Crisi del Pd, la velocità dei cicli politici e i rischi di un post fordismo senza visione

Martedì, 25 Settembre, 2018

L’analisi di Stefano Allievi (Corriere del Veneto del 22 agosto) sulla irreversibile sorte del Partito Democratico, impietosa e dolorosa (almeno per chi, come me, ha creduto alla esperienza del Partito democratico), pone una questione cruciale che non può essere elusa. La fine di un ciclo storico della politica italiana coincide con un profondo cambiamento sociale e culturale che ha coinvolto costumi, bisogni e speranze o illusioni. I partiti tradizionali lo hanno percepito, intuito, ma non colto appieno, sia quando bisognava seguirlo ed alimentarlo, sia quando bisognava contrastarlo offrendo valide alternative. In questo processo, vi è del paradossale. Perché ha coinvolto non pezzi di antiquariato politico, anche se tali possono apparire, ma recenti prodotti di una ennesima crisi di passaggio della politica e della società italiana. Il Partito Democratico ha dieci anni di vita e Forza Italia (l’altro partito massacrato dal vento che spira) non molti di più. Perché un partito «giovane» appare già così vecchio da suscitare la esigenza di una rottamazione per dar vita a qualcosa di nuovo? Ecco, allora, che la domanda che integra la riflessione di Allievi, prima di trarre delle conclusioni, riguarda la rapidità del ciclo di vita della politica, del successo e della caduta di leader (Renzi insegna!) e delle forme della rappresentanza. In questa rapidità nel cambiamento, caratteristica della contemporaneità, c’è un aspetto positivo: la giusta tensione al mutamento continuo che obbliga a rivedere costantemente i propri modelli e programmi, in funzione delle esigenze del cittadino elettore. Ma vi è anche un limite: il consenso acritico assunto come parametro principale, quando non esclusivo, delle politiche. La velocità dei cambiamenti rende necessario adottare una specie di «toyotismo» della politica moderna, basato sulla domanda personalizzata del consumatore/elettore, e sostituisca un «fordismo» politico che offriva, con le ideologie, un prodotto preconfezionato. Il rischio è che il post fordismo politico (il vuoto lasciato dalle ideologie novecentesche cadute in disuso: liberismo, socialdemocrazia, economia sociale di mercato...) sia riempito dai sondaggi e non da un nuovo progetto di società che la faccia avanzare «nel cammino della Storia». Così succede che, talvolta, per non dire spesso, il cambiamento senza progetto, senza qualità, diventi conservazione. Non solo, ma confonda le comprensibili paure con i diritti, e i costumi con i bisogni. Ecco, allora, il punto. Nessun preconcetto, per quanto mi riguarda, ad affrontare il problema di cambiare nome, logo, immagine (e comunicazione!) del PD per essere più in sintonia col vento del tempo. Ma per quale rotta? Verso quale porto? Stati Uniti d’Europa; accoglienza, integrazione e sicurezza insieme; Stato sociale fondato su progressività fiscale e uguaglianza; diritti sociali e personali; forte integrazione tra pubblico e privato; riforma della democrazia rappresentativa come veicolo di partecipazione alla cittadinanza attiva... Insomma: riformismo e solidarietà e democrazia economica, sono ancora obiettivi strategici di un partito politico che oltre al presente dei sondaggi si occupi esplicitamente del futuro? In definitiva, la vecchia barca in legno o vetroresina attrezzata con gps e quanto altro necessario alla moderna navigazione, o un nuovo scafo in titanio necessitano, in ogni caso, di un comandante e di un equipaggio competente e sensibile, ma che sappiano dove andare e, se serve, navigare in acque agitate, come quelle attuali. Anche controcorrente.

 

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