La riforma del carcere non può attendere

Lunedì, 12 Marzo, 2018

A volte sembra che la nostra vita pubblica assomigli alla storia di Penelope, che tesseva di giorno e di notte disfaceva il lavoro fatto. E’ quello che rischia di succedere alla ri­forma penitenziaria su cui governo, Parlamento, stu­diosi, operatori, addetti ai lavori, volontariato e socie­tà hanno lavo­rato intensa­mente negli ultimi anni.

Per cercare di scongiurare una simile eventualità diverse asso­ciazioni - in rappresen­tanza dei mondi dell’uni­versità, dell’avvocatura, della magistratura e del volontariato, nonché au­torevoli giuristi e personalità della società civile - si sono rivolte con un ap­pello (www.giurisprudenzapenale.com) al Governo perché l’approvi, in attua­zione della delega ricevuta con la legge n. 103/2017. Co­sa che ancora può fare. «Sarebbe amaro - si legge - se il destino di questa sta­gione riformatrice, iniziata nel 2015 con la felice intui­zione degli Stati generali dell’esecuzione penale, si concludesse con la beffar­da presa d’atto che solo il carcere e non anche - e soprattutto - le misure di co­munità svolgono efficace­mente la funzione di garan­tire la sicurezza dei cittadi­ni e riducono la recidiva. Siamo convinti che la vitti­ma del reato riceva maggior risarcimento morale da un’assunzione di re­sponsabilità del colpevole, al quale chiedere di più sotto il profilo di condotte materialmente e psicologica­mente riparatone nei con­fronti suoi e della collettività, piuttosto che da una pena ciecamente afflitti­va». E precisano: «La rifor­ma non contiene nessun afflato buonista, nessuna “liberatoria” per pericolosi delinquenti - tanto meno per mafiosi e terroristi, espressamente esclusi dal­l’intervento riformatore - nessun insensato ed indulgenziale “svuotacarceri”: semmai preserva la comu­nità da gravi forme di reci­diva criminale attraverso la proposta di un impegna­tivo cammino di rientro ri­volta a chi voglia e sappia intraprenderlo. E’ per que­sto che chiediamo che l’im­pegno di varare la riforma sia mantenuto, perché uno Stato il quale sa offrire una speranza alle persone che ha legittimamente con­dannato deve concedere loro l’opportunità di diven­tare buoni cittadini e ren­dere così un utile servizio alla collettività intera». Per aderire all’appello si può scrivere a redazione@giurisprudenzapenale.com. Speriamo che il Go­verno abbia quel po’ di co­raggio che serve per non disfare tanto lavoro e tante speranze.

 

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