Decreto dignità: gli imprenditori non ci stanno

Il linguaggio non può passare inosservato anche perché il vocabolario al quale siamo ormai abituati è una sequela di termini non sempre istituzionali. Ora questo è usato contro gli imprenditori veneti, fino all’altro giorno considerati una macchina da corsa per una importante regione come il Veneto e per l’intera economia italiana. Nello smontare pezzo a pezzo, o almeno nel tentare , ciò che è stato prima, si crea confusione per il futuro e incertezza sul presente. Gli imprenditori veneti, molti dei quali probabilmente e legittimamente, hanno sostenuto quella parte politica che ora criticano, da sempre si sentono vessati col decreto dignità. Tanto che vorrebbero addirittura scendere in piazza. Pensano che la maggiore rigidità nel lavoro non porti a creare nuovi posti di lavoro, tutt’altro, e aver attenuato il jobs act non sia stato positivo. Tra l’altro, nemmeno i sindacati, sembra abbiano accolto con entusiasmo il decreto. E’ un fatto che si perderebbero migliaia di posti di lavoro ogni anno così come confermato dal Presidente dell’INPS. Se c’è stata una ripresa, seppur difficile e altalenante (si è sempre ad una crescita ben al di sotto il 2% quando la media in Europea è del 2,5%), certamente non verrà aiutata dalla rigidità stabilita dal decreto. Poi, la considerazione di chi crea economia come “prenditori” esternata dai due vice, mi sembra offensivo e indegno del ruolo di ministri.  Non si escludono le mele marce, non c’è alcun dubbio, ma ritenere che tutti “prendano” i soldi e vadano ad investire altrove, penso sia ingeneroso e non aiuti la  ricerca del dialogo per il futuro del nostro paese. Se la stabilizzazione dei posti di lavoro viene imposta  per decreto, penso che il risultato sia la riduzione delle assunzioni con la conseguenza che migliaia di contratti di lavoro non verranno rinnovati e molti giovani saranno costretti alla disoccupazione forzata  o ad uscire  dall’Italia. Chi avevano intenzione di proteggere col decreto dignità? I giovani pensando che per questo aumenti il lavoro a tempo indeterminato? I lavoratori anziani che perdono il lavoro? Gli imprenditori? Probabilmente i divieti più che le proposte colpiscono nel breve ma non danno risposte al problema. Bisogna passare rapidamente dalla protesta alla proposta. Se non viene sostenuto in maniera chiara chi crea il lavoro, naturalmente con controlli efficaci, difficilmente aumenteranno i posti di lavoro. Non sarà il reddito di cittadinanza, a quanto si legge, che creerà posti lavoro e nemmeno lavoro. Questo incentiverà la disoccupazione cronica.  Se non si riuscirà ad operare nel lungo termine sulla formazione, la formazione professionale, l’alta specializzazione (spesso manca l’incontro tra domanda e offerta di lavoro), su incentivi all’economia, si continuerà a guardare al sondaggio di domani senza occuparsi del dopo domani. In questo modo non credo si riuscirà ad abbassare anche di poche unità il 1.200.000 di giovani disoccupati tra i 15 e i 34 anni.

Di Nereo Tiso

 

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