Con la Settimana Sociale di Cagliari

Domenica, 15 Ottobre, 2017

La prima si svolse a Pistoia nel settembre 1907 in un quadro segnato dalla «questione sociale» e dal «decollo industriale». La prossima si terrà a Cagliari, a fine mese, tutta sul tema - mai assente nelle precedenti tornate - del lavoro. Sì, parliamo delle Settimane sociali, mentre sta per avviarsi la 48esima dal titolo:“Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale” (definizioni prese dalla Evangelii Gaudium). L’intento? Recare un contributo alla società italiana per uscire dalla crisi in cui versa (tre milioni a fine 2016 i giovani disoccupati, poco meno del 40% del totale, con punte drammatiche al Sud,un’estensione generale dell’area della povertà, ecc.). Come? Aprendo processi che impegnino le comunità a rimettere in cima all’agenda la preoccupazione - costante nella Dottrina sociale della Chiesa e - da quando c’è - della Costituzione, verso l’attività in cui «l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita» legata al «giusto salario» che «permette l’accesso adeguato agli altri beni destinati all’uso comune» (Evangelii Gaudium, n.192).  

 

Questo però, guardando davvero avanti: ad esempio precedendo - per governarli - i mutamenti che la rivoluzione tecnologica ha già provocato (si pensi ai rapporti fra lavoratori e robot al tempo dell’Industria 4.0) e senza rinunciare a mettere in campo fondamenti antropologici, spirituali, teologici per affrontare anche l’etica del lavoro. Perché se il lavoro “in futuro” cambierà, se si uscirà almeno dall’ «emergenza nazionale», il lavoro resterà comunque centrale per ogni uomo e donna associato anche al senso della vita e non solo della sua dimensione economica. Quindi ecco la scelta di dare meno numeri con sicumera e di recuperare più parole come persona e dignità. Ma lungo un percorso sostenuto da quattro efficaci «registri comunicativi»: la «denuncia» delle situazioni che hanno bisogno di essere sanate; l’«ascolto» e la «narrazione» delle esperienze e condizioni di lavoro oggi; l’indicazione delle «buone pratiche» che tramite alleanze fra interessi e soggetti hanno creato o fermato licenziamenti; infine la «proposta» condivisa, armonizzando il livello istituzionale, politico, economico, imprenditoriale, organizzativo ed ecclesiale. Tutto nel segno della maggior concretezza. 

 

Questi almeno gli auspici ribaditi da monsignor Filippo Santoro, presidente del Comitato Scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani, alla vigilia dell’appuntamento di Cagliari che tra il 26 e il 29 ottobre, dopo il saluto del vescovo Arrigo Miglio e il messaggio di Papa Francesco, presenti le massime autorità della Sardegna, accoglierà, tra gli altri, il presidente del Parlamento Europeo Tajani e del Consiglio dei ministri Gentiloni, il presidente della Cei cardinal Bassetti e il segretario generale Galantino, il ministro del lavoro e delle politiche sociali Giuliano Poletti e quello per la Coesione Territoriale e il Mezzogiorno De Vincenti, il prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano cardinale Turkson, il presidente della Commissione Lavoro Senato Sacconi, il vice presidente di Confindustria per il Capitale Umano Giovanni Brugnoli, la segretaria generale della Cisl Furlan, il presidente delle Acli Rossini, della Fondazione Sussidiarietà Vittadini, della Coldiretti Moncalvo, del Mcl Costalli, del Cnel Treu, il segretario generale Fim-Cisl Bentivogli, l’economista Luigino Bruni, ecc.  

 

Sin qui l’attualità, ma proviamo a dare uno sguardo indietro nel tempo, cercando di capire come sono cambiati in un secolo e un decennio questi appuntamenti, che, fra interruzioni e riprese, hanno visto le anime del cattolicesimo italiano confrontarsi con i bisogni della società, parecchie città trasformarsi in luoghi di mediazione e dialogo, elaborazioni culturali alte, ma talora capaci, di coinvolgere, oltre gli “addetti ai lavori”, frange di masse popolari. Tenendo presente - ci pare di convenire con alcuni storici- che si possono individuare sostanzialmente tra grandi capitoli: quello delle origini, quello che dal secondo dopoguerra arriva alla fine degli anni ’60, quello avviatosi dopo la ripresa delle “Settimane” dagli anni ’90 ad oggi, progressivamente segnato dai vari cambiamenti intervenuti nel “movimento cattolico”.   

 

Cambiamenti così profondi - detto con Ernesto Preziosi - «tanto da metterne in forse la stessa definizione, sempre più affidata a rilevazioni descrittive di taglio sociologico» e «sempre meno individuabile nel dato di fondo di movimento articolato e complesso, cui l’Azione Cattolica italiana offriva un’unità di intenti e un orientamento complessivo, condiviso pienamente e direttamente con la gerarchia ecclesiastica, ma laicamente interpretato ed espresso». Questa la sintesi dello storico (oggi parlamentare), autore del saggio “Tra storia e futuro. Cento anni di Settimane Sociali dei cattolici italiani” (Ave-Lev, 2010) che seguiremo qui in alcuni passaggi.  

