Libia: una proposta per l'Italia e per l'Europa

Domenica, 20 Marzo, 2016

Quello libico è uno scenario molto complesso dove alla tradizionale suddivisione tribale si aggiungono le divisioni politiche lasciate sul terreno da un intervento dei Paesi occidentali, rimasto a metà così come ha detto nei giorni scorsi Obama con un dura critica a Francia e Inghilterra. L'iniziativa dell’inviato speciale dell’Onu per la libia, Martin Kobler, non ottiene il risultato sperato: il Governo di unità nazionale guidato dal premier incaricato, Fayez Al Sarraj, non ha la fiducia da parte del Parlamento di Tobruk, l’unico organismo riconosciuto a livello internazionale. Rimangono così sul campo due Parlamenti (il Congresso Generale nazionale di Tripoli e la Camera dei rappresentanti di Tobruk), due Governi, che tra l'altro debbono affrontare l’avanzata delle milizie del cosiddetto Stato islamico (Is).

A Tunisi, il 21 e 22 marzo prossimi, si terrà la riunione dei paesi vicini alla Libia. La risoluzione della crisi libica, la messa in sicurezza delle frontiere tra Tunisia e Libia di fronte alla recrudescenza delle operazioni terroristiche e l’infiltrazione sul territorio tunisino sono state al centro del colloqui tra il ministro degli esteri tunisino, Khemaies Jhinaoui e il premier libico, Fayez Al Sarraj, al quinto vertice straordinario degli stati islamici tenutosi a Jakarta il 6 e 7 marzo scorso. Ma tutto ciò non basta.

Come italiani abbiamo un legame antico con queste terre. La Libia come nazione l’ha inventata l’Italia ripescando, nel 1911, la denominazione classica della Provincia Romana a quel tempo coincidente solo con la Cirenaica. Territori non facilmente assemblabili: già nella bipartizione dell’impero Romano operata da Diocleziano, la Cirenaica andava sotto la prefettura d’Oriente mentre la Tripolitania in quella d’Occidente.

 La Cirenaica infatti che i greci chiamavano Pentapoli, cinque città per distinguerla appunto da Tripoli, tre città, era stata non solo legata sempre a Creta e alla Grecia ma anche all’Egitto dei Tolomei. La Tripolitania faceva invece parte, insieme all’attuale Tunisia, delle cosiddette province d’Africa, frutto della conquista di Cartagine.

Sotto l’impero ottomano la superficie costiera corrispondente all’attuale Libia si chiamava Velayet di Tripoli, ma aveva goduto già nel XVIII e XIX secolo di relativa autonomia. Con l’occupazione italiana il territorio viene diviso nuovamente nelle due province Tripolitania e Cirenaica che mantengono una secolare rivalità. Il movimento dei Senussi, ad esempio, di resistenza agli ottomani, nel corso del XIX secolo, era di origine cirenaica. A queste province l’Italia aggiunse il Fezzan e, successivamente, la striscia di Aouzu ai confini con il Ciad. In Cirenaica aprofittando della conformazione geografica vi è stata la principale azione di guerriglia e di resistenza antiitaliana, sia indigena che britannica durante la 2a guerra mondiale. Nel secondo dopoguerra il paese fu governato per 18 anni da un re cirenaico della famiglia IDRIS, che fu abbattuto nel 1969 dal generale golpista Gheddafi di origine tripolitana, il quale cercò di riconquistare la zona di Aouzu che nel frattempo era ritornata al Ciad nell’inutile guerra che durò dal 1973 al 1981. La difficoltà nei rifornimenti e nella logistica indusse all’abbandono dell’impresa.

La Libia odierna conta 6 milioni di abitanti con un alto livello di urbanizzazione: 78%, fra i più alti al mondo, mantiene le differenze secolari tra Tripolitani più “laici” e Cirenaici, oggetto di forti repressioni operate da Gheddafi e le diverse, minoritarie e autonome, realtà tribali.

 Con una agricoltura depressa: si importa oltre il 70% dei prodotti alimentari, l'economia si fonda sui pozzi di petrolio e gas, principale ricchezza della nazione. Con il loro 38% fanno della Libia il più importante produttore di petrolio dell’Africa.

I giacimenti sono all’interno, soprattutto in Cirenaica. Gli oleodotti, eccetto uno, giungono ai terminali costieri con un tracciato a cavallo tra le due regioni per arrivare ai terminali posti, in parte in Cirenaica, in parte in Tripolitania. La pretesa di egemonizzare la leva economica sta alla base del conflitto esploso alla caduta di Gheddafi.

