Focus sulle riforme istituzionali

Le riforme istituzionali sono un tema di estrema attualità sia sul piano giuridico che politico. Partiti e istituzioni, ormai consapevoli della non eludibilità delle stesse, si adoperano nella costruzione di modelli alternativi, più o meno riformisti, più o meno radicali.
Sullo sfondo c’è il tema della crisi della democrazia nelle forme in cui è stata fino ad oggi concepita.
Democrazia rappresentativa, partecipativa, diretta, deliberativa. Sono tante le definizioni, cui sottostanno altrettanti modelli, con cui vengono articolate le proposte di coloro che, oggi, analizzano la crisi delle istituzioni democratiche del nostro Paese. Una crisi che, unita alle gravi conseguenze della crisi economica e finanziaria in atto, imbriglia vistosamente l’azione politica e ritarda il cammino verso la ripresa e lo sviluppo.
Le istanze di rinnovamento e di riforma, ormai cavalcate trasversalmente, hanno tante parole in comune: da un lato semplificazione dei procedimenti decisionali e legislativi e, dall’altro, riduzione degli organi rappresentativi.
Il presente documento ha lo scopo di stimolare un confronto sulle iniziative presentate e di offrire all’ampio dibattito in corso, con particolare riguardo a quello che ha accompagnato il lungo percorso di revisione della legge elettorale, una proposta dell’Associazione.

La nuova legge elettorale
Dopo un acceso dibattito ed un confronto tra diverse formule ottenute da altrettante mediazioni tra il modello proporzionale e quello maggioritario, i partiti hanno finalmente messo mano alla riforma della legge elettorale giungendo ad un testo, il cosiddetto italicum, i cui cardini sono:

  • soglia di voti fino al 40% che un partito deve conquistare per poter accedere al premio di maggioranza senza passare dal ballottaggio. Un premio di maggioranza che consente di conquistare 340 deputati e che andrà non più alla coalizione (come nella stesura originaria del disegno di legge) ma – come auspicato anche da Argomenti2000 nelle proprie proposte - alla lista vincitrice.
  • soglia di sbarramento del 3% per la rappresentanza parlamentare (con una evidente differenza rispetto all'8% inizialmente previsto). Dal momento che il premio di maggioranza va alla lista e non più alla coalizione, non c'è più la differenziazione tra partiti coalizzati e non coalizzati;
  • vengono introdotte le preferenze;
  • le circoscrizioni saranno cento, con i capilista che non saranno candidabili in più di dieci. Almeno il 40% di questi sarà rappresentativo di genere, come pure di genere sarà la seconda eventuale preferenza.

Le proposte operative
In concomitanza con l’inizio del percorso di approvazione della legge elettorale e nel più ampio quadro delle discussioni in corso sulle riforme, Argomenti2000 offre il proprio contributo sottolineando le seguenti priorità.

Il valore della democrazia rappresentativa
Le istanze che promuovono la preferibilità di forme di democrazia diretta versus forme di democrazia rappresentativa sono basate sull’assunto che votare sia limitarsi a delegare ad un proprio rappresentante le scelte di governo e che occorra recuperare la possibilità di esprimere e promuovere direttamente, senza alcuna mediazione, i propri interessi. Sebbene queste istanze rappresentino una comprensibile reazione all’autoreferenzialità in cui è scaduto un certo modo di fare politica, complice una legge elettorale che consentiva ai partiti di nominare i propri parlamentari, non si può non considerarne i limiti, compresi tra quelli di demagogia e populismo cui si aggiunge quello che una minoranza attivista riesca a decidere per una maggioranza non abbastanza informata o attiva. Non bisogna infatti dimenticare che la democrazia diretta presuppone una altrettanto diretta conoscenza delle materie su cui ci si esprime e dunque strumenti e mezzi di approfondimento e di conoscenza dello stato reale delle questioni. Per questi motivi, prima di discutere di democrazia diretta occorrerebbe recuperare il senso della rappresentanza politica che non è solo una delega sancita da una adesione incondizionata espressa da un voto: il tema della rappresentanza è peraltro uno degli argomenti cardine della riflessione filosofico-politica degli ultimi secoli, in quanto connette l’obbligo politico e la legittimità del legislatore e dei governi. E’ nostra ferma convinzione che negli anni a venire sia una primaria necessità di legittimità del sistema politico l’instaurazione un rapporto più intenso e trasparente tra votante e votato, un rapporto il cui significato è tutto da rifondare nei suoi contenuti e nelle sue modalità.

