I cambiamenti e la politica

Ogni giorno, accanto alle polemiche riferite all'art. 18, ci viene prospettato il problema di fondo: non sono sufficienti i tagli, non può bastare la flessibilità nel mercato del lavoro, a poco potrà servire l'alienazione di pezzi del patrimonio pubblico, così come difficilmente avrà un rilievo sull'economia la riforma istituzionale, ciò che è davvero necessario è un aumento della produttività, unico volano che potrà ridistribuire risorse. Su questa strada il dimagrimento della burocrazia, la riduzione della pressione fiscale e l'aumento della produttività sono gli acceleratori che possono favorire la creazione di nuova produttività e posti lavoro.
Ogni giorno abbiamo notizie che ci dicono delle difficoltà che attraversa il nostro Paese, di una crisi che, come ha notato Draghi, è destinata a continuare e di provvedimenti economici indispensabili, ma su cui si fatica a trovare il consenso e a reperire le necessarie risorse. D'altra parte il giovedì nero delle Borse ha dato la misura di quale sia la fiducia che i mercati ripongono sulle prospettive economiche a breve e medio termine. Anche se va detto che il giovedì nero ha dato si segnali di allarme, ma per ora sussistono tutte le condizioni finanziarie migliori: la borsa comunque va bene, lo spread è bassissimo e il rapporto dollaro euro favorevole, bisogna approfittarne allora e in fretta. Occorrono provvedimenti urgenti e non ci si può illudere che la politica monetaria della BCE da sola possa fare miracoli, anche se gli acquisiti di bond da metà ottobre potranno offrire un po' di ossigeno. Non possiamo confidare solo nell'aiuto europeo.
 

NECESSITÀ DI RIFORME PER LA RIPRESA

È necessario che tutti i singoli Paesi, a cominciare dal nostro, non abbandonino gli sforzi per interventi strutturali per risanare e per portare a termine le riforme, senza le quali le scelte di politica monetaria avranno scarsa efficacia. Se guardiamo nell'insieme gli interventi che si vanno facendo in ordine alle riforme istituzionali vediamo come l'accento vada spostandosi sulle scelte che privilegino gli aspetti decisionali più che sulla rappresentanza. Vi è una sottolineatura verso una democrazia che assomiglia sempre meno al modello liberale fatto di pesi e contrappesi e che viceversa propende verso modelli che occhieggiano ad una democrazia diretta con possibili rischi demagogici e populistici. Si dirà è solo un rischio, certo, ma come notava in un recente editoriale Magris la crisi della democrazia parlamentare è "assai grave". La democrazia è sempre più spesso in bilico tra la versione liberale e quella della democrazia diretta con tutti i rischi non della sua applicazione ma della sua degenerazione. Magris inoltre notava come la crisi sia dovuta anche alla "degenerazione morale e civile" della classe dirigente, segnalando infine come "la politica tornerà ad essere cura della Polis, della cosa pubblica, dell'esistenza comune soltanto se nascerà una nuova classe politica degna di questo nome e non di quello, purtroppo oggi meritato, di casta". Dare nuova linfa alla democrazia partecipativa e formare nuova classe dirigente sono due dei compiti che come associazione mettiamo in primo piano.
La crisi della democrazia porta con sé più di una conseguenza. Mi limito a due esempi. Negli organi di garanzia, come la Corte costituzionale o il CSM, si dovranno mettere membri il più possibile terzi, autonomi dove facciano premio le competenze e non le provenienze politiche. Strada che non si è percorsa, da cui l'empasse delle molte, inutili, votazioni in cui il parlamento si è impantanato in questi giorni. Un altro esempio, su un tema diverso che attiene sempre alla democrazia partecipativa, riguarda il sindacato che per troppo tempo è stato sordo ai mille segnali di cambiamento, oggi si trova nella condizione di dover cambiare, a fondo, e non può mantenersi sulla strada, oggi sempre meno praticabile della concertazione. Questo tema è tutt'altro che antisindacale, deve stare a cuore a chi crede all'utilità della tutela organizzata del lavoro e dei lavoratori.
Un sindacato quindi che deve cambiare proprio perché deve esistere. Mentre da tempo è evidente la distanza dei lavoratori da questa formula finita in qualche misura a garantire in prevalenza gli ex lavoratori, i pensionati, i pubblici dipendenti. Con il rischio dell'isolamento e dello svuotamento della sua funzione: è urgente che anche il sindacato si ripensi e questo perché il sindacato è necessario e deve essere vitale nell'interesse della tutela del lavoro e della stessa qualità della vita democratica. Sono solo esempi di un'opera complessa e difficile, ma allo stesso tempo urgente e necessaria, di cui la politica deve farsi carico.
Lo stato sociale - ha detto Papa Francesco - non va smantellato, il diritto al lavoro non può essere depotenziato ora che le dinamiche della globalizzazione ne indeboliscono le possibilità. Anche in questo caso dobbiamo dire che, proprio chi non vuole smantellare il welfare, dovrà operare per una sua revisione, perché l'attuale assetto è frutto di un contesto economico diverso che oggi non c'è più e quindi si dovrà lavorare di fino per ridisegnare il sistema delle tutele e dei diritti (acquisiti o meno).
La riforma del lavoro è necessaria e può favorire positivamente la competitività ed estendere le tutele.
 

