L’urgenza di una federazione europea

Mercoledì, 9 Settembre, 2015

“Non vogliono mai migliorare, pensano di essere perfetti: la loro vanità è superiore alla loro miseria.” Questa dura accusa di Tomasi di Lampedusa  ben si addice anche agli orgogliosi Stati europei. Dopo aver trascinato il mondo in due terribili guerre nella prima metà del XX secolo, le nazioni europee, a partire dalla Dichiarazione Schuman del 1950, hanno dato vita ad un lungo e tortuoso cammino di integrazione. La cessione di sovranità è però sempre avvenuta col contagocce e sotto la spinta di pressioni contingenti. Ogni volta che i federalisti hanno tentato di far passare un progetto di costituzione sono stati sconfitti: la prima volta negli anni '50 ai tempi della CED e dell'Assemblea ad hoc, voluta da De Gasperi; la seconda con l'abbandono del Trattato Spinelli, approvato a grande maggioranza dal Parlamento europeo il 14 febbraio 1984; la terza all'inizio del nuovo millennio con la bocciatura in due referendum nazionali del testo elaborato dalla Convenzione.

Il costo della non-Europa è andato così crescendo e le crisi sono diventate sempre più acute. Da un lato, infatti, l'integrazione ha creato una tale interdipendenza da rendere molto gravosa per tutti la rottura della solidarietà europea. Dall'altro, l'evoluzione del quadro mondiale ha profondamente modificato le coordinate geopolitiche entro cui si è collocata per lungo tempo l'Europa. Un primo strappo si verificò nel 1971 con la dichiarazione dell'inconvertibilità del dollaro in oro. Solo alla fine del decennio, con lo SME e con l'elezione diretta del Parlamento di Strasburgo, gli europei trovarono delle parziali risposte.

Ancora più dirompente fu la caduta del Muro di Berlino. Abituata ad essere un protettorato politico e militare americano, l'Europa si trovò improvvisamente esposta a dei problemi che era incapace di affrontare. Basta ricordare il terribile dramma della ex Jugoslavia. La risposta, parziale anche in quel caso, fu il trasferimento a livello europeo della sovranità monetaria per imbrigliare la Germania riunificata, privandola del simbolo stesso della sua potenza, il Deutsche Mark. Il risultato, per colpa principalmente della Francia, fu una moneta senza Stato.

Dieci anni di bonaccia hanno creato l'illusione che quella situazione potesse durate per sempre. Intanto  un impetuoso processo di globalizzazione apriva alla finanza varchi sempre più ampi, sconvolgeva la gerarchia fra Stati ed aree del mondo, ridisegnava con le nuove tecnologie l'intero sistema produttivo e la nostra stessa vita quotidiana.

La crisi economica scoppiata in America ha rivelato prontamente la fragilità e la provvisorietà dell'edificio europeo. I mercati si sono infatti resi conto che dietro la moneta unica non c'era un governo, un bilancio adeguato, un Tesoro, ma solo obsoleti poteri nazionali. E hanno incominciato il tiro al piccione, iniziando dallo Stato più indifeso e malridotto, la Grecia. Non avendo le istituzioni europee i mezzi per affrontare la tempesta, è toccato agli Stati dell'Eurozona approntare dei rimedi. L'hanno fatto col metodo intergovernativo. Non potevano farlo che con quel metodo e con tutti i suoi gravi difetti.

Ha scritto Norberto Bobbio ne Il futuro della democrazia: "E’ assurdo o meglio inconcludente vagheggiare un modo diverso di fare politica con attori e mosse diverse senza tener conto che per farlo bisogna mutare le regole che hanno creato quegli attori e predisposto quelle mosse." Ebbene, le regole del gioco intergovernativo impongono che ogni attore persegua l'interesse nazionale, risponda solo al proprio elettorato, difenda coi denti la sovranità del proprio Paese. Inevitabile che con queste premesse si formi una gerarchia ed i più forti prevalgano sui più deboli.

