| di Giuseppe Bonelli
Quello che i paesi più sviluppati chiamano oggi Education – cioè tutto quanto è connesso alle politiche per la formazione – e la ricerca sono al centro delle aspettative e delle possibilità di sviluppo anche per il nostro paese.
Nel nostro paese questa competenza è in realtà segmentata tra diversi attori istituzionali, non sempre raccordati tra di loro: la formazione dei bambini pre obbligo scolastico è ritenuta infatti questione più pertinente ai servizi sociali, quella in obbligo scolastico è gestita in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale dal Ministero dell’istruzione, quella post obbligo si divide tra il sistema scolastico nazionale e il sistema regionale della formazione professionale, poi c’è il mondo a parte dell’Università e infine la Cenerentola della formazione permanente gestita dal Ministero del Lavoro e dalle cosiddette parti sociali.
Oggi questa disorganizzazione del nostro sistema formativo non è più sostenibile a fronte della necessità imprescindibile di investire in quella che già il rapporto Delors individuava come l’unica materia prima con la quale l’Europa può vincere la sfida della globalizzazione dei mercati: la materia grigia!
Stante questa premessa, stiamo assistendo ad un tentativo ormai più che decennale di riforma del nostro sistema formativo fondamentale (obbligo e post-obligo), con l’unico risultato di una permanente incertezza sul futuro della nostra scuola e di una crescente prostrazione degli operatori.
La recente azione di riforma del Ministro Moratti, poi, si è unita ad un ritorno alle politiche di taglio indiscriminato delle risorse destinate al sistema formativo, in controtendenza sia con la precedente legislatura, sia con le politiche di settore degli altri stati dell’Unione. Un’azione di contenimento della spesa che sta penalizzando soprattutto gli studenti diversamente abili, quelli stranieri, l’investimento per la sicurezza e la modernizzazione dei nostri edifici scolastici.
Infine meritano attenzione le numerose ricerche dei paesi dell'Unione europea e dell'occidente in generale sui livelli di istruzione degli studenti (Ocse, Pisa ecc..). In tutte queste rilevazioni gli studenti delle scuole italiane (specialmente quelli delle scuole superiori) risultano agli ultimi posti e quindi poco preparati. Va certamente tenuto conto che tali ricerche si basano su test, metodo di verifica al quale i ragazzi italiani sono poco preparati, ma resta il dato di fondo di una scuola che sembra non dare una preparazione adeguata sul piano della spendibilità delle conoscenze a livello internazionale. Il dato si aggrava se poi consideriamo i risultati regione per regione e scuola per scuola, da questo disaggregato emerge spesso che gli alunni del nord Italia e dei licei risultano competitivi rispetto ai loro coetanei di altri paesi, mentre gli alunni del sud Italia e degli istituti professionali risultano largamente al di sotto degli standard internazionali: una scuola, quindi, che non garantisce pari opportunità per tutti i propri studenti.
Occorre quindi ragionare sull’educational ad ampio raggio e per questo proponiamo e contiamo di sviluppare 10 linee di approfondimento:
1. le politiche per l’infanzia
2. la formazione di base (obbligatoria)
3. il passaggio tra la scuola media e le diverse opzioni della scuola superiore e della formazione professionale
4. il passaggio all’università
5. il rapporto con il mondo del lavoro
6. la formazione permanente
7. la condizione degli insegnanti
8. l’integrazione degli alunni extracomunitari
9. il ruolo della scuola cattolica e della scuola privata
10. il ruolo delle autonomie locali
|