La riforme e la fiducia da ricostruire

Venerdì, 2 Dicembre, 2016

Parto da una nota positiva: i molti dibattiti di questi giorni, che hanno coinvolto anche parrocchie e associazioni, sono da considerarsi utili, hanno riportato tante persone a parlare di politica, di istituzioni, di Costituzione.

Il referendum ha espresso un voto chiaro e ci consegna oggi la responsabilità di operare in un difficile quadro politico. 

Sullo sfondo, infatti, sta uno scenario che non può che preoccupare: la lunga transizione italiana non è finita e ci presenta una situazione in cui, da un lato le istituzioni, anche a causa della crisi della politica, vivono una sorta di mutazione di fatto con il rischio che spesso travalichino nell’esercizio dei rispettivi ruoli e, dall’altro, cresce la diffidenza nei loro confronti. La “democrazia del pubblico” ha prodotto una crisi di fiducia che, nella debolezza della politica, ha investito le stesse istituzioni. 

Il referendum, bocciando la riforma, pone oggi problemi urgenti riferiti al governo del Paese e al sistema elettorale ma chiede soprattutto di affrontare  la crisi di una  politica, sempre più svuotata di contenuti e per questo strumentalizzabile da chiunque. Le riforme, le modifiche delle regole, da sole non hanno la possibilità di risolvere i problemi: questo è il compito della politica. Va ricostruito un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni e rianimata una partecipazione residuale, sempre più sfiduciata. Sono necessarie idee e persone credibili; serve una nuova stagione di impegno.

Sono preoccupazioni che ci chiedono di spingere lo sguardo oltre il Referendum, tenendo conto dell'indicazione popolare, per continuare quel confronto che si è aperto in questa occasione e per individuare strade percorribili. 

Il tema centrale è quello dell’esito della lunga transizione politica del nostro Paese, la crisi della democrazia rappresentativa  che chiede di ripensare gli strumenti che consentono e sostengono la partecipazione, a partire dai sistemi elettorali ma anche dai  partiti e , per altro verso, dai sindacati. Segnalo due aspetti.

I partiti vanno ripensati. Venuto meno l’elemento identitario, proprio delle ideologie e degli schieramenti di un tempo, dobbiamo temere una degenerazione che imprime una spinta disgregatrice del tessuto politico; contribuisce a delegittimare la politica con il rischio sempre più evidente che i partiti diventino solo comitati elettorali senza una vita propria, le istituzioni vengano percorse periodicamente, a seguito dei cambi di potere personale al vertice, da caratteri trasformistici, familistici o di lobby, oppure catalizzatori di proteste e di rabbia. Una proposta di legge riferita ai partiti è già passata alla Camera e ora attende il passaggio al Senato. È un tema cui dare attenzione.

Vi è poi un aspetto, solo in apparenza secondario, che ci chiede di riflettere sulla presenza che, come credenti, abbiamo nello scenario politico del nostro Paese. Pur riconoscendo che, nell’attuale contesto, non vi sono le condizioni per una presenza identitaria, anche alla luce dell’esperienza fatta in questa legislatura, ritengo che dobbiamo considerare come urgente l’individuazione di un luogo, dove far crescere, nel confronto fra diverse sensibilità, una elaborazione di contenuti politici da offrire al dibattito. Ne discutiamo spesso, ma oggi dobbiamo riconoscerne l’urgenza.

La crisi cui mi riferisco riguarda, con ogni evidenza, tutti e tutti sono chiamati a concorrere, responsabilmente, ad una soluzione che assicuri le condizioni per lo sviluppo a partire dalla stabilità. A quanti sono partecipi del vissuto ecclesiale, in varie forme e organizzazioni (dalle associazioni ecclesiali ai nuovi movimenti, dalla Caritas ai tanti soggetti del volontariato), la soluzione della crisi della democrazia deve stare particolarmente a cuore, in quanto a pagarne il prezzo è sì l’intero Paese ma, in primo luogo, i soggetti più deboli, più poveri, più marginali.

