La via dei cattolici, oltre le candidature

Domenica, 24 Febbraio, 2019

In questi giorni la politica fiorentina sembra volersi contendere la candidatura di autorevoli personalità rappresentative del mondo cattolico, soprattutto di quell’associazionismo fortemente impegnato sul piano sociale. Pur nella legittimità politica di questo approccio, emerge l’immagine di un rapporto fra politica e mondo cattolico che continua ad essere legato ad una stagione oramai tramontata. Le due decadi incorniciate dalla fine del partito cattolico e dalle elezioni del marzo 2018 hanno visto una continua ricerca di candidati “cattolici” capaci di attrarre voti e rappresentativi di un preciso programma fatto di valori che aveva la pretesa di definire quel punto di equilibrio etico che dava al paese una sua unità culturale.

Di quello schema resta oggi la prima parte, confinata tuttavia nella sola sfera politica, dove si continua a misurare i “cattolici” italiani in termini di peso elettorale a fronte di un mutamento profondo che quel mondo sta conoscendo da alcuni anni e che è ben riassunto da due elementi.

Da un lato vi è una crisi profonda del concetto di rappresentanza che attraversa le strutture associative più solide dentro la Chiesa. Emerge un orientamento che rispetto all’idea di delega riscopre il senso antico della rappresentanza repraesentatio, cioè come rappresentazione di un popolo fatto di una pluralità di istanze ed esperienze di vita che necessitano di riconoscersi parte di un processo comune. È questo il modello sinodale che il pontificato di Francesco ha riscoperto come elemento costituivo dell’essere Chiesa.

Accanto a questo si pone una constatazione, per così dire, sociologica e culturale su quello che è oggi il cattolicesimo italiano e quello fiorentino nello specifico. Non siamo più di fronte ad una realtà omogenea che ha nella gerarchia e nei dirigenti delle grandi associazioni ecclesiali i propri punti di riferimento. La fine progressiva ed indifferibile di una condizione di privilegio e di potere indiretto nel rapporto con il piano politico ed istituzionale ha aperto la strada ad una stagione di faticosi confronti fra reazioni fra loro contrastanti: dalla nostalgia per il passato o per la presenza di un partito cattolico alla domanda di un ripensamento radicale della forma Ecclesiae.

Quello che abbiamo di fronte è allora un processo in cui emerge anche una consapevolezza rinnovata del rapporto strutturalmente dialettico fra cristianesimo e potere. Tale consapevolezza è in filigrana nella lettera dei docenti dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose della Toscana che alcuni giorni fa si sono schierati contro la cultura che sta dietro alle scelte politiche dell’attuale governo. È, quello, un atto politico che non è riducibile ad una parte, ma è piuttosto l’espressione di un’urgenza tipicamente cristiana: riportare la politica ad una dimensione di umanità che oggi è negata alla radice dai proclami che ipostatizzano l’onestà, l’interesse nazionale e la sicurezza.

Questo cristianesimo che cerca di ridefinizione una proposta di vita cristiana capace di entrare in rapporto con le tante sfaccettature della realtà di oggi, non è riassumibile a qualche candidatura elettorale, pur di valore personale indiscusso. Viene un tempo in cui, soprattutto per la politica, i cristiani saranno chiamati ad essere con costanza segno di contraddizione.

 

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