato alla luce un altro virus, ben visibile e interno al tessuto della nostra umanità degradata.

Né del resto la cosa dovrebbe sorprendere più di tanto, visto che la radice semantica di «virus» (in latino «veleno») è la medesima del termine «vir» (in latino «uomo»).

La connessione fra l’umanità e ciò che può distruggerla è forte a partire già dal nome, ma a parte questo dato, di quale virus esterno e ben visibile a chiunque non voglia tenere la testa sotto al terreno stiamo parlando?

Si tratta di un virus culturale, i cui danni si sono prodotti lungo ormai più di due decenni, fino a consentire al Corona di trovare un terreno fertile su cui dispiegare con maggiore efficacia i propri drammatici effetti.

Innanzitutto occorre sottolineare il fatto di una politica che si è sottomessa alla logica quantitativa e impersonale della finanza. Quella per cui contano soltanto i numeri e tutto, a cominciare dall’essere umano e dai suoi bisogni, può essere sacrificato sull’altare di un’entità astratta e contraddittoria che chiamiamo «profitto», ormai in grado di dettare l’agenda ai governi di tutto il mondo. In questo caso gli effetti li abbiamo potuti vedere su una sanità pubblica che è stata martoriata da tagli economici e misure drastiche, fino a depotenziare in maniera sciagurata la capacità dei nostri ospedali e del personale che vi lavora di fare fronte alle emergenze.

Credo dovrebbe farci riflettere tutti l’assistere a un contesto sociale in cui i parcheggi degli ospedali sono a pagamento e quelli dei centri commerciali perfettamente gratuiti.

Come anche, per venire allo specifico della cronaca, dovrebbe suscitarci più di una sdegnata perplessità venire a sapere da «Avvenire» che negli Usa si decide di escludere dalle cure mediche più efficaci rispetto al Covid-19 gli anziani e in generale i più deboli. Oppure ancora, venire a sapere da L’Espresso che i politici americani, nel momento stesso in cui minimizzavano la gravità del virus, informati dai servizi segreti sui termini reali della questione si affrettavano a compiere operazioni finanziarie per trarre profitti economici.

Questi episodi di degradazione etica dovrebbero altresì spingerci a considerare il graduale ma inesorabile impoverimento sul piano più generale della cultura, per cui si è conferita sempre meno importanza alla competenza, alla preparazione e alla qualifica delle persone chiamate a ricoprire ruoli delicati all’interno della società.

In questo senso si è finito col privilegiare troppo spesso le appartenenze politiche, i nepotismi, le cooptazioni varie che nel momento stesso in cui garantivano determinate consorterie o interessi, indebolivano in maniera irreparabile il tessuto della società.

Fino a che, poi, non si presenta inaspettata una drammatica emergenza sanitaria, e allora scopriamo letteralmente sulla nostra pelle quanto è fondamentale disporre di servizi pubblici sani e funzionanti, di amministratori che sanno individuare i pericoli per tempo e attuare le misure più opportune, di ricercatori, medici e figure professionali in grado di studiare il problema e approntare la necessaria assistenza alle persone.

È in questa tragica vicenda che scopriamo anche quanto è fondamentale usufruire di insegnanti qualificati e meritevoli a ogni livello (Università compresa), perché loro è il compito di educare e formare anche in senso civico dei cittadini i cui comportamenti non siano esclusivamente egoriferiti, irresponsabili e pericolosi per se stessi e per l’intera comunità. Tutto questo in particolar modo di fronte a una pandemia che, per definizione, ci fa vedere come nessun individuo è mai separato dagli altri, così che si rivela compito di ciascuno preservare il bene anche della comunità tutta.

C’è voluto un virus terribile per scoperchiare la crisi dell’umano. Una crisi prodotta dall’uomo stesso, che proprio per aver sacrificato l’umano sull’altare di idoli fallaci e deleteri (profitto economico, progresso tecnologico), oggi si scopre a pagare egli per primo il prezzo di quella scelta dissennata. Mai come oggi, insomma, l’uomo si è rivelato alla stregua di quel «povero diavolo di animale ragionevole» di cui parlava Jacques Maritain (Réflexions sur l’intelligence et sur sa vie propre, Nouvelle Librairie Nationale, Paris 1926, p. 333).

Colui che si occupa di filosofia, cioè che si interessa alle grandi questioni di senso, sa bene che questo istinto deriva fondamentalmente da due spinte emotive: la meraviglia (come insegnavano Platone e Aristotele) oppure il dolore (secondo la lezione di Leopardi, Schopenhauer e Nietzsche).

Mai come oggi siamo chiamati a sconfiggere il virus culturale che ha spodestato l’umano dall’orizzonte valoriale delle nostre società, sapendo che soltanto in questo modo potremo ricreare le condizioni perché la meraviglia dell’umanità prevalga sul dolore delle disgrazie.

Paolo Ercolani
Università di Urbino "Carlo Bo"
Dipartimento di Scienze dell'Uomo

 

Commenti

Inviato da Carlo Felici il

Caro Paolo, vir e virus hanno la medesima radice di virtù e tutte la stessa di vir-robolis, cioè implicitamente rappresentano una "Forza" non solo nel suo lato benefico, ma anche in quello oscuro. I parcheggi negli USA servono anche a parcheggiare i senza tetto, senza assistenza sanitaria e senza alcuna attenzione nelle statistiche, quindi la mera rimozione dell'esistenza umana, prima che essa vanga rottamata. Aristotele non è diverso da Leopardi, perché quel thauma, erroneamente tradotto con "meraviglia" in certe vulgate filosofiche correnti, come ci ricorda anche Severino, non è altro che l'arcano terrore del dolore, quindi più uno spavento che una piacevole sorpresa a cui il filosofi, nel corso della storia hanno cercato di porre rimedio, non di rado costruendo, come nota lo stesso Nietzsche, "rimedi peggiori dello stesso male" e cioè dello stesso "thauma". Quindi credo che oggi come oggi, la filosofia debba ricordarci non solo la nostra intrinseca fragilità, ma soprattutto il senso di un vivere che, se non è relazionato con tutto quello che ci circonda di umano e di habitat naturale, è meno che nulla, purtroppo un nulla non inerte ma altamente autodistruttivo. Perché se noi non possiamo fare a meno della Terra e dell'Universo, la Terra e l'Universo possono benissimo fare a meno di noi..e anche della nostra scienza e della nostra filosofia. Che la Forza sia dunque con noi..soprattutto per sopravvivere a noi stessi.

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