LA CENTRALITÀ DEL LAVORO

A proposito di riforme va detto che le resistenze di parte del Pd rispetto il Jobs Act si giustificano in un contesto di confronto democratico e pongono preoccupazioni fondate. Dobbiamo però prendere atto che lo Statuto dei lavoratori è del 1970 e che il contesto è radicalmente cambiato: non sussistono le preoccupazioni discriminatorie di quella stagione politica, la globalizzazione chiede competizione, inoltre siamo in regime di moneta unica e il mercato del lavoro non ha la rigidità di quel tempo così come non esistono più protezioni rispetto la concorrenza estera.
Che strada percorrere allora? Mi pare sensata la proposta messa in campo dal governo di tutele estese e crescenti per consentire di superare, tra l'altro, le troppe forme di precarietà presenti nel mondo del lavoro e spingere le aziende verso nuove assunzioni a tempo indeterminato. Al di là dell' articolo 18, il tema è quello di assicurare il reintegro di chi sia colpito da discriminazioni per i licenziamenti disciplinari; allo stesso tempo occorre accompagnare con l'indennizzo e con gli ammortizzatori sociali quanti perdono, anche in età avanzata, il lavoro e quanti lo cercano. Si dovranno trovare perciò le risorse necessarie. Vorrei dire in proposito che il costo dell'inclusione sociale che quindi ha una contropartita in termini di sicurezza e di giustizia e che da molti è visto come oneroso e ingiustificato, è in realtà un dovere dello Stato e un diritto di uguaglianza e di dignità umana esigibile da ogni cittadino e, al contempo, anche un dovere che ogni cittadino ha di contribuire allo sviluppo sociale, economico, politico della comunità in cui è inserito (art.3 della Costituzione). Non è tema da ignorare. Ritengo che andrebbero studiate forme che contemplino, a fronte degli ammortizzatori della cassa integrazione, lo svolgimento di un'attività di interesse pubblico. È un tema su cui si deve intervenire. Anche perché le difficoltà, anche all'interno delle forze politiche, in questi giorni dicono della necessità di un ripensamento profondo, che attinga al meglio delle tradizioni culturali e politiche per offrire una risposta innovativa capace di interpretare le aspettative di cambiamento diffuse nel Paese.
Da cattolico vedo in proposito tutta l'attualità del pensiero sociale cristiano che mette in guardia rispetto gli effetti collaterali della globalizzazione che ha prodotto tra l'altro lo sfruttamento dello squilibrio internazionale dei costi di lavoro. Ed anche per questo vedo nella situazione presente la debolezza di una presenza di cultura politica cristianamente ispirata all'interno del dibattito politico. Come ha detto papa Francesco nei giorni scorsi, occorre "creare meccanismi di tutela dei diritti del lavoro" e dell'ambiente, in presenza "di una crescente ideologia consumistica". La strada è quella di "un'economia e un mercato che non escludono e che siano equi" nell'interesse stesso della democrazia e di una convivenza pacifica. Una strada su cui più di un economista sta lavorando con proposte che attengono alla economia civile e ad una economia sociale di mercato.

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