 

Commenti

Inviato da Carlo Ferraris il

Il dibattito sul referendum è anche un segno dei tempi. L'accavallarsi delle comunicazioni (non le chiamerei più notizie) fa perdere di vista il nocciolo della questione. Nel caso del referendum si è portati, anzi costretti, a dimenticare che si deve decidere se le nuove norme del vivere comune migliorano o peggiorano i rapporti sociali, indipendentemente dagli effetti immediati, che per altro sono sempre contingenti e superabili. Più in generale possiamo dire che è in atto una certa revisione dei rapporti sociali, influenzata da media inseriti in un contesto economico-finanziario sempre più globalizzato, dove è più facile che emergano le strategie politiche di Gelli che non il quadro democratico dei nostri padri costituenti. Anche nel comportamento di Renzi, che dice di essere democratico e di sinistra e forse ne è convinto, si rileva facilmente l'influenza di quelle strategie, già occultamente portate avanti da Berlusconi. E' da questa situazione che bisogna partire, anzi ri-partire, per non perdere definitivamente la bussola democratica.

Inviato da mario fadda il

mi sento di condividere molto la sofferenza per questo senso di insufficienza che la situazione attuale induce a subire
sento con sollievo, nella riflessione che ci è stata offerta, una sollecitazione a muoversi
purtroppo soffriamo del tramonto delle grandi interpretazioni ideologiche della storia che (con tutti i difetti e i conseguenti limiti culturali e politici) hanno alimentato un '900 ricco ancorchè tumultuoso
soprattutto personalmente soffro di non poter offrire a figli e nipoti quello che io ebbi da giovane
purtroppo parlo di oltre mezzo secolo fa
nei campi estivi dell'azione cattolica studiavamo e discutevamo di toniolo e lazzati, confrontandoci su leggi maggioritarie (chi mi è coetaneo si ricorda l'italia invasa da manifesti con i forchettoni, oggi riproposti anche da coloro che allora distribuivano i volantini di accusa!)
l'ultimo volta che ho contribuito a una iniziativa di formazione ormai risale a quasi vent'anni or sono e non credo solo perchè sono invecchiato: ho figli e nipoti impegnati e tuttavia (li interrogo frequentemente) soffrono delle mie stesse astinenze
insomma
si potrà ricominciare a pensare, a riorganizzare, sviluppare attività organiche culturali e formative?
si potrà uscire da questo vicolo stretto e a senso unico in cui il "fare politica" si risolve nella contesa parlamentare e al polverone
mediatico che lo accompagna?
distinguere (senza separare, unificare senza confondere,come diceva ernesto baroni) l'attività partitica e di governo dalla più ampia attività politica che deve avere ruolo e statuti extraparlamentari dovrà essere un impegno serio: senza continuativa attività culturale e di formazione, inevitabilmente tutto converge sull'azione parlamentare con la confusioni e le sincopi che stiamo soffrendo
cordialmente

Inviato da Walter il

Le cose che scrivi sono una finestra aperta sul necessario rinnovamento della politica.
Sono convinto che non riusciranno i ritocchi di ingegneria costituzionale, per quanto necessare e non più rinviabili, a risolvere il deficit di cultura e formazione politica che ormai da decenni grava sulla società italiana. Non mi faccio perciò illusioni. Non credo che le cose cambieranno. Ma penso anche che proprio considerazioni come questa non consentano comodi adagiamenti sul dato di fatto. Occorre tornare a investire in formazione per suscitare nuove idealità e nuove competenze per affrontare la difficile stagione che ci attende. Argomenti2000 lo sta facendo già bene. Si tratta ora di mettere una marcia in più

Inviato da Giandiego il

Condivido e rilancio. Dal 5 dicembre proviamo ad immettere più democrazia deliberativa e più amicizia politica nella nostra Repubblica e maggior sinodalitá nella nostra Chiesa. Con un occhio all 'ultimo rapporto Censis

Inviato da Antonio Citro il

Necessitiamo sempre piu di una seria formazione ad ampio respiro, che smetta di guardare a se stessi, ma che realizzi al meglio il tanto auspicato bene comune