Un sistema elettorale per la rappresentanza
La legge elettorale costituisce la traduzione in termini normativi delle peculiarità di un sistema politico, della sua identità profonda, l’anello  di congiunzione tra  la sua  configurazione attuale e le prevedibili esigenze della sua trasformazione. E, se non tiene conto dell'articolazione della sua composizione e del suo bacino di consenso, ne compromette l'azione e gli impedisce di rispondere alle domande e alle spinte della società civile nella misura in cui non è costruita partendo dall'analisi della  composizione e della struttura di quella società. Una legge elettorale non dovrebbe mai prescindere dalla individuazione degli attori sociali sui quali essa verrà ragionevolmente ad incidere, dalla considerazione delle formazioni sociali nelle quali essi si compongono o scompongono, dalla determinazione delle linee lungo le quali gli interessi materiali e le ideologie si distribuiscono, dalle pari opportunità di genere. In buona sostanza, non esistono leggi elettorali “buone” o “cattive” a prescindere: c’è chi vuole un sistema politico bipartitico, chi lo preferisce bipolare e chi ne auspica una più visibile frammentazione. Ogni soluzione è, in astratto, possibile, a condizione che, preliminarmente, ci si chieda dove passino le linee dei rapporti sociali e quali siano le loro possibilità di componimento.
In questa prospettiva, un problema rilevante è dato dalla presenza di coalizioni vaste ma, fatalmente, eterogenee e, per contro, dalla capacità di rappresentanza da parte degli attori politici che presidiano posizioni marginali o di frangia (come nel caso sempre più rilevante dei partiti ideologicamente estremi o dei partiti locali).
Non possono, infine, sottacersi le perplessità che suscita il mancato adeguamento della normativa elettorale (seppure in via transitoria) per il Senato. Basilari principî di igiene costituzionale sembrano, infatti, suggerire l’opportunità (se non, addirittura, la necessità) di avere, in materia di elezione degli Organi di democrazia rappresentativa, una normativa coerente. Venendosi a riformare il solo sistema elettorale della Camera ci si potrebbe, infatti, trovare in presenza di situazioni di crisi del complessivo sistema politico nella misura in cui ci si trovasse nella necessità di affrontare l’eventuale fine anticipata della legislatura.

Il superamento del bicameralismo paritario
Il superamento del bicameralismo paritario (due Camere aventi stesse competenze e stesse prerogative) è, forse, insieme alla necessità di ridefinire i rapporti tra lo Stato e le regioni dopo la riforma del titolo quinto della parte seconda della Costituzione, una delle riforme istituzionali maggiormente condivisa da tutti gli schieramenti politici. Tuttavia, nessuno schieramento propone realmente l’abolizione della seconda Camera. Tutte le proposte, infatti, a cominciare da quelle della Commissione per le Riforme Costituzionali, si limitano a prevederne la trasformazione in una sorta di Camera delle regioni, cambiandone il nome e mutandone solamente composizione e competenze: il Senato verrebbe quindi tutt’altro che abolito, rimanendo in vita sotto spoglie diverse.
Ciò che, invece, sarebbe auspicabile è l’effettivo superamento del bicameralismo paritario, con la sua trasformazione in monocameralismo puro. Tale sistema consentirebbe di imprimere una radicale svolta a tutta la dinamica costituzionale, senza stravolgerne le garanzie, ripartendo in maniera chiara le competenze residuali, accentrando in una sola Camera dei deputati la funzione legislativa e il conferimento della fiducia al Governo.
Per bilanciare questo accentramento di funzioni e anche al fine di ridefinire con lungimiranza e visione prospettica il rapporto tra centro e periferia e la concreta declinazione del principio di sussidiarietà, sarebbe auspicabile un ampliamento delle competenze della Conferenza Stato-regioni e la sua esplicita previsione a livello costituzionale. In un’ottica di riforma costituzionale, a tutela dello snellimento dell’attività legislativa e nel contempo a garanzia della effettiva rappresentanza poliarchica che viene auspicata dai più diversi schieramenti politici, si potrebbe ad esempio prevedere che le leggi approvate con il parere positivo della Conferenza non possano formare oggetto di giudizio di legittimità costituzionale in via principale per motivi attinenti al riparto di competenze.

