Gli scenari della Hard Brexit

Martedì, 10 Luglio, 2018

“Nessun accordo è meglio di un cattivo accordo” ha ripetuto più volte la premier britannica Theresa May prima di dar prova di tardiva ragionevolezza durante la trattativa con la Ue in merito ai termini dell’uscita del Regno Unito dall’Europa. Il taglio netto e traumatico delle relazioni con Bruxelles equivaleva a una “hard Brexit”, ovviamente. E proprio “hard Brexit” potrebbe diventare lo scenario probabile per il futuro, visto che a Londra il fragile governo tory sta andando in frantumi sotto i colpi dei conservatori eurofobici e la fragilissima maggioranza a Westminster pare destinata a sgretolarsi in fretta. Con pesantissime ricadute previste sotto il profilo economico per l’intera isola: Pil in caduta libera, crollo degli investimenti stranieri e della Borsa, disoccupazione in rapido aumento. Uno scenario che non sembra affatto preoccupare i paladini di un traumatico divorzio con la Ue, capitanati da Boris Johnson, irruento e sulfureo ministro degli Esteri che continua a ripetere a beneficio degli elettori uno slogan all’insegna dell’utopia rivelatosi vincente in occasione del referendum 2016: “Torneremo grandi come ai tempi dell’Impero, rispettati e temuti in tutto il mondo”.

Il futuro all’insegna dell’hard Brexit si annuncia però nerissimo: gli investitori indiani proprietari da un decennio dei marchi Jaguar e Land Rover hanno infatti annunciato pochi giorni fa che in caso di rottura dei rapporti europei trasferiranno la produzione all’estero. L’azienda attualmente impiega 40mila persone nel nord dell’Inghilterra, mentre altri trecentomila posti dipendono dall’indotto, produce 6OOmila auto ogni dodici mesi ed esporta beni per 18miliardi di sterline, risultati frutto di investimenti per 50miliardi nel corso dell’ultimo quinquennio. Il monito degli indiani segue quello di Airbus, di Bmw e di decine di altre imprese, concordi nel mettere in forte dubbio la loro permanenza oltre i confini nazionali in caso di “hard Brexit” catastrofica.

Pochi giorni fa, poi, la Bank of England ha ridotto al ribasso le previsioni sul Pil del 2019 e 2020, mentre un rapporto ufficiale del Tesoro stima in centinaia di miliardi di sterline il costo della “hard Brexit” cui si deve sommare la perdita di migliaia di posti di lavoro a causa della decisione di molte aziende del comparto finanziario di traslocare in area comunitaria per non perdere il “passaporto  europeo” che garantisce loro innumerevoli vantaggi competitivi.  A dispetto dei roboanti proclami retorici cari a May (“riprenderemo la nostra sovranità ceduta ai burocrati di Bruxelles”, è il più ricorrente), l’hard Brexit si rivelerebbe un pessimo affare per i britannici: ma la destra, di cui la premier è espressione, rifiuta per motivi ideologici ogni ripensamento. Nonostante l’esito delle elezioni anticipate del giugno 2017 abbia mostrato che il consenso di cui i conservatori in precedenza godevano sia in costante calo proprio a causa della minaccia di gran parte delle multinazionali di trasferirsi sul continente. 

Il team Ue guidato da Michel Barnier sin dall’inizio del confronto aveva posto tre chiare condizioni prima di discutere dei rapporti economici con un partner in uscita dal mercato unico. L’Europa chiedeva a May di versare nelle casse di Bruxelles sessanta miliardi di euro per impegni già presti e contributi deliberati a favore di Londra, di garantire attraverso norme di legge i diritti dei cittadini Ue che vivono e lavorano in Gran Bretagna (oltre tre milioni, di cui seicentomila italiani) e, infine, di far chiarezza sul confine tra Ulster e repubblica d’Irlanda, visto che l’abolizione di ogni barriera costituiva il punto centrale degli accordi del 1998 tra cattolici e protestanti che avevano posto fine a decenni di guerra civile. La premier tory, dal canto suo, si è detta scandalizzata per le richieste e in più di una circostanza ha fatto cenno alla possibilità di un’uscita unilaterale di un Regno Unito, pronto a riaprire il capitolo delle “relazioni speciali” con Washington e con i paesi un tempo colonie imperiali. Con la “hard Brexit” il rischio di una nuovo conflitto armato in Irlanda diventa oltremodo concreto, senza contare l’oblio legale nel quale si verranno a trovare i cittadini europei che al momento dell’addio all’Europa saranno ancora in territorio britannico. In questo momento di caos politico senza precedenti a Londra le domande sul futuro si moltiplicano. Su un unico punto c’è unanimità tra gli osservatori stranieri: dal labirinto nel quale si trovano a causa di Brexit gli abitanti dell’isola non usciranno a breve. E qualunque sarà l’esito della partita in corso le cicatrici resteranno visibili a lungo.

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