Inviato da Savino Pezzotta il

Rispetto al referendum sulla modifica costituzionale, sono stato defilato poiché dominavano nel mio pensiero molte perplessità, poi con la ragione e non con il cuore ho votato Si per evitare all’Italia una situazione di incertezza politica in un momento che per il nostro Paese non si mostra facile. A risultati avvenuti ho trovato che i miei dubbi erano molto diffusi e che forse anche da parte mia andavano messi in campo con maggiore decisione. Non mi convince la favola del populismo montante che mi sembra solo una giustificazione per le carenze che hanno dominato l’area del riformismo, poco attenta ai problemi sociali e al malessere che attraversa i ceti popolari che da tempo si sentono abbandonati. È sicuramente utile avere dei buoni rapporti con gli imprenditori che rappresentano una parte importante del Paese, ma la stessa attenzioni bisognava esprimerla anche versi altri soggetti e in particolare verso coloro che soffrono di più questa situazione di cambiamento in cui ci troviamo. Qualche visita all’Ilva o all’Alcoa in Sardegna non avrebbe guastato.

Fatte le mie rimostranze e recitato il mea culpa per il poco impegno, tento una valutazione sui risultati dicendo che non sono molto interessato alchimia del dopo di cui sono pieni i giornali, mi interessa capire, se è possibile, le ragioni che hanno guidato questo voto. Non credo che tutto sia dipeso dai limiti della proposta e dall’attivismo debordante di Renzi, ma dal fatto che ci troviamo, in compagnia con i maggiori paesi dell’occidente industrializzato e finanziarizzato di vecchia tradizione democratica, dentro una profonda crisi della politica, una crisi che ormai è diventata di sistema.

Manca una visione orientativa e questo rende difficoltoso fare scelte di forte impronta riformatrice e che non sapendo bene dove si sta andando ci si consegna a coloro che promettono di proteggerci attraverso discorsi conservativi, reazionari, xenofobi e protezionistici. Il vecchio ordine è andato in frantumi, questo non sarebbe un problema se si sapesse a quale ordine si tende. Non basta la gestione, seppur necessaria del presente.

Da diversi anni la democrazia rappresentativa vive in una situazione di crisi che ha finito per rappresentarsi solo nel momento elettorale, importante e indispensabile ma che non può essere esaustivo. Una democrazia ha bisogno, oltre che di elezioni, di norme e regole di partecipazione. Stiamo giustamente cercando di definire una democrazia decidente, ma questo è possibile se la politica assume un ruolo servente e non di puro e semplice comando. C’è un bisogno urgente di responsabilità diffuse, dirette o indirette, che mettano in costante relazioni le classi dirigenti con la varietà dei ceti popolari.

Il sistema politico italiano ha dato l’impressione di avere smarrito il baricentro del bene comune e dell’interesse generale. Si è pensato che la convergenza delle differenze potesse essere sostituita con il carisma della leadership. È così saltata la mediazione e pertanto il convergere di tutti su obiettivi comuni. Si è voluto fare da soli, ma questo crea lacerazioni che si protraggono nel tempo e genera antagonismi e anti-politica.

In una democrazia matura, libera dai fantasmi del passato, dai pregiudizi e dai rimasugli di ideologie morte, non esistono traditori o nemici, ma solo legittime differenziazioni, che la politica ha il compito di ricomporre.

Si è stati vittime di una visione maggioritaria mal declinata e peggio praticata e dall’essere una forma nuova ha generato frammentazione avendo praticato il principio del “chi non è con me è contro di me”. In questo modo si può conquistare il potere, ma diventa difficile governare.

Quello che colpisce in questa situazione è l’assenza della presenza delle culture che hanno generato la Repubblica e la Carta Costituzionale che sono, purtroppo, diventate il campo delle nostalgie, delle impossibili rifondazioni e di risentimenti , invece che essere alimento culturale del nuovo pluralismo. Mi riferisco particolarmente alla mia area culturale quella dei cattolici – democratici che sembra aver perso la capacità di essere propositiva e mobilitante.

Nonostante tutto non mi rassegno al pessimismo e sono convinto che è ancora possibile dare senso e forza alla democrazia e alla politica. Forse bisogna che ci rimbocchi le maniche e si dia molto affidamento alle nuove generazioni.

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