La scuola fuori dalla scuola

Lunedì, 4 Maggio, 2020

Nel tragico scenario dell’epidemia che ha colpito il nostro Paese la questione della riapertura o meno delle scuole, come delle Chiese, non può certamente pretendere di essere al centro della scena e delle preoccupazioni del Governo e degli italiani. Eppure non posso che condividere l’espressione del Presidente Mattarella che ha parlato di ‘ferita aperta’ riferendosi alla chiusura dei nostri istituti scolastici fino al prossimo mese di settembre.

Sì è una ferita, perché toglie un diritto fondamentale, che è quello allo studio, e colpisce i nostri ragazzi, che, unici nella storia Repubblicana, si troveranno a ricordare la loro carriera scolastica anche per questa impensabile anomalia. E’ una ferita per chi si trova ad avere responsabilità nella gestione della scuola, che si scopre impotente dinanzi ad una congiuntura che ci esautora dal potere decisionale. Possiamo solo prendere atto dell’incontrovertibile parere dei medici e degli esperti epidemiologi ed adeguarci, tra l’altro non per preservare prioritariamente la salute dei nostri studenti, che l’evidenza scientifica e l’esperienza di questi mesi ci dicono molto poco colpiti dal virus, ma per difendere noi adulti. In primo luogo i docenti e tutto il personale scolastico, che nel nostro Paese ha un’età media che si avvicina più ai 55 che ai 40 anni, e specialmente i nonni dei nostri ragazzi, che potrebbero essere vittima del contagio asintomatico contratto a scuola.

Lo abbiamo spiegato tante volte e in tante occasioni ai nostri alunni e alle loro famiglie e bisogna riconoscere che la stragrande maggioranza si è rivelata molto responsabile. Certamente ad elaborare il lutto hanno contribuito le lezioni a distanza, che davvero io stesso non mi sarei aspettato così efficacemente attivate dalle scuole, e la promozione generalizzata che, soprattutto nella scuola secondaria di secondo grado, ha tranquillizzato studenti e famiglie.

Tuttavia il problema della scuola chiusa resta ed è pesante. Alcuni elementi di criticità sono emersi nel dibattito pubblico: la mancata socializzazione, la minor capacità di accesso all’on line da parte dell’utenza debole, il disagio delle famiglie che lavorano e non possono lasciare i figli a scuola. Sono argomenti certamente da non sottovalutare e che meritano attenzione.

Vorrei però soffermarmi su alcuni altri elementi che al contrario non mi sembrano essere emersi con la stessa evidenza, ovvero i limiti strutturali del nostro sistema scolastico, che lo rendono  incompatibile con la nostra situazione emergenziale. Il primo lo abbiamo già accennato: l’età avanzata del nostro corpo docente, che crea un duplice problema di sicurezza personale di questi dipendenti e allo stesso tempo aumenta il rischio epidemico considerando che sono più di un milione gli addetti al sistema scolastico e per di più con una forte componente di pendolarismo anche interregionale.

Ma esiste anche un limite concreto: quello delle aule e delle scuole italiane, spesso affollate e in strutture nella quali le parti comuni non sono compatibili con un’eventuale esigenza di distanziamento sociale, a partire da palestre, mense, scale, corridoi, cortili spesso ricavati in edifici non pensati come scuole. Inoltre il progressivo accorpamento degli istituti ha creato, soprattutto nella secondaria di secondo grado, agglomerati studenteschi di migliaia di studenti

Infine il meno evidente dei limiti: la nostra impostazione didattica, che prevede sempre e comunque un gruppo classe definito, uguale nel tempo e nello spazio, al quale il docente deve rivolgersi frontalmente e del quale solo il docente può assumersi una responsabilità educativa, con un metodo di valutazione basato prevalentemente sui contenuti, più difficili da verificare a distanza, e non sulle competenze, facilmente misurabili anche non in presenza.

Per questa serie di motivi anche alla riapertura prevista a settembre diventerà complesso ed egualmente doloroso ripensare questo schema, facendo perdere nuovamente punti di riferimento agli alunni.

Se questa tragica vicenda deve diventare anche occasione di ripensamento del nostro sistema sociale, penso che la lezione la debba trarre anche il sistema scolastico, utilizzando le aperture di credito accordate al nostro bilancio dello Stato per un piano di rilancio dell’edilizia scolastica, che preveda non più solo interventi emergenziali e di messa in sicurezza, ma anche un complessivo ripensamento degli spazi e delle strutture.

Allo stesso tempo bisognerebbe proseguire sulla linea del potenziamento e del rinnovamento del nostro corpo docente e del miglioramento del sistema organizzativo scolastico, tornando a privilegiare una scuola di prossimità e di maggiore integrazione con gli enti locali e con le amministrazioni regionali, completando il percorso dell’autonomia scolastica.

Ma la vera riforma che questa vicenda potrebbe portare è anche quella meno costosa: un ripensamento del nostro schema didattico, con maggiore flessibilità del gruppo classe e un sistema di apprendimento più sbilanciato verso il protagonismo dei discenti e la valutazione di quello che sanno fare e pensare più che di quello che hanno imparato a memoria. La sperimentazione forzata della didattica a distanza ci ha dimostrato come si può fare scuola anche fuori dalla scuola e in un modo diverso dalla scuola che abbiamo sempre fatto: non può diventare la regola, ma nemmeno un’eccezione dettata da una singola contingenza emergenziale.

 

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