Disinformazione e potere

Sabato, 15 Aprile, 2017

“Per tutta la campagna presidenziale abbiamo mentito in modo sistematico”, ha dichiarato al Washington Post Tony Schwartz, il ghost writer di Trump che lo assiste anche dopo l’insediamento alla Casa Bianca. Una strategia rivelatasi vincente in un’epoca in cui le persone acquisiscono informazioni attraverso i social e non più, come in passato, dalla tv o dalla stampa. Un neologismo ormai entrato nell’uso quotidiano anche in Europa sintetizza questo mutamento: crediamo in misura sempre maggiore alle “post-verità”. L’incontro dei movimenti populisti e delle diverse piattaforme utilizzate in rete, hanno sostenuto pochi giorni fa a Londra gli esperti del think tank Demos, crea un contesto caratterizzato dal crescente rilievo acquisito da notizie “verosimili”, immuni dalle forme di controllo tradizionali che facevano in precedenza da arbitri nello spazio pubblico. Sono i nativi digitali, venuti al mondo quando il web già esisteva, ad essere più esposti all’influenza delle post-verità. E, di conseguenza, a premiare con il voto leader o movimenti abili nell’utilizzarle.

A dimostrarlo c’è una ricerca appena diffusa dall’università di Stanford condotta in dodici Stati americani coinvolgendo migliaia di studenti con diversi livelli di istruzione e di reddito familiare. Scrive nel report finale Sam Winebeurg, coordinatore dell’indagine: “ Molti danno per scontato che i giovani, a loro agio con i nuovi media, siano anche sagaci e lucidi nel valutarne i contenuti. Purtroppo non è affatto così”. Con una preoccupante conseguenza: la democrazia è minacciata dalla facilità con cui la disinformazione è tollerata, si diffonde e fiorisce. Del resto pochi mesi fa nel Regno Unito milioni di persone hanno votato per Brexit dopo aver prestato fede alle post-verità diffuse da Nigel Farage e Boris Johnson in materia di immigrazione. L’istituto Ipsos Mori ha documentato che la maggioranza dei sudditi della regina ha scelto il divorzio da Bruxelles perché persuasa da Farage e Johnson che il numero  degli immigrati dalla Ue fosse arrivato al quindici per cento della popolazione totale (in realtà è il cinque per cento), che il venticinque per cento dei rifugiati politici provenienti dall’intero pianeta venisse accolto nel Regno Unito (il dato vero è inferiore al due per cento) e che agli stessi rifugiati il governo offrisse un contributo settimanale di centocinquanta sterline invece delle trentasei che venivano versate. Di fronte a questa confusione non meraviglia che un’altissima percentuale degli inglesi abbia sostenuto chi affermava che è tempo di “sbarrare i confini una volta per tutte” e che l’unico modo per farlo era tagliare ogni legame con il resto del continente europeo.

La capacità di presa delle post-verità è accentuata dal crescente disinteresse verso la politica in gran parte delle democrazie occidentali. L’Italia, naturalmente, non rappresenta un’eccezione virtuosa rispetto a quanto accade in Francia, in Germania, in Olanda. Come dimostra l’ascesa ovunque dei populisti in grado di catturare l’interesse degli elettori distratti con ampio uso di post-verità e di slogan di facile presa sul piano emotivo. In proposito Stephen Coleman, docente all’università di Oxford, ha detto durante il convegno di Demos: “al centro della democrazia, in Europa come in America, si trova da molti anni un perfetto silenzio, visto che quando qualcuno in tv o alla radio prende la parola per affrontare un tema politico la maggior parte della gente sente odore di ambizione personale e smette di ascoltare”. Ha poi aggiunto che non basta certo il marketing politico, nelle forme tradizionali o in quelle consentite oggi dai social, per ricostruire la fiducia nei confronti dei protagonisti della vita istituzionale.  Inoltre alla crescita esponenziale dei costi delle campagne elettorali, infatti, non corrisponde un significativo incremento nel numero dei votanti. Esattamente come non è sufficiente un gigantesco investimento in termini di pubblicità per garantire la sopravvivenza commerciale di un prodotto che non possiede le caratteristiche richieste dal mercato.

Quali possono essere le ricadute dell’utilizzo delle post-verità nel prossimo futuro? Paul Miller, in un breve saggio proposto all’inizio del 2017 sempre da Demos (The rise of network campaigning) si diceva certo che entro pochi anni un governo occidentale uscente potrebbe venire battuto da forze di opposizione con una campagna condotta per intero attraverso i sociale irrobustita da una dose massiccia di post-verità. Negli Usa Trump si è assicurato la vittoria applicando in politica la stessa strategia di cui ha parlato in un volume autobiografico sull’arte di fare affari. Dove affermava: “Io assecondo le fantasie della gente. La gente vuole credere che una certa cosa sia la più spettacolare o che sia accaduta davvero. Io offro loro conferma alle loro idee. Questa forma di comunicazione la definisco iperbole reale. Si tratta di una maniera innocente di esagerare ma si è sempre rivelata una modalità efficacissima di promozione”. Tra “iperbole reale” e “post-verità” la differenza è minima. In società ipermediatizzate, attraversate da flussi di informazioni continue, la capacità di strutturare una visione politica all’insegna del “verosimile” e dell’irrazionale sta diventando la chiave per la conquista del potere.

 

 

 

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