Il velo, la donna e il miraggio della libertà

Lunedì, 25 Maggio, 2020

Sul sequestro e sulla liberazione di Silvia Romano si è scritto e discusso molto, forse troppo. Di tutta la discussione mi interessa sottolineare l'aspetto antropologico, ovvero la questione della condizione femminile nelle diverse parti del mondo e pertanto nella diversità delle condizioni culturali. Sono consapevole di incorrere in qualche semplificazione, data la problematicità dell'intera vicenda e l'impossibilità di raccogliere in poco spazio argomenti di enorme complessità.

Si è ironizzato molto sul velo con cui la giovane volontaria è rientrata. Una onorevole del Parlamento italiano, dimostrando quanto poco onorevole sia diventata questa istituzione, ha parlato a proposito del velo di “stupido cencio medievale”. In realtà è una citazione di Oriana Fallaci, che almeno in quel caso veniva usata in un contesto di grande tensione e a rischio personale (si trattava della celebre e drammatica intervista all'ayatollah Khomeini), a differenza della nostra onorevole che sapeva di incontrare il plauso di una consistente parte dell'opinione pubblica italiana. Dopo aver premesso il rispetto per una vicenda drammatica, e per il diritto inalienabile alla libertà di coscienza, per quanto frutto di una condizione di costrizione e quindi passibile di ogni eventuale ripensamento, mi pare che la vicenda possa diventare occasione per fare qualche valutazione su alcuni risultati del movimento femminista. Un movimento che è una delle realtà più significative della storia occidentale dell'ultimo secolo, e che ha consentito certamente alle donne di acquisire alcuni legittimi diritti.

Il velo non è certamente un'esclusiva dell'Islam. Ne troviamo tracce fin dagli albori delle civiltà più antiche, a volte come segno di distinzione sociale (il popolino non è degno di guardare chi non ne fa parte) altre volte come forma di identificazione di persone soggette a qualche forma di segregazione (il popolino deve sapere da chi guardarsi). Le religioni vi hanno fatto spesso ricorso, basta pensare all'usanza, di cui conservo il ricordo infantile, degli uomini che per entrare in Chiesa si toglievano il capello mentre le donne si mettevano il velo. Nella tradizione cristiana, con l'espressione “mettere il velo” si intende inoltre la risposta ad una specifica vocazione, tipo quella delle suore e delle monache. Dunque il velo in sé non significa niente di particolare. Solo il significato che gli viene attribuito ne esprime la vera rilevanza sociale e culturale.

Nei canoni del mondo occidentale il velo islamico ha finito per significare una sorta di sottomissione della donna. In tutto ciò vi è qualcosa di vero, ma occorre tener presente che perfino in alcune giovani ragazze il velo rappresenta, per loro stessa dichiarazione, la consapevolezza della loro femminilità e quindi della loro identità femminile. Si può sostenere che si tratta del peso di una tradizione secolare, che non comporta automaticamente che possa pretendere una sua intrinseca e incondizionata verità. In ogni caso su queste faccende è bene mostrare una forma di rispetto, senza venir meno al dovere del dialogo aperto al confronto e perfino alla critica.

Anziché una qualsiasi forma di solidarietà nei confronti di una di loro, le critiche più radicali nei confronti del velo di Silvia Romano sono giunte da alcune rappresentanti del femminismo più radicale. Si è difesa, legittimamente, la libertà della donna occidentale di vestirsi come meglio crede. E quindi di mettersi o non mettersi qualsiasi forma di copricapo. A questo viene associata però la rivendicazione di una totale libertà di comportamento sessuale, fino al vanto di avere tutti i rapporti sessuali che una donna desidera avere con uomini diversi e, se necessario, alternando a piacimento eterossessualità e omosessualità. A questo punto mi sorge un interrogativo. Tra il modello della donna con il velo, e quello della donna spregiudicata, che vede nella sua liberazione una forma di conquista della parità con l'uomo, quale delle due esprime una vera superiorità culturale?

Credo che, come dicevano gli antichi, la virtù stia nel mezzo. Il modello della donna emancipata occidentale, che occupa ormai posti importanti nell'organizzazione della vita pubblica e privata, esprime il meglio di sé quando vive tutti gli aspetti della sua identità, compresi quelli sessuali, all'interno di un quadro di valori morali tesi alla costruzione di rapporti autentici e significativi. Altrimenti alcune di queste donne, dotate di qualità fisiche e intellettuali spesso al di sopra della media, dopo alcune esperienze allettanti si troveranno, magari sulla quarantina, a desiderare un figlio senza avere un partner stabile, a cercarlo con ogni mezzo possibile, e a fare felici ginecologi, psicologi e psichiatri in cerca di sempre nuovi clienti, meglio se facoltosi.

Come ho detto all'inizio sono consapevole delle varie obiezioni che possono essere sollevate riguardo a queste considerazioni. Vorrei però che il dibattito non si limitasse alla contrapposizione tra il velo islamico, con i suoi innegabili condizionamenti, e le libertà delle donne nell'Occidente democratico. Quello della libertà è un tema che si articola attraverso molteplici registri. Sono però convinto che una libertà “di”, totalmente sganciata da una libertà “per” e da una libertà “con”, sia un miraggio che promette più di quanto mantenga.

 

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