La rivoluzione che serve davvero: non senza competenze

Lunedì, 20 Agosto, 2018

Non tutti si sono accorti che in Italia è accaduta una sorta di Rivoluzione d’Ottobre nella quale comunità di utenti in rete hanno assaltato ed espugnato il Palazzo d’Inverno delle competenze. La rivoluzione è scoppiata grazie alla miscela esplosiva di quattro ingredienti: l’enorme "ricchezza" digitale di cui quasi tutti oggi dispongono con un cellulare che consente l’accesso alla miniera di informazioni in rete, l’attivismo digitale e la capacità di usare i social per creare dal basso movimenti politici e d’opinione, la rabbia sociale per le difficoltà economiche del nostro Paese, combinata con una capacità di assorbimento ed elaborazione dell’informazione molto bassa (come è ovvio) per chi non ha le conoscenze di base nelle materie in questione.

Grazie alla miscela esplosiva di questi ingredienti, comunità organizzate dal basso di utenti con bassa capacità di assorbimento delle conoscenze possono, in democrazia, arrivare ad avere un’influenza politica rilevante. E se decidono che 2+2=4 è in realtà una pseudo-verità con la quale la "cricca" di coloro che controllano il mondo del sapere e della cultura vuole opprimere il popolo per interessi personali, 2+2=4 può essere abolito per legge dal nuovo movimento politico che arriva al potere sulla spinta del consenso. La rivolta contro le classi dominanti e il loro sapere è una caratteristica di moltissime rivoluzioni (si pensi al destino di chiunque avesse un paio di occhiali nel regime di Pol Pot), ma gli ingredienti originali di questa fase storica rendono l’attuale rivoluzione unica per molti aspetti.

Il fenomeno di cui parliamo sta accadendo con notevoli regolarità e parallelismi in tre diversi campi: quello delle discipline mediche (no-Vax), economiche (sovranismo monetarista) e ingegneristico-finanziarie (no alle grandi infrastrutture). 
Nelle scienze mediche l’ignoranza delle statistiche e l’esaltazione di casi particolari che avvalorano le proprie credenze ha creato il movimento del rifiuto della vaccinazione obbligatoria. Basta la vox populi per una presunta malattia scaturita dalla vaccinazione per gettare a mare tutto il patrimonio di conoscenze sull’importanza della copertura vaccinale e sul fatto che la stessa ha la capacità di ridurre la probabilità di ammalarsi. Ma un elemento tipico della rivolta delle competenze, trasversale ai tre campi, è la rivolta contro la statistica e a favore del caso (magari unico e rarissimo) che supporta il mio ragionamento.

In economia la rabbia esplode attorno all’idea di una moneta democratica. Le cose non vanno perché la moneta è gestita e controllata dalle Banche centrali e, in seconda battuta, dalle banche di credito. Se la moneta fosse affidata al popolo, stampata dalla Banca centrale e resa immediatamente disponibile allo Stato e ai cittadini per investimenti pubblici, tutti i problemi sarebbero risolti. Quindi la via per la prosperità ostacolata da un élite ignorante e corrotta è il sovranismo monetario che passa ovviamente per l’uscita dall’euro e dall’Unione Europea.

Nel mondo tecnico-ingegneristico la rabbia sociale si scaglia contro le infrastrutture. Abbiamo il digitale a cosa servono le infrastrutture pesanti? Se i no-Tav fossero esistiti ai tempi del Frejus la grande opera (i cui effetti sono stati fondamentali negli anni successivi e sino a oggi) non si sarebbe mai realizzata.

Gli eventi drammatici di quest’estate agostana sembrano essere un monito contro i possibili effetti negativi della rivoluzione contro le competenze. Di fronte al peggioramento del quadro finanziario internazionale (guerra dei dazi, fine del Quantitative easing, aumento dei tassi negli Stati Uniti), vanno in crisi drammatica Paesi come Argentina e Turchia che avevano spinto più l’acceleratore sull’idea del sovranismo monetarista: come se la moneta fosse il toccasana di tutti e non esistessero rischi di inflazione e di squilibri finanziari con gravi conseguenze su reddito e ricchezza quando la moneta viene stampata a sproposito. Di fronte all’obbligo flessibile sui vaccini, le prime storie e i primi problemi dei bambini immunodepressi fanno riflettere. Il dramma di Genova, infine, fa capire quanto siano importanti la cura delle infrastrutture fisiche, il loro adeguamento e, se necessario, la loro giusta evoluzione e quanta seria attenzione vada data agli allarmi degli esperti in materia.

Sperando che non sia la tragedia degli eventi (che ci travolgerebbe tutti) l’unica possibile "sveglia", una via fondamentale da seguire è quella del dialogo paziente e costante tra gli esperti e la società civile. Mai come oggi la divulgazione è un dovere e mai come oggi quell’atteggiamento spesso arrogante e sprezzante degli addetti ai lavori chiusi nelle loro torri d’avorio risulta inadeguato e inaccettabile. Un tempo pensavamo in buona fede di aver risolto i problemi del mondo quando nel chiuso delle nostre stanze scoprivamo una formula o una legge scientifica. La rivoluzione e l’assalto al palazzo delle competenze ci suggerisce che il nostro compito non finisce qui. Se la società civile e gli "ignoranti" (da professore di economia lo sono anche io in campi non miei come ad esempio la medicina e le infrastrutture) devono fare un bagno d’umiltà, gli esperti di settore devono dedicare una parte importante della loro attività al dialogo e alla divulgazione. Nella logica ignaziana del presupponendum, devi sempre pensare che chi ti parla abbia qualche elemento di verità e sforzarti di capire e cercarlo. E magari, in mezzo a tante ingenuità e inesattezze, possono trovare spunti interessanti per un ulteriore avanzamento dei saperi.

La stessa umiltà è richiesta ai non addetti ai lavori. Informarsi, appassionarsi, partecipare è una bellissima aspirazione dell’animo umano. Ma diventa un vizio e una colpa quando si trasforma in sapere superficiale ed arroganza che cambia nella direzione sbagliata il destino dei più.

 

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