 

In realtà se guardiamo alla prima edizione delle Settimane Sociali (promossa dall’Unione popolare, la struttura cardine del movimento cattolico all’alba del XX secolo, sulla base della fresca esperienza francese) dobbiamo prendere atto di un cattolicesimo italiano che, nonostante la crisi dell’Opera dei Congressi (sciolta da Pio X nel 1904), era relativamente unito, in grado di assorbire le tre classiche componenti che a lungo l’avevano connotato: religioso-pastorale, politico, sociale, pronto a scommettere – anche grazie al retroterra preparato da Giuseppe Toniolo - su un contributo originale del laicato. Certo, tirava ancora un’aria, dove, insieme alla continua rivendicazione della piena sufficienza della dottrina cristiana nella soluzione dei problemi sociali, era solo all’inizio il riconoscimento di un’azione da svolgersi tra le masse popolari chiamate a nuove forme di partecipazione.  

 

Radicate nel movimento cattolico, le “Settimane” legate ai filoni sociali affrontati dal magistero già a partire dalla Rerum novarum (1891) si svolsero ogni anno fino alla vigilia della Prima Guerra mondiale affrontando, dopo Pistoia, a Brescia, Palermo, Firenze, Napoli, Assisi, Venezia, dal 1907 al 1913, temi come il lavoro, la cooperazione sindacale, la scuola, questioni agrarie, la famiglia, le libertà civili dei cattolici (in occasione del centenario costantiniano del '13),   

 

Dopo la fine del “Guerrone”, dieci “Settimane” ebbero luogo fra il ‘20 e il ‘34, in un quadro che avrebbe imposto di star lontani dai temi sociali, sempre più monopolio del regime che andava affermandosi, ma in cui si preparò già nei fatti il contributo offerto alla successiva ricostruzione democratica del Paese. Dunque dieci “Settimane sociali” si seguirono con cadenza pressoché annuale. Nel 1920 a Roma (“La produzione nel regime di proprietà”), di nuovo due anni dopo nella capitale (“Lo Stato secondo la concezione cristiana”), e via via - sino all’interruzione nel ’35 - avendo come scenari Torino (nel ’24: “ L’Autorità sociale nella dottrina cattolica”); Napoli (’25: “Principi e direttive in ordine ai problemi politici e alla attività politica); Genova ( ’26: “La famiglia cristiana”); Firenze (’27: “L’educazione cristiana”); Milano (’28: “La vera unità religiosa”); Roma ( ’29: “L’opera di S.S. Pio XI”); Roma (’33 : “La carità”); Padova (’34: “La moralità professionale”).  

 

In questo arco cronologico va certamente evidenziato, a partire dal ’27, il ruolo assunto dall’Università Cattolica e da strutture via via articolatesi , la diffidenza manifestata nei confronti dell’iniziativa da parte del fascismo, ma anche, quella di parte del mondo cattolico nei confronti del regime nel suo avvicinamento al nazismo, con tutti gli attriti che portarono nel ’33 e nel ’34 la scelta di argomenti più legati alla fede, quindi alla sospensione nel ’35, durata poi un decennio. 

 

È proprio il periodo apertosi all’indomani del secondo conflitto - quello della ricostruzione e nella crescita del Paese – a rivelarsi il più fecondo per l’azione sociale del cattolicesimo italiano. Che dilata i suoi interventi, si esprime in nuove articolazioni anche di carattere professionale, vede diversi suoi esponenti chiamati a responsabilità di governo. Le “Settimane Sociali” ricominciano dunque tra il 22 e il 28 ottobre 1945, a Firenze, con la XIX edizione “Costituzione e Costituente”. È lì che si riflette sulla questione costituzionale che si sarebbe aperta dopo il referendum del 2 giugno ‘46. Già a fine maggio ’45, l’Azione Cattolica aveva diramato un comunicato dove si proponeva di recare in quel contesto «un suo contributo all’educazione del popolo per l’adempimento dei doveri e per l’esercizio dei diritti civili». Alta la posta in gioco. 

 

L’aveva capito bene monsignor Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, che rispondendo l’8 agosto 1945 al cardinale Lavitrano, presidente della Commissione Cardinalizia per l’Azione Cattolica, scriveva: «L’argomento stesso, che del convegno sarà il tema […] porgerà l’occasione ai Cattolici Italiani di richiamare alla luce del genuino diritto pubblico interno i gravi problemi relativi all’essenza e alle funzioni della costituzione e della Costituente, e di dare così un positivo contributo alla saggia formazione della base stessa dell’ordinamento statale, e, quindi, della tranquilla sociale convivenza».  

 

Di quell’assise sono documento gli Atti che apparsi nel 1946, unitamente al Codice di Camaldoli, costituirono sia un riferimento per i cattolici eletti all’Assemblea Costituente, sia un contributo recepito nella Carta Costituzionale (si veda la ristampa dell’opera approntata nel centenario dall’editore Studium: “Costituzione e Costituente. La XIX Settimana Sociale dei cattolici d’Italia”, a cura di Diomede Ivone). In effetti gettarci sopra uno sguardo aiuta a far tesoro di percorsi e soluzioni irripetibili, ma che hanno ancora qualcosa da dire ad un laicato cristiano pronto ad assunzioni di responsabilità. Se poi appare lontano quel movimento cattolico in cui toccava all’Azione Cattolica dare la linea nel migliore dei casi condivisa direttamente con le gerarchie ecclesiastiche, è pur vero che anche i recenti approcci da diverse esperienze dell’associazionismo a tanti problemi che restano sul tappeto insieme ad altri nuovi (famiglia, della trasmissione della vita, scuola, lavoro, flussi migratori, modelli economici , forme di comunicazione, ecc.) vengono ancora per così dire mediati con gli stessi interlocutori. E, va da sé, solo in parte stemperando le differenti sensibilità, presenti, a ben guardare, anche sotto l’immagine monolitica del cattolicesimo anni ’50.  

 

Continua...

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