I muri sono destinati a cadere

Sabato, 9 Novembre, 2019

Trent’anni anni fa veniva abbattuto il principale simbolo di confine e di separazione della guerra fredda, il muro di Berlino, e con esso terminava il secolo delle ideologie.

Costruito a partire dalla notte fra il 12 e 13 agosto 1961 dalle unità armate della DDR, il muro era, per i dirigenti della Germania orientale, l'Antifaschistischer Schutzwall (Barriera di protezione antifascista), l'argine di difesa della società socialista contro la contaminazione capitalista e imperialista; per i tedeschi occidentali era la quarantena di cemento del comunismo orientale, a salvaguardia dei livelli di democrazia e di benessere raggiunti con l'integrazione nel sistema atlantico. Per tutti, il muro ha rappresentato una ferita nel cuore dell'Europa, lungo le strade di una città che aveva conosciuto la violenza del III Reich e conviveva ora con una nuova dittatura, sebbene di opposto segno politico; ma per i berlinesi comuni era soprattutto lo schermo di pietra che impediva di vedere chi era rimasto dalla parte opposta, l’interruzione dei legami esistenziali in ogni loro aspetto, relazioni, scuola, lavoro, l’inizio di una quotidianità piena di rimpianti, fra famiglie separate e vite spezzate.

Il giorno della riunificazione e degli abbracci arrivò il 9 novembre 1989, quando la riapertura del varco Est-Ovest fu annunciata, per errore, dal portavoce della DDR Gunter Schabowski durante una conferenza stampa. 

La commozione e la gioia di quella folla festante di berlinesi che si ritrovava dopo 30 anni di lontananza forzata è un ricordo felice che fa ormai parte della nostra comune identità europea.

Poco tempo dopo, nella prima edizione del 1994, lo storico Eric Hobsbawm avrebbe indicato nel crollo del muro di Berlino l'atto di morte de Il Secolo breve, quello appunto delle ideologie totalitarie e delle contrapposizioni iniziate con lo scoppio della prima guerra mondiale. Nello stesso libro, ormai divenuto un classico, lo storico inglese prevedeva il ritorno dei conflitti che «l'età dell'oro» del benessere della ricostruzione post-bellica e la lastra di ghiaccio dell'immobilismo di Yalta avevano congelato, ossia le crisi sociali e i nazionalismi.

 Dopo il 1989, l'Unione Europea ha costruito l’equivalente di 6 muri di Berlino per estensione sulla superficie terrestre e 29 su quella marittima. Le barriere delle città di Ceuta e Melilla fra Spagna e Marocco, quelle divisorie fra Turchia, Grecia e Bulgaria, i muri di protezione fra Ungheria, Serbia e Croazia; il punto di divisione di Calais sono solo alcuni esempi di confini fisici, per non parlare delle barriere mentali del razzismo e della xenofobia contro tutti coloro che sono percepiti come più deboli e indesiderati. Sono i muri eretti dalle stesse ideologie dell'odio e del nazionalismo che credevamo sconfitte 30 anni fa.

Ma se oggi, il 1989 ci trasmette un insegnamento è proprio quello racchiuso nelle parole di un graffito lungo la parte di muro del confine Glienicke/Nordbahn: irgendwann fällt jede mauer, prima o poi ogni muro cade.

 

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