La situazione si è ulteriormente deteriorata dopo le elezioni del 2014 con la vittoria delle forze liberali contro quelle islamiche. Queste si sono riunite in una coalizione denominata Alba libica (Fratelli musulmani più altri) con base a Tripoli. Il parlamento, riconosciuto a livello internazionale, ha invece sede a Tobruk in Cirenaica. In questo contesto si è inserito lo Stato Islamico che negli ultimi mesi ha accresciuto le sue forze. Oggi si parla di un contingente che può andare dai 6 mila ai 10 mila individui.

Gli sforzi dell’Onu di cercare di ricomporre le diverse fazioni in lotta sembrano naufragare, avvicinando il momento di un intervento militare dall’esterno.

 IL RUOLO DELL'AMERICA

 La nuova dottrina americana esclude interventi diretti massicci, impegnandosi in azioni mirate con reparti speciali e attacchi limitati ad obiettivi focalizzati.  In Siria e in Iraq questo ha significato che l’intervento è stato poco più che simbolico e l’Isis non è stato pesantemente sconfitto, nonostante l'intervento della Russia con massicci bombardamenti.

La dottrina Obama esclude quindi operazioni tipo Iraq, il che significa che i problemi sono dei paesi più o meno coinvolti o confinanti. Tra questi paesi sicuramente l'Italia o meglio l'Europa che, nel 2003, nel documento Strategia Europea di Sicurezza, aveva scritto “che è nell’interesse europeo che i paesi alle nostre frontiere siano ben governati”; ma ancora una volta, con esito tragico, ognuno (Francia e Inghilterra) è andato per conto suo, senza sapere che futuro costruire. E senza impegnarsi in questa direzione. Un fallimento anche per le prospettive dell'Europa.

E QUELLO DELL'ITALIA e DELL'EUROPA

 Abbiamo rivendicato la guida italiana in un contesto Onu. Ma dato il groviglio di cui si è detto se non si hanno obiettivi chiari di ciò che vogliamo e di ciò che non vogliamo fare si rischia di creare un altro Iraq alle nostre porte o un Afghanistan o una Somalia.  Ci dobbiamo chiedere con quale progetto si pensa di poter intervenire?

Stante il ginepraio irrisolto sarebbe suicida inviare forze (5-6.000 uomini) o dividere in aree di influenza italiana, francese, inglese. Gli islamici fondamentalisti non aspettano che questa mossa.

Per pensare ad un intervento occorre definire delle linee guida. Provo a proporne quattro.

Dichiarando subito che è necessaria una “nuova dottrina della difesa” europea che, se da un lato sconti l’inefficacia degli interventi solo di bombardamento, dall’altra capisca che non c’è nessuna esportazione di democrazia da operare con sbarchi epici e spettacolari. Piuttosto c’è un doppio lavoro politico ideologico e di intelligence che necessariamente comporta anche l’uso di elementi nei teatri di guerra. La finalità deve essere chiara: favorire la convivenza pacifica tra i popoli dando un nuovo e maggiore peso alle organizzazioni internazionali.

Ecco le quattro proposte: 

1. Comprendere la reale consistenza di queste bande ISIS e dare il supporto esterno alla loro sconfitta, avendo la forza di recidere le reti che consentono loro di alimentari e di armarsi;

2. Occorre che l’Italia, tramite il ruolo della Mogherini, proponga con forza una strategia europea, appunto una nuova dottrina europea della politica estera e della difesa, è questo tra l'altro un obiettivo , culturale prima che politico, della massima urgenza se non vogliamo vedere l'Europa... sconfitta nelle urne;

3. Qualsiasi intervento dovrà essere sotto l’egida ONU, condizione necessaria, ma non sufficiente; non può esserci alcun intervento se non si parte da un accordo chiaro sulla necessaria risistemazione del futuro della Libia che contempli anche una ripartizione o cogestione degli interessi economici che, ad oggi, sono intrecciati fra le diverse realtà territoriali. Formare una Unione Libica dei tre stati Cirenaica, Tripolitania e Fezzan che hanno in comune la Comunità del Petrolio e del Gas COPEGA, una sorta di CECA europea

4. Gli europei, costituendo una forza militare europea ad hoc – non di Francia e Italia, ma dell’Unione Europea sotto il comando italiano – potrebbero aiutare i governi libici ad assicurare la transizione. Sarebbe, tra l'altro, in nuce l'auspicabile esercito europeo.

Va da se che, nel frattempo, andrebbero previste aree di accoglienza di potenziali profughi nella stessa Libia, Egitto o in Tunisia.

Una iniziativa del governo italiano in questa direzione sarebbe innovativa nelle relazioni con l’Africa, marcherebbe la strada di un rilancio dell'Europa come progetto politico e contribuirebbe, coltivando le condizioni per una convivenza pacifica, ad evitare quella che si annuncia come una catastrofe.

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