Il governo della Politica in alternativa al governo di un leader
Non si può ragionare di democrazia rappresentativa se non si ragiona di forme di partito e forme di governo.
La crisi dei partiti, che ha sollecitato in molti il desiderio di una politica senza partiti, va contrastata da un recupero di credibilità da parte di questi e da una maggiore capacità di captare e guidare il consenso.
Come alternativa ad un sistema politico basato su partiti che si costituiscono come scuole di democrazia, fucine della partecipazione democratica, trasparenti mediatori degli interessi particolari e generali, si è sviluppata negli ultimi anni l’idea di una leadership forte, legittimata perché investita di largo consenso, una leadership cui si delega l’elaborazione degli indirizzi politici a vantaggio di una rapida definizione delle scelte possibili, ma al costo di una ridotta possibilità di controllo e di rappresentanza. Chi oggi propone il semipresidenzialismo tra le riforme da varare opta per questa seconda concezione della forma di governo, presupponendo l’irreversibilità del processo di frammentazione dei partiti e della loro non riformabilità,  arrivando a mettere in discussione l’attuale forma di Stato.
A questa idea di leadership forte il recente affermarsi di movimenti nascenti dalla crescente insoddisfazione verso il sistema della rappresentanza parlamentare ha contrapposto l’idea di una polverizzazione della nozione stessa di leadership, alla quale sostituire il coagularsi del consenso in consultazioni anche quotidiane dell’intero corpo politico dei cittadini, consultazioni rese possibili dalle nuove tecnologie che consentirebbero il realizzarsi dell’ideale democrazia diretta senza bisogno della rappresentanza.
Questa polverizzazione della leadership sul medio-lungo periodo renderebbe inutile lo stesso Parlamento, in quanto l’ideale perseguito è quello dell’abolizione della rappresentanza: tale idea contrapposta al cesarismo del leader carismatico, finisce per fare un servizio ancor peggiore alla tutela delle garanzie costituzionali, in quanto non renderebbe nemmeno realmente identificabili i centri di potere cui imputare la responsabilità delle decisioni politiche, che sarebbero schermati da una democrazia diretta a competenza onnicomprensiva e proprio per questo in ultima analisi totalitaria.
Altro compito dei Parlamentari, in questa delicata fase della nostra democrazia, deve essere quello di perseguire una forte riforma del Parlamento, a cominciare dal completamento della riforma dei relativi regolamenti: si pensi, oltre alla necessaria, indifferibile, necessità di razionalizzare tempi e modalità del procedimento di formazione delle leggi, alla razionalizzazione della disciplina sulla formazione e il funzionamento dei Gruppi parlamentari, garantendo, in tal modo, una sempre maggiore rispondenza ai migliori standard europei. A questa dinamica europea è infatti legata – occorre ricordarlo - la stessa storia del parlamentarismo, una tradizione che deve riscoprire la propria nobiltà e trovare al proprio interno nuovi strumenti per garantire una più efficace rappresentanza delle diverse visioni del mondo e degli interessi contrapposti dei diversi corpi sociali: in tal modo potrà rafforzare la propria legittimità e autorevolezza e al contempo neutralizzare  le derive totalitarie di segno tra loro opposto.   
Ed allora, e conclusivamente: la Politica individuata come ricerca del bene comune attraverso i partiti – che la Costituzione (non dobbiamo dimenticarlo) tratteggia come vere e proprie “cinghie di trasmissione” attraverso le quali le istanze e le aspirazioni della società civile vengono trasformate in proposte concrete – consentirà di superare l’attuale, non facile momento; il superamento di una visione frammentata dei rapporti sociali, da un lato rassegnata al disincanto e, dall’altro, compulsivamente indirizzata alla loro dissoluzione; la volontà, il desiderio di raccogliere la sfida che i nuovi tempi ci propongono, potranno consentire la costruzione di un sistema più moderno e, al tempo stesso, rispettoso di quel meraviglioso edificio che i nostri Padri costituenti hanno, con la lungimiranza dei Grandi, saputo costruire.
 

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