Chi scrive è ben lontano dal trascurare l'importanza delle persone e delle loro decisioni, ma è anche ben consapevole col duca di Rohan che “i principi governano i popoli, ma gli interessi governano i principi.” Se si vuole esaminare l'intera questione europea sine ira et studio, non bisogna dunque seguire la divisione destra / sinistra né lasciarsi prendere dalla simpatia o dall'antipatia per questo o quel protagonista. Occorre guardare in faccia la fredda ragion di Stato, che trasforma in marionette al proprio servizio i poteri nazionali. Suggerisco al lettore un esperimento mentale. Viviamo in un Paese in cui negli ultimi decenni si sono manifestate forti divisioni tra Nord e Sud. Questo non ha impedito al governo centrale di salvare vari comuni dissestati, a cominciare dalla Capitale, o di imporre il rientro dal deficit sanitario ad alcune regioni. Ebbene, si immagini che al posto di un governo nazionale legittimato democraticamente l'Italia fosse retta da un governo costituito dai presidenti delle 20 regioni e che la regione più povera chiedesse alle altre di essere salvata dal fallimento. E' facile prevedere che la Lombardia si comporterebbe né più né meno come la Germania (o, diciamolo tra parentesi, forse peggio). E la Calabria farebbe la fine della Grecia.

A ben vedere l'insieme di trattati e di regole messi in cantiere in questi ultimi anni ha prodotto anche un altro effetto perverso: lo svuotamento delle democrazie nazionali senza la creazione di una compiuta democrazia europea. Siamo in una terra di nessuno ed il crescente euroscetticismo è anche una reazione a questo stato di cose. Una reazione assurda e contraddittoria, perché in questo mondo globalizzato non è più possibile alcun recupero di sovranità nazionale. Se la Grecia avesse deciso di abbandonare l'euro e la stessa UE, sarebbe divenuta una colonia della Russia o della Cina. Stati non democratici che l'avrebbero trattata certo peggio di quell'Unione europea nelle cui istituzioni è presente e rappresentata. Nei giorni convulsi che hanno preceduto il promesso terzo salvataggio della Grecia è emerso con evidenza il differente approccio delle istituzioni europee rispetto ai poteri nazionali. La BCE ha continuato ad assicurare tramite l'Emergency Liquidity Assistance la sopravvivenza delle banche greche e la Commissione europea ha proposto prima del referendum un compromesso rifiutato dalla Germania. Tsipras ha dovuto alla fine trovare un accordo non con Juncker, ma con la cancelliera Merker e col presidente francese Hollande, che nel discorso al popolo greco dopo l'annuncio del referendum aveva riconosciuto come i veri interlocutori. Una medesima hybris accomuna infatti tutti gli Stati e li espone alla sorte vaticinata dai tragici greci: “Quelli che il dio vuol mandare in rovina, prima li fa impazzire.”

Se, come diceva Monnet, l'Europa è nata nelle crisi e si è fatta nelle crisi, questa può essere però anche l'occasione per fare un passo decisivo verso la federazione europea. In primo luogo, le vicende di questi ultimi anni hanno dimostrato che i Paesi che condividono la sovranità monetaria o che si preparano a farlo hanno legami ed interessi ben più stretti rispetto ai 28 ed è a questo livello che si deve realizzare quell'unione fiscale, economica e politica che gli stessi capi di Stato e di governo hanno promesso nei momenti più acuti della crisi. In secondo luogo, la scelta del Regno  Unito di allentare i suoi legami con l'Europa e addirittura di sottoporre ad un referendum la propria permanenza nell'UE toglie finalmente un alibi a quanti si sono serviti del veto inglese per bloccare ogni avanzamento. Last but no least, il progressivo ritiro degli USA dalle aree di crisi ai nostri confini obbliga l'Europa a dotarsi di una vera ed unica politica estera e di sicurezza, se non vuole soccombere di fronte alle sfide, diverse ma ugualmente pericolose, del rinato nazionalismo russo, del terrorismo islamico, degli Stati falliti o in via di dissoluzione.

Proprio in questi giorni assistiamo alla farsa inscenata dai due Stati più legati alla sovranità nazionale, Francia e Regno Unito, che chiedono l'intervento dell'Europa per risolvere il problema di qualche migliaio di migranti che vogliono raggiungere le coste inglesi passando attraverso il tunnel della Manica. In un famoso apologo Brecht racconta che i discepoli un giorno accorsero trafelati da Budda: “Maestro, c’è una casa in fiamme, ma gli abitanti si rifiutano di uscire. Alcuni si lamentano che fuori piove. Altri non vogliono abbandonare le loro masserizie. Che cosa dobbiamo fare?” Ecco l'icastica risposta dell'Illuminato: “Chi non si accorge del pericolo, merita di morire”.

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