La scuola che verrà: docenti, spaventati guerrieri

Lunedì, 27 Aprile, 2020

L’impressione è quella di essere stata improvvisamente catapultata in un racconto di Stefano Benni, di quelli feroci e grotteschi, con scenari surreali, dove in realtà si affresca una corrosiva, sarcastica critica alla decadenza della nostra civiltà. Improvvisamente, un mese fa, mi si è ristretto il mondo, i suoi confini sono diventati le pareti di casa. Queste stanze, non più luoghi dove tornare volentieri, ma un limite alla libertà di esplorare, incontrare, conoscere, sono diventate paesaggio di giornate tutte uguali. Non posso dire di essere serena, né di non avere difficoltà a guardare a questo cambiamento in modo positivo e resiliente. La verità è un’altra. In un mese mi si è trasformata totalmente la vita. Non parlo solo di abitudini, impegni, quotidiani affanni e gioie. Sono un’insegnante e in un mese ho dovuto letteralmente reinventarmi il mio mestiere. Corsi accelerati di conoscenze informatiche avanzate, uso di piattaforme per connessioni, scoperta di ogni tipo di mirabolanti possibilità offerte dalla rete, tutto appreso modalità random, dovendo applicare in pochissimo tempo ciò che in periodi normali non avrei imparato in un intero anno. Ho dovuto capitolare di fronte alla necessità di produrre messaggi e spiegazioni con video e audio, violentando un po’ la mia natura schiva e poco esibizionista; mettendo a tacere l’ansia (di neofita, da prestazione, da pioggia di novità da metabolizzare), per sembrare rassicurante, serena e ottimista con i miei alunni di scuola primaria. Per loro, i miei alunni, ho dovuto far fronte a richieste soprattutto relazionali di ogni tipo, giacché la vera urgenza, l’esigenza più grande, la mancanza maggiore di tutto ciò che è stato strappato loro, dall’oggi al domani, è la relazione con noi insegnanti e con i loro compagni, l’esperienza quotidiana di una comunità di crescita che si chiama scuola. E man mano vado avanti, mi accorgo che non esiste surrogato in grado di sostituirla o compensarla. A questi bambini è stata tolta, per cause di forza maggiore, un’esperienza fondamentale per procedere con equilibrio e naturalezza nel loro strutturarsi persone in relazione. L’altro grande problema è stato motivarli allo studio, uno studio appunto non più mediato da una relazione, da una reciprocità di voci “parlanti”, accompagnate da espressioni del viso e del corpo, stati d’animo, luoghi, tempi, routine e novità che da sempre puntellano momenti condivisi, esperienze di riuscitissimi successi, ma anche di presa di coscienza degli evidenti, vicendevoli limiti umani. Uno studio, quello a distanza, poco “affettivo”, per cui occorre tutti i giorni compensare, calcare la mano sull’affetto che resiste, sul sentirsi vicini, su un rapporto confidenziale anche esagerato rispetto al naturale, sano rispetto dei ruoli reciproci. E chissà se tutto questo improvviso esondare, invadere ruoli altri, fare le amiche o le zie, svelarsi nei contesti privati delle proprie case, poi possa rientrare, nel prossimo futuro, dentro gli argini di un rapporto alunno - insegnante, che ha senso proprio perché non è orizzontale … In questa situazione si sperimenta anche la fatica di continuare ad esercitare l’autorevolezza necessaria, di continuare a percepirsi ed essere percepiti insegnanti. La sensazione è che ancora di più in questo momento stia crescendo il distanziamento sociale - quello vero, non quello fisico -, a scapito di chi, nella scuola pubblica, si gioca l’unica possibilità di riscatto e valorizzazione di sé, acquisendo un’opportunità di vita degna. Cresce il gap tra chi più ha e per questo più sa, e chi meno ha e vede ancora più negata la possibilità di sapere, senza i supporti informatici giusti, senza essere affiancato da genitori capaci di essere all’altezza del momento e della situazione. Infine, i dubbi per il futuro. Che comunità di volti rivolti potrà mai essere la scuola se, quando torneremo, saremo chiamate a far rispettare le distanze, coprire le espressioni del viso con le mascherine, impedire che i bambini (bambini!) possano toccarsi, abbracciarsi, ridere vicini? Le nuove regole ci costringeranno a dover insegnare la paura dell’altro, la diffidenza, il respingimento come atteggiamenti naturali, da promuovere, addirittura, per garantire la protezione di se stessi e l’attenzione alle persone? Sembra un vero paradosso. Andrà tutto bene … non lo so. Certo, oggi ci tocca cercare strade altre per non rinunciare a ciò che si è faticosamente costruito in termini di bellezza dello stare insieme, del contaminarsi l’un l’altro, di vivere nella tensione a venirsi incontro, senza evitarsi. Dobbiamo continuare a promuovere il senso e il desiderio di comunità, che in questo tempo si declina proprio nel non lasciare solo e perso nessuno, facendo rete tra noi docenti e con le famiglie dei nostri alunni in una virtuosa, più che virtuale, esperienza di scuola solidale e inclusiva. Mai come ora occorre, ai vari livelli di responsabilità, studiare incessantemente e creativamente il modo di accompagnare la vita alla vita. Una grossa sfida, per una scuola ancora fragile nella consapevolezza dei suoi reali punti di forza e troppo spavalda nell’affidare solo al cambiamento della didattica a distanza, questo complesso, epocale banco di prova.

 

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