Democrazia: un concetto da riscrivere?

La democrazia, nel significato etimologico della parola, si spiega come il potere del popolo di assumere, in prima persona o con i suoi rappresentanti, decisioni pubbliche e chiare per la società. Ma importanti sono anche le procedure che legittimano le decisioni da attuare, espressioni, direttamente o indirettamente, della volontà popolare. Norberto Bobbio, uno dei più importanti politologi italiani del Novecento, così le identificava: chi decide, con quali modalità e cosa (l'attenzione alle alternative in campo). Ma un sistema democratico "è un insieme di regole", nella quale quella della maggioranza è una delle principali ma non l'unica. Il dibattito politologico contemporaneo sulla democrazia verte, invece, sulla sua crisi: sembra quasi associarsi a quello economico e sociale delle istituzioni dei Paesi occidentali e, quindi, europei.
La copertina dell'Economist del 1 marzo 2014 aveva un titolo significativo: What's gone wrong with democracy and how to revive it. La recessione che ha colpito prima gli Usa e, in seguito l'Europa, ha reso ancora più evidenti anche i problemi dei sistemi politici occidentali. Inoltre le elezioni europee della primavera del 2014 hanno confermato una linea di tendenza, più accentuata in alcuni Paesi, di un aumento dei partiti euroscettici e xenofobi. La crisi economica, soprattutto in Italia e in altri nazioni del Sud del Continente dove si stenta ad uscirne, ha complicato la geo-politica europea.
Nazionalismi e rivendicazioni indipendentiste (Scozia e Catalogna, le realtà più significative), agitano un quadro politico internazionale sempre più incapace di manifestare e di progettare un'unità delle istituzioni politiche e democratiche.
Il dibattito politologico sulla democrazia del ventunesimo secolo, e sul populismo che ne sta mutando le sue modalità, è ancora più determinante per la comprensione della società e dei suoi attori sociali.
La parola populismo ha origine dal termine greco demos, ma la sua interpretazione può essere differente: per o dal popolo. È il potere del popolo ma la sua coniugazione è ambigua, polivalente, addirittura "eccessiva": ogni fenomeno che rientra in un uso strumentale del termine lo identifica. Il populismo non è il popolo ma una sua rappresentazione promossa da un leader o da un partito leader. Il suo obiettivo è affermare il potere della maggioranza sulla minoranza, caratteristica quest'ultima della democrazia, ma con modalità strumentali e, in molti casi, esso è impaziente verso i principi della democrazia costituzionale e liberale.
Si contrasta la democrazia rappresentativa, la divisione dei poteri, caratteristica del sistema costituzionale. Il populismo semplifica le analisi, le banalizza, non ha bisogno dei corpi intermedi (partiti, sindacati) per parlare o formulare proposte (e decisioni) ai cittadini. Le interpreta direttamente: è esso stesso il popolo. Parlerà con la voce dei diseredati e dei poveri e, quindi, avanzerà proposte di giustizia sociale per tutti (il populismo e il peronismo in America Latina, fenomeno ancora più complesso da identificare). Oppure il populismo potrà rivendicare identità reali o immaginarie di un passato mitizzato (heartland), ostacolato e messo in pericolo dalla globalizzazione e dalla crisi economica, come anche dall'Europa e dalle banche.
Per questo la democrazia è un sistema in perenne trasformazione, difficile da rappresentare staticamente. Ha a che fare con persone reali, che vivono situazioni sempre più complesse, diverse, in rapido cambiamento. Le decisioni e le procedure per attuarla, elementi fondanti della democrazia, sono anch'esse in rapido mutamento. I partiti e gli altri corpi intermedi, ossatura di un modello democratico tradizionale, sindacati, associazioni, sono in crisi.
L'egemonia "dell'homo videns", la mediatizzazione della vita pubblica ed anche privata delle élite (e non solo di quelle di governo), stanno determinando una "democrazia ibrida": sempre meno rappresentativa e diretta, dove il vecchio e il nuovo si alternano. Internet, le nuove tecnologie e i social network, stanno contribuendo alla nascita, in Italia ad esempio, di nuovi movimenti politici, difficili da interpretare con le tradizionali categorie politiche. L'opinione pubblica ne è uno dei pilastri principali, ma non nel significato positivo che intendeva il sociologo Jürgen Habermas, cioè pluralista e indipendente. Essa è sempre più sfiduciata della democrazia, come ha rilevato l'indagine europea (vi hanno partecipato 29 Paesi membri), dell'European Social Survey, promossa periodicamente dal 2001.
La definizione minima di democrazia è di un governo scelto liberamente dai cittadini, con pesi e contrappesi istituzionali: il versante liberale della sua applicazione.
Il rischio, e la realtà contemporanea, invece, è il progressivo scivolamento verso una forma di plebiscitarismo con la rivendicazione di un potere esecutivo forte. Sarebbe, così, la sconfitta della democrazia e la politica si trasformerebbe in un processo di verticalizzazione del consenso.
E così avanzano l'antipolitica e la controdemocrazia, termini ambigui ed ambivalenti, come li ha descritti il politologo francese Pierre Rosanvallon. Si mette sotto accusa il potere, anche con modalità semplicistiche e demagogiche, che possono indebolire, e non salvare, la democrazia stessa. Il confine è molto sottile: per questo occorre una reale vigilanza di un'opinione pubblica libera da condizionamenti politici.
Inoltre la democrazia rappresentativa contemporanea si sposta sempre più verso un leaderismo carismatico, che cerca di accentrare proposte e decisioni: uno sviluppo e cambiamento sempre più da studiare ed analizzare.
L'avvenire positivo di una democrazia finalmente "riconquistata", libera da interferenze mediatiche e con élite responsabili e competenti, dovrebbe, invece, favorire una reale partecipazione dal basso dei cittadini e della società civile, con una forte impronta educativa e formativa.
La sfida continua.

Simeoni M. (2013), Una democrazia morbosa. Vecchi e nuovi populismi, Carocci, Roma.

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