Il tabù della morte

Giovedì, 30 Aprile, 2020

Sulle pareti del Camposanto di Pisa uno splendido ciclo di tre grandi affreschi offre le chiavi di lettura dell’esistenza umana dell’universo mentale e culturale delle donne e agli uomini dei primi decenni del XIV secolo. Fra queste grandi opere di Buffalmacco vi è anche il Trionfo della morte: una sorta di vasta rappresentazione e un monito di come il morire sia un dato cruciale e ineludibile del vivere degli esseri umani e debba dunque essere non solo preparato, ma affrontato. Fatte le necessarie proporzioni storiche, il raffronto di quelle antiche immagini con l’oggi, con il modo in cui affrontiamo e attraversiamo la crisi del Covid-19, offre la possibilità di misurarsi con un dato decisivo e che tuttavia non trova attenzione nel discorso pubblico: quello del soffrire e del morire.

Nelle occasioni in cui si cerca di dar voce a tutto questo lo si fa consegnando questa dimensione del vivere alla sfera privata e all’intimità di relazioni individuali. Eppure, il nostro presente dice di un dolore fisico e di una morte che arrivano in una condizione di isolamento che disintegra ogni illusione di poter comprimere tutto questo nei limiti del sentire personale. Si soffre e si muore scavando vuoti nella trama di comunità che devono, già ora, misurarsi con il venir meno di persone e di storie. Ci troviamo, dunque, in una condizione in cui non abbiamo, sul piano culturale, gli strumenti per gestire una dimensione dell’esistenza umana che è stata esclusa dal discorso pubblico. A tradizioni antiche, dal pro patria mori, alla ars bene moriendi, fino al citato trionfo della morte, si è sostituito un silenzio che è un rifiuto del soffrire e del morire, quasi fossero un’offesa all’umanità. Tutto questo mette a nudo i limiti e, ancor più, l’afonia di una cultura che non sa o non vuol parlare pubblicamente di questa parte così radicale e per questo cruciale della vita.

Ci si è concentrati e ci si continua a concentrare sulle “fasi” di gestione della crisi che arriveranno. Si programma fin nei minimi dettagli un futuro che non c’è, di cui nessuno conosce e può conoscere spessore e profondità e si rischia di edificare un’immagine del domani fatta di attese astratte, destinata a evaporare quando i giorni che verranno mostreranno una realtà ben diversa. Questo bisogno di certezze proiettato sul domani nasce dall’incapacità di dare una meta, di indicare l’approdo di un cammino che, come comunità, in ogni caso saremo obbligati e percorre. Un itinerario la cui qualità dipende dal coraggio di riconoscersi in quella che è l’unica e comune esperienza possibile: il presente. E quest’ultimo porta un carico di dolore che, se non affrontato, se non detto come fatto comune, rischia di diventare disperazione che segnerà inevitabilmente e indelebilmente ogni possibile domani.

I cristiani hanno, di fronte a questo, una responsabilità in più che va al di là di una presenza, pur importante, negli spazi virtuali che ha cercato di compensare l’assenza di celebrazioni di popolo. Perché la loro liturgia funebre, che pure non può darsi in queste settimane per le misure di salute pubblica, non è un rito consolatorio, che facilita il distacco ai parenti del defunto. Perché il sacramento dell’unzione degli infermi non è un segno di affetto verso un dolore privato. Entrambi sono invece segno ed esperienza di un Vangelo che vive nella carne degli esseri umani e che è compassione, ossia sentire e soffrire comune, evento di quella vita pienamente umana a cui appartiene non il singolo ma l’intera comunità.

Riccardo Saccenti
Argomenti2000 - Firenze

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